Urbino, 13 gennaio 2006

"TROPPO POCHI I VANTAGGI PER CHI RESTA"

 

Il dottor Gianfranco Morino, impegnato da vent’anni come chirurgo in Africa e dal 1994 nelle baraccopoli di Nairobi in Kenya, spiega perché i giovani medici africani vanno a lavorare all’estero. Con la sua associazione, World Friends – Amici del Mondo, propone un via alternativa per dare la possibilità agli studenti di medicina di prepararsi ‘in loco’.

- Dottor Morino, da quanto tempo lavora in Africa?

"A Nairobi dal 1994, in Africa dal 1986. Ho lavorato principalmente in Kenya, poi in Burundi, Tanzania, al confine tra l’Etiopia e il Kenya e per brevi missioni come chirurgo in Somalia".

- Quanti medici lavorano i questi Paesi?

"In Kenya, Tanzania e nella zona dei Grandi Laghi la percentuale di medici è uno su 20mila, come chirurghi uno su 50mila. Nelle baraccopoli di Nairobi, dove vivono due milioni di persone, la situazione è decisamente più grave: un medico ogni 150mila persone, più o meno. Ci sono pochissimi medici interessati a lavorare per pazienti che non pagano. Questo perché i medici sono malpagati e non sono incentivati dal governo".

- Molti medici preferiscono lavorare all’estero?

"Ci sono più medici etiopici a Washington D.C. che in tutta l’Etiopia. Anche in Kenya ho l’impressione che ci siano più medici fuori che all’interno del paese. Io ho fatto il tutor e ho avuto degli ottimi allievi, giovani chirurghi che se ne sono andati via. Quasi nessuno rimane. Magari trovano delle borse di studio in Australia, come è capitato a un mio studente. Un altro ha ottenuto una borsa di studio dal Royal College of Ireland. Persone intelligenti, che difficilmente tornano dopo gli studi all’estero".

- Perché decidono di andare via?

"Vanno via perché qui la scuola di medicina è decaduta abbastanza, e la decadenza è inversamente proporzionale al miglioramento degli ospedali privati di Nairobi. Anche le buone volontà, che non badano a fare il medico solo per soldi, ma vorrebbero migliorare e studiare, non ne hanno la possibilità.

L’altro motivo, secondo me sbagliato, è quello di creare e sponsorizzare borse di studio all’estero, soprattutto per interi corsi di laurea o corsi di specializzazione post-laurea. Ad esempio l’High Commission australiana ogni tanto recluta studenti africani. Anche in Italia si sponsorizzavano borse di studio di questo tipo. Un mio collega, giovane keniota, era partito per studiare a Perugia con alcuni altri che sono rimasti lì. Lui invece è tornato per lavorare nell’ospedale missionario, dove ci siamo incontrati. Adesso è ancora con noi, ma è veramente un’eccezione".

- Secondo lei, paesi come Stati Uniti, Australia o Gran Bretagna offrono borse di studio per reclutare medici?

"In America c’è una carenza non solo a livello medico, ma anche a livello paramedico, per cui è chiaro che a loro conviene avere operatori sanitari reclutati all’estero, magari con la speranza di pagarli meno. Qui non ci sono gli incentivi necessari, non ci sono corsi in loco. Bisogna creare master e opportunità qui, se si vuole che rimangano.
La nostra associazione organizza master e corsi per operatori sociali qui in Kenya. L’unica cosa che possiamo accettare sono stage di pochi mesi all’estero o brevi viaggi per partecipare a congressi".

 

(13 gennaio 2006)

 

Speciale preparato da: Luca Dello Iacovo, Luca Domenichini, Francesco Magnani, Guido Maurino, Concita Minutola, Marco Ratti, Alessio Sgherza, Laura Troja