Gli speciali dell'IFG di Urbino | 27 Aprile 2007
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Il lavoro nei proverbi
un sapere che scompare


di Massimo Morici

I proverbi, il canto e il lavoro nelle campagne. Duro, sotto il sole in estate o sotto le piogge autunnali. Così si viveva nelle Marche fino agli anni cinquanta. Una terra legata alle profonde tradizioni contadine, con i suoi rituali e il suo linguaggio. “Il proverbio è un fatto – spiega Dino Tiberi, autore di libri sulla cultura popolare urbinate - che riguarda la situazione nelle nostre campagne fino ai primi anni del novecento. Non c’era detto che non sfociasse nel proverbio: sul calendario, sulle date o sulla situazione dei campi. Il contadino che lavorava la terra aveva una mannaia sulla testa, le stagioni: la pioggia o il sole. Era qualcosa di scaramantico che non si poteva ignorare. Ci si augurava di poter raccogliere la frutta, di mietere il grano e di poter vendemmiare”.


La creatività dei contadini

Il proverbio deriva dal latino “proverbium”, che altro non è che una massima contenente dettami, norme e consigli in forma sintetica, frutto della saggezza popolare. “Nelle campagne marchigiane ogni contadino – prosegue Tiberi - cercava di essere più bravo dell’altro. Nelle veglie c’erano gare di proverbi che riguardavano le stagioni. Il proverbio ancora si sente ai nostri giorni: ora siamo tutti cittadini e a volte sorprende riascoltare i detti di un tempo”.

Ma anche nel canto durante i lavori nelle campagne si liberava la fantasia dei contadini marchigiani. “Il lavoro – dice Gastone Pietrucci (nella foto a sinistra), etnomusicologo e ricercatore jesino - era l’argomento principale dei canti, che spesso venivano abbinati a seconda della mansione da svolgere. Canti di vendemmia, di semina, spesso abbinati al gesto. C’erano delle pause che servivano per il respiro durante il lavoro fisico, come tagliare il grano con la falce o potare i grappoli d’uva. Il canto e il contro canto, invece, servivano per mandare i messaggi. In una società rigida come quella contadina il canto era un momento in cui tutto era permesso; ma si cantava anche per allontanare la solitudine”.
C’erano anche i canti delle prime industrie tessili. “Le filande - prosegue Pietrucci - accompagnavano il lavoro cantando: era vietato, infatti, parlare durante il lavoro”.

La civiltà contadina è morta. Ne è nata un’altra ancora incapace di esprimere una cultura autonoma e originale tra industrie e città. “Questa cultura – conferma Pietrucci - ormai è scomparsa. Le rievocazioni durante le sagre sono le peggiori iniziative che si possano organizzare: feste da cartolina che rappresentano un popolo imbecille. Però riescono molto bene nelle riprese televisive”.


Alcuni proverbi sul lavoro tratti dal libro dei “Proverbi Marchigiani”
di Leandro Castellani, (Giunti gruppo editoriale – 1993)

“La robba fa la robba e la fatiga fa la gobba”
(La roba fa la roba e la fatica fa crescere la gobba - Urbino)

“La robba fa ‘l prezz”
(Le cose fanno il prezzo - Urbino)

“Sbajja lu prete su l’altare, e non po’ sbajja lu contadì su la pertecare?”
(Sbaglia anche il prete sull'altare e non può sbagliare il contadino mentre ara? - Macerata)

“Chi vòl provè ‘l pèn dl’infern, d’istet el fabbr e ‘l murador d’invern”
(Chi vuole provare le pene dell’inferno, faccia il fabbro d’estate e il muratore d’inverno – Pesaro)