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L'ufficio della compagnia a Tempelhof
L'aeroporto dei tabù

Una scritta argentata su uno sfondo rosso. Nulla di più. Il logo della compagnia charter è subito evidente nella stanza. Tutto il resto scompare. Anzi, forse si nasconde. Come le impiegate. D’altronde, il rapporto con i clienti, abitualmente uomini d’affari che si spostano di continuo con il jet da una capitale all’altra, non è quasi mai diretto. E così, parlare con una di loro è difficile; e lo è ancora di più se l’argomento è la chiusura dell’aeroporto. Un tabù.
Entrando nella palazzina di fianco all’atrio principale dell’aeroporto, il Gat, la prima cosa che si nota è la somiglianza degli uffici. Stesso arredamento. Stessa disposizione degli spazi. Stesse piante persino. Le piccole società di voli charter sembrano assomigliarsi un po’ tutte. Anche il loro futuro pare identico: legato a filo doppio con la prossima fine di Tempelhof. Le impiegate lo sanno e lo temono, ma non ne discutono; quasi ad esorcizzare ciò che verrà. L’omertà però non è assoluta.
“Tutti abbiamo paura di ciò che ci aspetta”, dice Ute Kampschulte, segretaria della ditta. “Nessuno ne parla volentieri, nessuno la nomina direttamente, ma è chiaro che la disoccupazione spaventa un po’ tutti”. Per lei, nata nel 1969, forse non sarà così dura come per le sue colleghe più anziane. Probabilmente proprio per questo è l’unica disposta a conversare. Le veterane la scrutano dalla scrivania e fanno dei grandi sorrisi di circostanza. Quanto basta per portare Ute a illustrare il marketing della società e la lungimiranza del presidente.
“Berlino ha bisogno di un city-airport. Per i nostri clienti, la fine dello scalo costituirebbe un grosso problema. Atterrare a Tegel, o ancora peggio, a Schoenefeld, sarebbe scomodo. Sono troppo distanti dal centro rispetto a Tempelhof”, afferma Ute, quasi come uno scolaro che ha imparato a memoria la lezione.
Raccomando mille volte di non essere fotografata, Ute non si rilassa nemmeno quando si parla d’altro: dell’edificio, del ponte aereo che sfamò a città nel 1948. Risponde sempre col volto teso. Per lei, nata e cresciuta a Berlino est, l’aspetto nazista dello scalo, e soprattutto il ponte aereo, sono la stessa cosa. “Un tabù”.