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| I
tassisti in attesa davanti a Tempelhof |
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Horst
e lo stormo del West
Come avvoltoi. Aspettano con pazienza e fiducia. Stanno li; alcuni si
abbarbicano su un trespolo del bar “Air Snack”, altri volteggiano
davanti all’ufficio informazioni pronti a lanciarsi in picchiata.
I tassisti di Tempelhof, come in un western di Sergio Leone, incrociano
i loro sguardi nella snervante calma dell’atrio dell’aeroporto,
consci, come i rapaci, di contendersi le rare prede disponibili: i pochi
passeggeri che ancora transitano per lo scalo del centro di Berlino.
Come tra le vette arse e bruciate dal sole, anche tra i tassisti dello
scalo il rispetto per l’anziano del gruppo è grande. Affianco
a Horst Peitz, infatti, solo alcuni hanno il privilegio di sedersi. Con
il viso segnato dai suoi 71 anni, e un ghigno da cattivo del cinema, Horst
si
avvicina la sigaretta alla bocca. Restio a parlare, burbero, esplode quando
l’argomento si discussione è la chiusura di Tempelhof. “Io
vivo qui nell’aeroporto”, afferma con forza Horst, ricordando
di aver iniziato a portare clienti nel 1954. “I politici hanno dimenticato
che la nostra città è stata salvata grazie a questo scalo”,
dice Horst riferendosi al ponte aereo del 1948/49. E continua con collera:
“Io ho raccontato il blocco sovietico ai miei figli ai nipoti. Senza
storia non c’è vita, senza Tempelhof non c’è
vita”. Rejina Schultka annuisce alle parole di Horst. Il viso marcato
dalle ore passate al volante dimostra più dei suoi 49 anni. Anche
se lavora qui da solo dal 1998, difende con foga l’aeroporto, “compagno
di vita oramai”. “Prima di chiudere, dovranno passare sul
mio cadavere. La società che gestisce lo scalo ha spostato i voli
appositamente per favorire Tegel e Schoenefeld”, sostiene Rejina.
“Qui, in caso di guerra, ci si potrebbe vivere”, afferma ancora
la tassista, e Horst le da ragione ricordando che l’edificio, “una
vera perla”, è dotato di una rete idrolettrica autonoma in
grado di rifornire tutto il quartiere.
Come economisti affermati, tutti espongono la propria teoria sulla crisi
attuale. Taxi Werner, così come lo chiamano tutti, dice che “è
una follia importare manager per risollevare l’economia della città”,
facendo riferimento alla politica del sindaco Klaus Wovereit, che, tra
l’altro, è favorevole alla chiusura.
Come attorno a un tavolo diplomatico, persino colleghi greci e turchi
riescono a discutere la situazione. Mentre Mahmud, nato a Istanbul 37
anni fa, tifoso del Fenehrbace da sempre – come sottolinea ripetutamente
– si accoda alle opinioni dei tedeschi, per l’ellenico Panajotis
Stavropoulos invece “è giusto chiudere lo scalo perché
è in perdita da troppo tempo”.
Ma adesso è tardi per le polemiche. A spegnerle, ci pensa il volo
delle 16 e 30 da Mannheim. Basta volteggiare nell’atrio, basta stare
abbarbicati sui trespoli del bar “Air Snack”. E’ ora
di piombare sulle proprie prede, finchè ci saranno.Come avvoltoi.
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