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| Urbino, 13 gennaio 2006 | |
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"DA MEDICO TORNEREI, DA MADRE NO" |
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Sono passati più di vent’anni da quando la dottoressa Giosette Saidi ha lasciato il suo paese, il Congo, per continuare gli studi di medicina in Italia. Era il 1982, e all’ambasciata italiana di Lubumbashi, una cittadina nel sud del Congo, Giosette incontrò quello che qualche anno dopo sarebbe diventato suo marito, Gerard: come lei più che ventenne, come lei in cerca dei documenti necessari per arrivare in Italia. L’abbiamo raggiunta telefonicamente a Padova, dove adesso vive. - Dottoressa Saidi, lei aveva cominciato gli studi di medicina a Kinshasa. Perché ha lasciato? “Semplice, perché il presidente Mobuku chiuse l’università. Lo fece due giorni prima della manifestazione organizzata da noi studenti contro il regime. Qualcuno evidentemente ci tradì. Ricordo ancora che durante la riunione studentesca, nella facoltà che si trovava su una collina fuori dalla città, ci trovammo improvvisamente circondati da militari, da carri armati”. - Per quanto tempo restò chiusa l’università? “Per un anno. Era già successo l’anno prima che mi iscrivessi io. Ma così era impossibile studiare, chi come me faceva medicina, che dura 6 anni, non avrebbe finito mai. E poi ogni volta che si ricominciava ai vecchi studenti si aggiungevano quelli nuovi, stavamo ammassati nelle aule, seduti per terra. Un giorno venni a sapere di un sacerdote della provincia di Padova, don Mario Zanin, che accoglieva nella sua parrocchia ragazzi del terzo mondo.Quando ho lasciato ero al secondo anno. Il progetto era: finiamo gli studi in Italia, e poi torniamo a lavorare nel nostro paese”. - Ma né lei, né suo marito, anche lui medico, siete più tornati... “Quando siamo partiti, nella nostra mente ci dicevamo: un giorno torneremo in Congo. Ma poi i tempi sono diventati più lunghi del previsto: alla morte di don Mario, due anni dopo il nostro arrivo,ci siamo dovuti arrangiare. Per studiare ho dovuto fare mille lavori, baby sitter, donna delle pulizie, cameriera…Intanto, io e Gerard abbiamo deciso di sposarci. Dopo 3 mesi sono rimasta incinta e per quattro anni ho interrotto gli studi. Dopo tanti sacrifici ci siamo laureati, abbiamo trovato lavoro, e adesso, da madre, mi chiedo: è giusto portare in mezzo alla guerra mio figlio, che è nato in un posto sereno, e che, a differenza dei suoi genitori, può studiare in un posto sereno?”. - La risposta è no. “Magari quando avrà diciott’anni potremo tornare e lavorare in un ospedale in Congo, lì la situazione sanitaria è drammatica. Mi piacerebbe andare. Come mi piacerebbe aiutare il mio paese dall’Italia, ci penso spesso. Ma è difficile: dove c’è la guerra nessuno ti crede, se non c’è stabilità come fai a lanciare un progetto e pensare che vada in porto? Io comunque non smetto di sperare, proprio in questi giorni sembra che in Congo si stiano organizzando le elezioni democratiche, sarebbe la prima volta nella storia del paese”. - Come va adesso il lavoro in Italia? “Siamo tutti e due medici generici. Io lavoro
per un istituto privato che si occupa di medicina del lavoro e diagnostica
ematologia e strumentale. Mio marito collabora con l’istituto
e fa guardie per la Usl di Chioggia. Mi sento apprezzata, dai colleghi
ma soprattutto dai pazienti, che è una garn soddisfazione. In
questo ambiente riesco a costruirmi la mia serenità, è
questa al cosa più importante: il sorriso non può mai
mancare”.
(13 gennaio 2006)
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| Speciale preparato da: Luca Dello Iacovo, Luca Domenichini, Francesco Magnani, Guido Maurino, Concita Minutola, Marco Ratti, Alessio Sgherza, Laura Troja | |