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Il lavoro nei
proverbi
un sapere che scompare
di Massimo Morici
I proverbi, il canto e il lavoro
nelle campagne. Duro, sotto il sole in estate o sotto le piogge
autunnali. Così si viveva nelle Marche fino agli anni cinquanta.
Una terra legata alle profonde tradizioni contadine, con i suoi
rituali e il suo linguaggio. “Il proverbio è un fatto
– spiega Dino Tiberi, autore di libri sulla
cultura popolare urbinate - che riguarda la situazione nelle nostre
campagne fino ai primi anni del novecento. Non c’era detto
che non sfociasse nel proverbio: sul calendario, sulle date o sulla
situazione dei campi. Il contadino che lavorava la terra aveva una
mannaia sulla testa, le stagioni: la pioggia o il sole. Era qualcosa
di scaramantico che non si poteva ignorare. Ci si augurava di poter
raccogliere la frutta, di mietere il grano e di poter vendemmiare”.
La creatività dei contadini
Il proverbio deriva dal latino “proverbium”,
che altro non è che una massima contenente dettami, norme
e consigli in forma sintetica, frutto della saggezza popolare. “Nelle
campagne marchigiane ogni contadino – prosegue Tiberi - cercava
di essere più bravo dell’altro. Nelle veglie c’erano
gare di proverbi che riguardavano le stagioni. Il proverbio ancora
si sente ai nostri giorni: ora siamo tutti cittadini e a volte sorprende
riascoltare i detti di un tempo”.
Ma anche nel canto durante i lavori nelle campagne si liberava la
fantasia dei contadini marchigiani. “Il lavoro – dice
Gastone Pietrucci (nella foto a sinistra),
etnomusicologo e ricercatore jesino - era l’argomento principale
dei canti, che spesso venivano abbinati a seconda della mansione
da svolgere. Canti di vendemmia, di semina, spesso abbinati al gesto.
C’erano delle pause che servivano per il respiro durante il
lavoro fisico, come tagliare il grano con la falce o potare i grappoli
d’uva. Il canto e il contro canto, invece, servivano per mandare
i messaggi. In una società rigida come quella contadina il
canto era un momento in cui tutto era permesso; ma si cantava anche
per allontanare la solitudine”.
C’erano anche i canti delle prime industrie tessili. “Le
filande - prosegue Pietrucci - accompagnavano il lavoro cantando:
era vietato, infatti, parlare durante il lavoro”.
La civiltà contadina è morta. Ne è nata un’altra
ancora incapace di esprimere una cultura autonoma e originale tra
industrie e città. “Questa cultura – conferma
Pietrucci - ormai è scomparsa. Le rievocazioni durante le
sagre sono le peggiori iniziative che si possano organizzare: feste
da cartolina che rappresentano un popolo imbecille. Però
riescono molto bene nelle riprese televisive”.
Alcuni proverbi sul lavoro tratti
dal libro dei “Proverbi Marchigiani”
di Leandro Castellani, (Giunti gruppo
editoriale – 1993)
“La robba fa la robba e la fatiga
fa la gobba”
(La roba fa la roba e la fatica fa crescere la gobba - Urbino)
“La robba fa ‘l prezz”
(Le cose fanno il prezzo - Urbino)
“Sbajja lu prete su l’altare,
e non po’ sbajja lu contadì su la pertecare?”
(Sbaglia anche il prete sull'altare e non può sbagliare il
contadino mentre ara? - Macerata)
“Chi vòl provè ‘l
pèn dl’infern, d’istet el fabbr e ‘l murador
d’invern”
(Chi vuole provare le pene dell’inferno, faccia il fabbro
d’estate e il muratore d’inverno – Pesaro)
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