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| Karin
Biesel |
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L'eredità
dell'indifferenza
Ruth, Karin
e Rajka Biesel. Nonna, figlia e nipote. Tre generazioni, tre donne,
tre berlinesi. Nei loro ricordi, nei loro racconti, vive e nel contempo
si spegne, con una lenta agonia, l’aeroporto di Tempelhof. Quasi
come se fosse la cronaca di una morte annunciata.
La prima sensazione che si ha parlando con loro, immersi nel verde
del quartiere residenziale di Gruenewald, è lo stupore. Per
tutte e tre, infatti, nonostante la differenza d’esperienze
e d’età – dai 75 anni di Ruth si passa per i 54
di Karin sino ai 23 di Rajka – la chiusura dell’aeroporto
non è assolutamente traumatica. Anzi. Persino per Ruth “mentre
Tempelhof voleva dire qualcosa nel passato, oggi non ha alcun significato”.
La figlia e la nipote annuiscono alle sue parole. La loro città,
sostengono ponendo l’accento sulla loro berlinesità –
che data 1572, anno dell’arrivo in Prussia degli ugonotti protestanti
scacciati dalla Francia cattolica – “non perderà
assolutamente nulla”.
Ruth, con lo sguardo fiero e allo stesso tempo rasserenato da una
vita passata tra penuria e stenti, ricorda gli anni difficili. “Ai
tempi del blocco sovietico abitavo con i miei a est, nel quartiere
di Prenzlauer Berg, e quindi non eravamo direttamente colpiti. Però
– racconta – andavo sempre a ovest, nel distretto di Schoenefeld,
per trovare il mio fidanzato, che poi – mentre parla le poche
rughe disegnano un sorriso pieno di nostalgia – è diventato
mio marito”. E continua descrivendo un episodio vissuto nella
sua continua spola tra le due parti della città: “Ancora
oggi ho davanti agli occhi un’immagine orribile: un Rosinenbomber
precipitato proprio vicino a Tempelhof, i pezzi di carlinga sparsi
ovunque, e i corpi carbonizzati dell’equipaggio tra le lamiere
contorte e ancora incandescenti”. Per Ruth, durante il ponte
aereo che ha sfamato la città, “il rumore assordante
e senza tregua degli aerei alleati era terrificante”. Mentre
lo dice, interviene sua figlia, Karin. “Anche se sono nata dopo
la guerra e dopo il blocco alla città, ogni volta che sentivo
il rombo degli aerei, mi rannicchiavo. Avevo paura”, dice. Ruth
poi racconta il suo primo e unico volo da Tempelhof. Era il 1963,
e allora, per lei, berlinese dell’est, non era possibile andare
a ovest. “Sono andata dai miei parenti di Hannover per prendere
la cittadinanza della Germania federale. Così, una volta tornata,
ero finalmente libera di andare ovunque”.
Ma per le Biesel il passato è ormai alle spalle, così
come il muro, e per Tempelhof, in una Berlino diversa, dalla futuristica
Postdamer Platz ai prossimi grattacieli di “Alex”, non
c’è più posto.