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"Lavoro",
la parola che divise la Costituente
di Clara Attene
Nel pomeriggio del 22 marzo 1947
l’Assemblea costituente presieduta da Umberto Terracini approvò
l’articolo 1 della Costituzione italiana: «L'Italia
è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità
appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione».
L’idea
di definire lo Stato nascente come una “democrazia del lavoro”,
condivisa poi dai padri costituenti, fu fortemente voluta da Meuccio
Ruini, presidente della Commissione dei 75, l’organo ristretto
incaricato di scrivere il progetto della Costituzione da presentare
all’Assemblea.
Ruini sosteneva infatti che il diritto al lavoro fosse un elemento
centrale dello Stato democratico moderno. Il suo inserimento nell’incipit
della Costituzione, pur nell’impossibilità di garantire
effettivamente la piena occupazione, era accettabile trattandosi
di un diritto potenziale: come in altri casi, poi, sarebbe spettato
al legislatore trovare il modo di attuarlo.
Partendo da questa premessa il dibattito che
nacque fu un confronto politico, combattuto in campo lessicale.
All’epoca, uno dei timori più diffusi tra la classe
politica italiana era l’avanzata dei sistemi comunisti e socialisti:
a partire dai membri della Democrazia Cristiana, dunque, gran parte
dei costituenti premeva per l’uso di un’espressione
che denotasse in maniera inequivocabile il concetto di lavoro, evitando
connotazioni tipiche della visione marxista. In realtà, all’interno
della Commissione nessuno sul fronte delle sinistre arrivò
a proporre espressioni che richiamassero lo “stato socialista
di operai e contadini” della costituzione sovietica, in quanto
ritenute estreme e inadatte.
Il testo finale del progetto presentato per
la discussione in aula recitava: “L'Italia è una repubblica
democratica. La repubblica italiana ha per fondamento il lavoro
e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione
politica, economica e sociale del Paese. La sovranità emana
dal popolo ed è esercitata nelle forme e nei limiti della
Costituzione e delle leggi”.
Vennero presentati 18 emendamenti: tra questi, Lelio Basso, socialista,
e Giorgio Amendola, comunista, con l’appoggio dello stesso
Ruini, proposero la modifica del primo comma in “l’Italia
è una Repubblica democratica di lavoratori”.
Alla fine, a spuntarla fu Amintore Fanfani (DC), propositore del
testo che conosciamo oggi: la base dello Stato italiano venne individuata
così nell’idea di “lavoro”, inteso come
il dovere di ogni uomo a partecipare alla formazione della prosperità
comune, in base alle proprie capacità. A monte di questo
principio, spiegò Fanfani, c’era il sorpasso dell’idea
di privilegio legato alla nascita. Questa formulazione ottenne l’appoggio
anche di Togliatti e fu approvata con 239 voti favorevoli contro
227 contrari, mentre l’emendamento Basso-Amendola veniva respinto
in quanto la parola “lavoratori”, come disse all’Assemblea
Giovanni Gronchi (DC) “ha nell’intenzione del proponente
un significato classista”.
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