| Su
di me
Mi
considero un orientalista a metà, nel senso che ho acquisito
una padronanza sufficiente della lingua araba ed alcune chiavi interpretative
per osservare i popoli di cultura arabo-islamica senza mediazioni.
Eppure, nonostante la mia vocazione per la ricerca (avevo iniziato
ad appassionarmi allo studio del rapporto tra Islam e politica)
non ho proseguito con la carriera accademica per paura del distacco,
paradossale, che gli studi di quest'ambito hanno con la realtà.
Il
mio primo approccio col mondo arabo è stato il Marocco, la
sua terra rossa, la mia prima “h”aspirata, gli hammam
della medina di Fès, i primi amici arabi.
Lo
stesso anno, il 2000, ho visitato la Palestina con una delegazione
di pace delle regioni italiane. A dieci giorni dalla mia partenza,
Ariel Sharon si fece una camminata sulla Spianata delle Moschee
e scoppiò la seconda intifada. Di quei giorni mi è
rimasta l'immagine di due soldati palestinesi col kalashnikov a
tracolla, la divisa consumata e gli anfibi sfondati, che passeggiavano
tenendosi per mano nei giardini comunali di Gaza.
L'Egitto,
o meglio, il Cairo, è stata la mia prima grande maestra.
Lì ho conquistato la lingua araba e il mio primo stipendio.
Del Cairo mi sono innamorato, e ci sono rimasto tre anni. Ho lavorato
nell'ambito della cooperazione internazionale, dell'immigrazione,
e della tv, in ruoli più o meno seri. Il meno serio di tutti
è stato quello di comparsa in una soap opera egiziana andata
in onda durante il Ramadan. Il più serio è stato quello
di stringer per un documentario prodotto da Rai Tre sulla megalopoli
Cairo.
Ho
cominciato lentamente a interessarmi a raccontare agli altri quello
che vedevano i miei occhi. Così ho in iniziato a scrivere
i primi articoli e a interrogarmi sul significato della parola giornalista.
Un'amica dell'Ansa mi disse: “siamo telecamere che scrivono”.
In parte ero d'accordo, ma una telecamera, per scrivere, deve anche
esserci. Per questo, prima di scoprire Urbino e la sua scuola, mi
ero lasciato attrarre dalla possibilità di andare in Iraq.
Avevo passato un colloquio per lavorare all'IOM
(International Organization for Migration) come case worker, “lavoratore
di casi” (la lingua inglese sa essere brutale come nessun'altra).
In sostanza, avrei dovuto intervistare iracheni che chiedevano asilo
politico agli Stati Uniti, in virtù del fatto che con gli
americani ci avevano collaborato e, per questo motivo, i vari gruppi
armati, sunniti o sciiti, avevano tentato di rapire o ammazzare,
loro, o i loro familiari.
Avevo
pensato che era un'occasione d'oro per essere dove accade la storia,
e raccontarla. Avrei dovuto lavorare rinchiuso nella Zona Verde
per periodi di un mese, senza mai uscire, sotto il tiro degli Rpg,
gettati alla cieca oltre le mura di cemento armato. Avevo molta
paura, ma anche tanta voglia di andare. Quando però ho iniziato
dal Cairo a fare lo stesso lavoro, ho capito che quello non aveva
nulla in comune col giornalismo. L'intervista seguiva un formulario
standard, e l'unica preoccupazione che si aveva era quella di finire
il più presto possibile. Così dissi al mio supervisore
che in Iraq ci sarei andato, ma solo da reporter. Diedi le mie dimissioni
dopo solo quindici giorni. In quel momento capivo quale mestiere
volevo fare. È un mestiere finito, mi hanno detto in molti.
Ma io non ci credo, ed eccomi qui.
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