Ernesto Pagano
 

Su di me

 

Mi considero un orientalista a metà, nel senso che ho acquisito una padronanza sufficiente della lingua araba ed alcune chiavi interpretative per osservare i popoli di cultura arabo-islamica senza mediazioni. Eppure, nonostante la mia vocazione per la ricerca (avevo iniziato ad appassionarmi allo studio del rapporto tra Islam e politica) non ho proseguito con la carriera accademica per paura del distacco, paradossale, che gli studi di quest'ambito hanno con la realtà.

Il mio primo approccio col mondo arabo è stato il Marocco, la sua terra rossa, la mia prima “h”aspirata, gli hammam della medina di Fès, i primi amici arabi.

Lo stesso anno, il 2000, ho visitato la Palestina con una delegazione di pace delle regioni italiane. A dieci giorni dalla mia partenza, Ariel Sharon si fece una camminata sulla Spianata delle Moschee e scoppiò la seconda intifada. Di quei giorni mi è rimasta l'immagine di due soldati palestinesi col kalashnikov a tracolla, la divisa consumata e gli anfibi sfondati, che passeggiavano tenendosi per mano nei giardini comunali di Gaza.

L'Egitto, o meglio, il Cairo, è stata la mia prima grande maestra. Lì ho conquistato la lingua araba e il mio primo stipendio. Del Cairo mi sono innamorato, e ci sono rimasto tre anni. Ho lavorato nell'ambito della cooperazione internazionale, dell'immigrazione, e della tv, in ruoli più o meno seri. Il meno serio di tutti è stato quello di comparsa in una soap opera egiziana andata in onda durante il Ramadan. Il più serio è stato quello di stringer per un documentario prodotto da Rai Tre sulla megalopoli Cairo.

Ho cominciato lentamente a interessarmi a raccontare agli altri quello che vedevano i miei occhi. Così ho in iniziato a scrivere i primi articoli e a interrogarmi sul significato della parola giornalista. Un'amica dell'Ansa mi disse: “siamo telecamere che scrivono”. In parte ero d'accordo, ma una telecamera, per scrivere, deve anche esserci. Per questo, prima di scoprire Urbino e la sua scuola, mi ero lasciato attrarre dalla possibilità di andare in Iraq. Avevo passato un colloquio per lavorare all'IOM (International Organization for Migration) come case worker, “lavoratore di casi” (la lingua inglese sa essere brutale come nessun'altra). In sostanza, avrei dovuto intervistare iracheni che chiedevano asilo politico agli Stati Uniti, in virtù del fatto che con gli americani ci avevano collaborato e, per questo motivo, i vari gruppi armati, sunniti o sciiti, avevano tentato di rapire o ammazzare, loro, o i loro familiari.

Avevo pensato che era un'occasione d'oro per essere dove accade la storia, e raccontarla. Avrei dovuto lavorare rinchiuso nella Zona Verde per periodi di un mese, senza mai uscire, sotto il tiro degli Rpg, gettati alla cieca oltre le mura di cemento armato. Avevo molta paura, ma anche tanta voglia di andare. Quando però ho iniziato dal Cairo a fare lo stesso lavoro, ho capito che quello non aveva nulla in comune col giornalismo. L'intervista seguiva un formulario standard, e l'unica preoccupazione che si aveva era quella di finire il più presto possibile. Così dissi al mio supervisore che in Iraq ci sarei andato, ma solo da reporter. Diedi le mie dimissioni dopo solo quindici giorni. In quel momento capivo quale mestiere volevo fare. È un mestiere finito, mi hanno detto in molti. Ma io non ci credo, ed eccomi qui.