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| Urbino, 13 gennaio 2006 | |
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BRAIN DRAIN, L'ESODO CHE RUBA IL FUTURO ALL'AFRICA |
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Governi già poveri. Economie sottosviluppate, quelle africane, che con il fenomeno della fuga dei medici, ricercatori universitari e ingegneri all’estero, lo sono ancora di più. C’è il caso di Ellen Johnson-Sirleaf, il presidente (donna) della Liberia. Conseguita la laurea in economia all’università di Harvard, negli Stati Uniti, Johnson-Sirleaf ha scelto di ritornare nel suo paese di origine per fare politica, arrivando – dopo una condanna a dieci anni di carcere, scontati in parte con l'esilio – a essere eletta primo capo di Stato donna del paese centro-africano. Per la maggior parte dei laureati africani, tuttavia, la storia personale di Johnson-Sirleaf rimane una bella «favola»: quella della ex studentessa in America che ha sconfitto al ballottaggio, il 10 novembre scorso, l’ex calciatore George Weah. Una storia vera, ma diversa per molti altri dottori africani. Secondo l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Iom), dal 1960 a oggi sono centinaia di migliaia i professionisti con una specializzazione universitaria che hanno deciso di abbandonare il paese. Nei quindici anni tra il 1960 e il 1975, i professionisti in fuga sono stati 27 mila: medici, ricercatori universitari e ingegneri diretti perlopiù in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Il fenomeno è definito in inglese Brain drain, fuga di cervelli, e non è nuovo. Dopo il 1975, il Brain drain è andato crescendo: dai 27 mila professionisti fuoriusciti nei quindici anni precedenti, ai 40 mila professionisti persi nel periodo ’75-’84; fino ai 60 mila espatriati nei cinque anni successivi, tra il 1985 e il 1990. Attualmente, spiega la Iom, l’Africa perde venti mila laureati «altamente specializzati» all’anno. Per la Banca Mondiale, tuttavia, questo numero sarebbe in rialzo: si parla di 70 mila «fughe» all’anno, considerando anche i programmi esteri per gli studenti universitari. «Le ragioni per le quali i laureati scappano dall’Africa – osserva Katrin Cowan Louw, funzionario della Iom, in una intervista del 2002 – sono spesso espresse nelle cedole che i professionisti in fuga devono compilare alla partenza: alta percentuale di crimini, salari bassi, prospettive di carriera limitate e un alto grado di “deterioramento” delle strutture sanitarie e ospedaliere, sono le caselle più barrate nei moduli che riconsegnano». Alcuni esempi significativi di Brain drain Lo Zambia, fino a pochi anni fa, il sistema sanitario impiegava mille e seicento medici; attualmente ci lavorano in quattrocento. In Nigeria, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per i programmi di sviluppo denunciava nel 1993 una carenza endemica di personale medico; negli Stati Uniti, intanto, c’erano 21 mila medici nigeriani che praticavano. E in Ghana, nei dieci anni tra l’80 e il ’90, la migrazione dei «cervelli» nel settore medico è stata superiore al 60 per cento dei laureati in medicina nelle università locali. Un ultimo esempio «eccellente» proviene dal Sudan, dove, in un solo anno – il 1978 – la fuga dei professionisti all’estero ha riguardato il 17 per cento dei dottori, il 20 per cento dei ricercatori universitari e oltre il trenta per cento degli ingegneri. «Questo fenomeno – osserva Cowan Louw – è il vero tallone d'Achille che affama i “giovani” Stati africani: da un lato, costringe i governi locali a spendere cifre importanti per aumentare il personale specializzato; e dall’altro, impedisce ai paesi di pianificare una vera economia di crescita nel lungo periodo». Riguardo agli investimenti per i nuovi ingaggi, gli Stati africani, secondo la Banca Mondiale, spendono quattro miliardi di dollari all’anno per reclutare cento mila professionisti. Garantiscono loro, di solito, particolari benefit di carriera; nel caso dei neolaureati, finanziano specifici programmi post-laurea. L’Eritrea, la più giovane nazione a rendersi indipendente (lo è solo dal 1993), ha proposto l’introduzione di un bonus equivalente a 15 mila dollari per pagare la specializzazione ai neolaureati nelle università locali. «Questi investimenti, comunque, restano ancora insufficienti», conclude la Iom. «L’Africa avrebbe bisogno di almeno un milione
di personale specializzato per mantenere un programma di crescita costante.
Ma almeno un terzo dei professionisti, formati sul posto, lavora adesso
in Europa, Stati Uniti, Canada e Australia». E in Africa, su seicento
milioni di abitanti, restano soltanto venti mila professionisti specializzati:
il 3,6 per cento della popolazione scientifica mondiale.
(13 gennaio 2006)
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| Speciale preparato da: Luca Dello Iacovo, Luca Domenichini, Francesco Magnani, Guido Maurino, Concita Minutola, Marco Ratti, Alessio Sgherza, Laura Troja | |