Ritagli
di giornale. Titoli a sei colonne. Foto d’epoca e recenti. Stanno
tutti lì, attaccati con lo scotch, sul vetro della porta del
bar “Air snack”. Sei tavolini, una ventina di sgabelli,
cartelloni di bibite e gelati. L’insegna in caratteri gotici
contornata da due ellissi della Kindl, la birra berlinese. E’
questo il covo dei partigiani di Tempelhof, l’ultimo baluardo
che si batte contro la chiusura dell’aeroporto.
Entrando nello scalo, lo si nota subito. Non si può infatti
fare a meno di sentire i brusii e il vociare dell’unico punto
ancora vitale dell’aeroporto. I rumori, dapprima confusi, diventano
sempre più chiari e distinti man mano che ci si avvicina. Tra
caffè, sigarette e Bockwurst con senape, tutti espongono le
proprie teorie. Tutti, tassisti, dipendenti e qualche raro passeggero,
dicono la loro. L’argomento è unico, la fine di Tempelhof.
Dietro al banco, tra gli altri, c’è una signora con i
capelli rossi e due occhi azzurri incorniciati da una montatura al
titanio. E’ “Frau” Barbara Wede, la proprietaria.
Quando parla, però, si trasforma in capo popolo. “L’aeroporto
è la mia vita”, dice la pasionaria Barbara. “Una
capitale ha bisogno di un city-airport, la storia non c’entra
nulla. L’economia ne ha bisogno”. La signora Wede, che
gestisce il bar con il marito dal 1994, teme ciò che l’aspetta.
“Gli affari vanno male, si sono ridotti del 50% rispetto al
2000. Ho al massimo 100 clienti al giorno e, con quattro collaboratori
da pagare, è dura”, afferma. “Vede – dice
indicando un corridoio vuoto – lì fino a dicembre c’erano
un barbiere e un’agenzia di viaggi. Hanno chiuso”. E continua:
“ Temo di rimanere per strada, e perciò scorro gli annunci
dei giornali alla ricerca di alternative. Sinora – attacca –
nessun politico, nessun rappresentante della società aeroporti
Bbf mi ha interpellato”. Poi il pensiero va alla città:
“Perderemo un pezzo della nostra storia: ogni berlinese associa
Tempelhof con il proprio destino. L’idea di un farne un parco
è ridicola. Berlino è piena di verde”. Barbara
si rasserena per un momento quando pensa al suo “gigantesco”
aeroporto, a quando i suoi genitori la portavano a vedere gli aerei,
a quando gli americani aprivano le porte di Tempelhof una volta l’anno
e, in una clima di festa popolare, si mangiavano dolci, hamburger
e patatine. “Sa – dice – allora non c’era
McDonalds”. Ma il nome del sindaco, Klaus Wovereit, favorevole
alla chiusura dello scalo, la infiamma di nuovo: “Ha distrutto
l’economia. Dovrebbe prendere il suo cane e tornarsene da dove
è venuto, dovrebbe tornare a Bonn”.