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| Urbino, 13 gennaio 2006 | |
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CENTO CHILOMETRI PER PARTORIRE |
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Che cosa vuol dire avere un medico ogni 100mila abitanti? Vuol dire che una normale complicazione durante un parto, una cosa che in Europa si sarebbe risolta con un cesareo, diventa un’odissea. Come quella che ha vissuto poco tempo fa una donna della Repubblica del Congo. Nel suo villaggio, Cabongo, c’era solo una levatrice tradizionale senza una cultura medica, che davanti al suo caso si è arresa: non poteva fare nulla. E allora lei, armata solo della forza di una madre disperata si è messa in marcia verso l’unica struttura che avrebbe potuto salvare lei e il bambino: cento chilometri da fare a piedi perché non c’è nessun mezzo di trasporto. L’unica ambulanza è a Kimbau, ma non c’è un telefono per chiamarla. Qui lavora Chiara Castellani che ha rimesso in piedi un vecchio ospedale abbandonato dai belgi con una cinquantina di persone e le offerte che arrivano dall’Italia attraverso l’Aifo, l’Associazione amici di Raoul Follereau, gli amici dei lebbrosi. “Ha fatto tutta la strada sotto la pioggia, su strade sterrate che sono diventate fango, ha camminato per ore, ma sapeva che l’unica soluzione era raggiungerci”, racconta Chiara Castellani. Quando è arrivata a Kimbau, era stremata. In fondo è stata anche fortunata perché ha trovato nella struttura il dottor Aimé, il responsabile sanitario della zona che si divide fra diverse strutture. Chiara Castellani, infatti, un medico di 49 anni, gli ultimi 15 passati in Congo, ha perso un braccio nel 1992. Adesso la sua protesi si chiama Papa André, un infermiere chirurgo che opera sotto la sua supervisione. “Le condizioni della donna erano molto gravi, c’era la minaccia della rottura dell’utero e siamo subito intervenuti con il cesareo”, continua la Castellani. “L’operazione è riuscita, la madre si è salvata, ma il bambino era già morto. Era ancora caldo, doveva essere morto da poco”. Nell’ultimo anno, a Kimbau, tre donne sono morte per le complicanze del parto. “Arrivano con rottura dell’utero e danni all’intestino, con bambini venuti fuori solo per metà e completamente schiacciati”. Arrivano troppo tardi. Sulla fuga dei medici africani che cercano fortuna in occidente, Chiara Castellani ha un’idea precisa: “Studiano solo i ricchi che possono anche permettersi di mandare i figli a specializzarsi in Europa. In questo modo si perpetua una classe politica distante dai bisogni dell’Africa. Quando questi medici tornano in Africa lo fanno per aprire cliniche private, non con l’ottica del servizio pubblico”. Studiare in Europa o negli Stati Uniti, d’altra
parte è poco utile per lavorare in Africa: “Servono medici
che siano in grado di operare e di fare, al tempo stesso, l’anestesia.
Da noi, all’università queste cose non si imparano. Il
primo passo? Abbiamo istituito una borsa di studio per una ragazza che
studierà medicina a Kinshasa”.
(13 gennaio 2006)
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| Speciale preparato da: Luca Dello Iacovo, Luca Domenichini, Francesco Magnani, Guido Maurino, Concita Minutola, Marco Ratti, Alessio Sgherza, Laura Troja | |