IERI, OGGI E DOMANI
Madre e monumento
Photogallery
L'autore
 
 
 
 
 
Un Rosinenbomber atterra a Tempelhof
Ieri, oggi e domani

Mai nessun altro aeroporto al mondo ha avuto tanto rilievo nella vita di una città, sino a diventare protagonista metafisico della sua storia, così come quello berlinese di Tempelhof; tutte le vicende e i drammi del secolo scorso della capitale tedesca sono stati vissuti e interpretati dall’ottuagenaria aerostazione. Ora i suoi giorni sono contati: nell’autunno del 2004 verrà chiuso.
Entrando nell’atrio del più vecchio aeroporto al mondo, si ha la sensazione di varcare la soglia di un luogo mitico. Sui campi dove alla fine del 19/mo secolo si esercitavano le truppe dell’imperatore prussiano Federico Guglielmo, nel 1909 i berlinesi sognarono per
un minuto con il volo stentato del pioniere del volo,
l’americano Orville Wright, giunto in Germania per pubblicizzare le macchine volanti e portarle sul mercato. Dopo un periodo di rapida proliferazione di compagnie aeree, nel 1922 si decide di costruire un aeroporto nel cuore della città e l’occhio cade immediatamente sui campi di Tempelhof. Una sorta di marchio a fuoco, un sigillo nel centro di Berlino.
L’8 ottobre 1923 i primi passeggeri s’imbarcano per Monaco di Baviera e per Koenisberg, facendo il “check-in” in una casupola di legno di 200 mq.
L’architettura monumentale che ancora oggi lo contraddistingue risale al periodo nazista. Progettato da Ernst Sagebiel tra il 1936 e il 1941, per volontà dello stesso Adolf Hitler, Tempelhof, non solo doveva essere lo scalo più grande al mondo con sei milioni di passeggeri all’anno, ma anche sede di parate di regime.
80mila spettatori potevano accedere al tetto attraverso le 14 scalinate dell’edificio semicircolare che, con 1,2 di km di diametro e una superficie totale di 300mila mq, costituiva il complesso più grande d’Europa.
Una gigantesca statua di un aquila svettava al centro della facciata. Disegnata dallo stesso Sagebiel, fu rimossa dagli americani e portata al museo militare dell’accademia di Westpoint, finché un generale a stelle e strisce, interrogandosi sulla legittima proprietà – come racconta un vecchio reporter inglese che vive da oltre 30 anni in Germania – affermò con una schiettezza tipicamente yankee : “I mean, it’s their eagle”, (voglio dire, e pur sempre la loro aquila). E così, la statua del rapace venne restituita al governo federale tedesco; ma non in versione integrale: ancora oggi, infatti, nella piazza davanti all’aeroporto si può ammirare solo la testa dell’originale, camuffata in modo tale da assomigliare all’aquila calva di Washington, e non ricordare l’effigie nazista.
Ma è nella memoria di coloro che hanno vissuto il blocco sovietico del ‘48/’49 che Tempelhof occupa un posto d’onore: migliaia di bombardieri, per lo più americani, carichi di ogni sorta di rifornimenti hanno salvato i berlinesi nel più imponente ponte aereo mai realizzato, atterrando e ridecollando senza soluzione di continuità ogni 90 secondi. Era l’unica porta sul mondo.
Nel 1971 l’aeroporto vantava ancora cinque milioni di passeggeri l’anno, poi il progressivo declino: lo scorso anno solo 600mila persone sono transitate da Tempelhof. La sua fine nella città riunificata – con lo scalo di Tegel (aperto nel ’74), a ovest, in ascesa, e quello di Schoenefeld, a est, in predicato di diventare il grande hub cittadino – è segnata.
Alla mezzanotte del 30 ottobre del 2004, come è stato oramai deciso dal governo regionale di Berlino, con un ultimo decollo si chiuderà definitivamente la storia di Tempelhof. Al suo posto, sulle sue piste, un mare verde, un prato dove, come nel secolo scorso, i berlinesi sogneranno a occhi aperti i pionieri del volo e i nonni racconteranno ai nipoti del ponte aereo, di quando la cioccolata pioveva dal cielo. Per ora, solo i ricordi non volano via.