Bill cerca casa
Caro direttore,
Mi chiamo Bill. Sono un cane nato un anno e mezzo fa
da un incontro tra una volpina e un bastardino. Mi rivolgo
a Lei perché spero che possa essermi di qualche
aiuto.
Mi permetta di raccontarLe brevemente la mia storia.
Come dicevo, sono nato un anno e mezzo fa nei boschi
della provincia di Urbino. A quel tempo non avevo un
padrone. Giravo in branco, con altri randagi come me.
Ero libero di scorrazzare nella solitudine dei campi.
Quando ci veniva fame, mangiavamo quello che trovavamo:
erbe secche, qualche avanzo, a volte anche uova fresche
che andavamo a rubare nei pollai dei contadini della
zona. Non io, però, perché ero troppo
piccolo per cacciare. La nostra era una vita disordinata,
a volte anche pericolosa, ma che tutto sommato dava
delle soddisfazioni. Se non altro perché potevo
godere della più assoluta libertà, e della
natura che mi circondava.
Nell’estate del 2004 sono stato catturato
da una guardia accalappiacani della Asur di Urbino nel
territorio del comune di Monte Felcino. Mi hanno preso,
insieme ad altri del mio branco, e mi hanno trasportato
in un canile sanitario, dove mi hanno sottoposto a una
terapia d’urto. Prima mi hanno messo un microchip
sotto la pelle, così che non potessi più
nascondermi dietro all’anonimato; poi mi hanno
sverminato e vaccinato. E sono stato fortunato perché
sono un maschio. Se fossi stato una femmina, mi avrebbero
anche sterilizzato. Dopo quindici giorni, mi hanno trasferito
nel canile rifugio di Volpetella di Cagli. Se fino a
quel momento credevo che il peggio fosse passato, era
perché non conoscevo ancora il mio futuro. Era
il 7 settembre 2004. Per me c’era pronta una gabbia
di venti metri quadrati, che dividevo con altri quattro
cani, di cui io ero tra i più piccoli. Ci facevano
uscire per la passeggiata una volta ogni dieci giorni.
Il suolo era sempre bagnato: per il maltempo invernale,
ma anche per le nostre urine. Le gabbie venivano lavate,
ogni mattina, ma durante la giornata tornavano irrimediabilmente
a sporcarsi. Gli altri cani erano sempre nervosi. Il
latrare era continuo, e bucava i timpani. Ogni tanto
qualche cane ne azzannava un altro. Finché un
giorno non è capitato a me. Uno o più
morsi alla schiena, non lo ricordo, che mi hanno fatto
perdere conoscenza.
Il 27 marzo scorso sono stato ricoverato d’urgenza
nel canile sanitario di Cà Lucio. Apprendo dalla
lettera di Antonio Ambrosini, il veterinario di Cagli,
che quando sono arrivato nel nuovo canile ero in “stato
cachetico, con deficit ipotermico e neurologico”.
Ero cioè in coma. A Cà Lucio mi hanno
fatto subito tutti gli esami. Da sei chili di peso,
ero passato a due e mezzo. Tutti i valori delle analisi
del sangue erano sballati. La mia schiena era mangiata
da un’infezione.
In un mese di degenza a Cà Lucio, però,
mi sono riavuto. Ho ripreso conoscenza, sono tornato
a ingrassare e la mia schiena è guarita. Ma quando
cominciavo ad affezionarmi all’idea di aver risolto
tutti i miei problemi, ecco che in questi giorni mi
hanno fatto sapere che dovrò nel giro di breve
tempo fare ritorno nel canile di Cagli. Lo dice la legge.
Il mio attuale padrone è il sindaco di Monte
Felcino, che è convenzionato con Cagli. Dove
dunque devo tornare, a meno che una famiglia non mi
adotti o che il sindaco cambi idea. Ma ci conto poco.
A chi gli ha parlato della mia storia, ha risposto:
“Adesso sembra che ci dobbiamo occupare più
dei cani che dei cristiani”.
La ringrazio per avermi ascoltato, il che mi è
servito per farmi passare un po’ la paura che
mi era venuta quando ho sentito altri cani che sussurravano:
“Poverino, sarebbe meglio se il Signore se lo
riprendesse. In fondo non sarebbe una liberazione?”
No, dico io, a questa idea non riesco ancora a rassegnarmici.
Sinceramente vostro, Bill
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