Gli speciali dell'IFG di Urbino | 27 Aprile 2007
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"Lavoro", la parola che divise la Costituente

di Clara Attene

Nel pomeriggio del 22 marzo 1947 l’Assemblea costituente presieduta da Umberto Terracini approvò l’articolo 1 della Costituzione italiana: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

L’idea di definire lo Stato nascente come una “democrazia del lavoro”, condivisa poi dai padri costituenti, fu fortemente voluta da Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75, l’organo ristretto incaricato di scrivere il progetto della Costituzione da presentare all’Assemblea.
Ruini sosteneva infatti che il diritto al lavoro fosse un elemento centrale dello Stato democratico moderno. Il suo inserimento nell’incipit della Costituzione, pur nell’impossibilità di garantire effettivamente la piena occupazione, era accettabile trattandosi di un diritto potenziale: come in altri casi, poi, sarebbe spettato al legislatore trovare il modo di attuarlo.

Partendo da questa premessa il dibattito che nacque fu un confronto politico, combattuto in campo lessicale. All’epoca, uno dei timori più diffusi tra la classe politica italiana era l’avanzata dei sistemi comunisti e socialisti: a partire dai membri della Democrazia Cristiana, dunque, gran parte dei costituenti premeva per l’uso di un’espressione che denotasse in maniera inequivocabile il concetto di lavoro, evitando connotazioni tipiche della visione marxista. In realtà, all’interno della Commissione nessuno sul fronte delle sinistre arrivò a proporre espressioni che richiamassero lo “stato socialista di operai e contadini” della costituzione sovietica, in quanto ritenute estreme e inadatte.

Il testo finale del progetto presentato per la discussione in aula recitava: “L'Italia è una repubblica democratica. La repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La sovranità emana dal popolo ed è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi”.
Vennero presentati 18 emendamenti: tra questi, Lelio Basso, socialista, e Giorgio Amendola, comunista, con l’appoggio dello stesso Ruini, proposero la modifica del primo comma in “l’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”.
Alla fine, a spuntarla fu Amintore Fanfani (DC), propositore del testo che conosciamo oggi: la base dello Stato italiano venne individuata così nell’idea di “lavoro”, inteso come il dovere di ogni uomo a partecipare alla formazione della prosperità comune, in base alle proprie capacità. A monte di questo principio, spiegò Fanfani, c’era il sorpasso dell’idea di privilegio legato alla nascita. Questa formulazione ottenne l’appoggio anche di Togliatti e fu approvata con 239 voti favorevoli contro 227 contrari, mentre l’emendamento Basso-Amendola veniva respinto in quanto la parola “lavoratori”, come disse all’Assemblea Giovanni Gronchi (DC) “ha nell’intenzione del proponente un significato classista”.