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Sicurezza in
cantiere
di Serena Saporito
Piccoli accorgimenti per salvarsi
la vita
Sicurezza e lavoro: la legge
di Enzo Miglino
Problemi e proposte per cambiare
le regole

Sicurezza
in cantiere
di Serena Saporito
I
dati della Sicurezza in Provincia
I dati dell’Inail – aggiornati al 2005 - parlano per
le Marche di una percentuale di infortuni sul lavoro inferiore del
3,4% rispetto alla media nazionale, ponendo la regione al quarto
posto in Italia, dopo anni in cui aveva occupato la seconda posizione.
Segnali più incoraggianti nel caso dei dati della Provincia
di Pesaro: 658 casi in meno, pari ad una riduzione del 6,88%. 8.908
gli infortuni denunciati all'INAIL di Pesaro complessivamente nel
2005, a fronte dei 9.566 dell'anno precedente.
Ma la cultura della sicurezza, anche qui, è ancora poco diffusa.
Specie nel settore dei cantieri.
La legge c’è, il modo per eluderla anche
“Cantiere sicuro al 100%? E’ un’utopia”.
Così sintetizza la realtà Alessandro Casabianco, tecnico
della prevenzione dell’Asl di Pesaro.
L’Asl - insieme all’Inail che si occupa dell’aspetto
assicurativo – è incaricata dei controlli sulla sicurezza
e della consulenza alle imprese sulla legge 494 del ’96. Questa
prevede la presenza di un coordinatore nei cantieri per cui sono
necessari 200 uomini-giorno, ovvero nei cantieri in cui il lavoro
svolto da un solo uomo verrebbe terminato in 200 giorni: in pratica
anche i piccoli cantieri per la ristrutturazione di case private.
S
Qui sta il primo nodo. Nessun problema per l’individuazione
del soggetto tecnico - coordinatore per la progettazione e per l’esecuzione
– da parte del committente, perché il più delle
volte è l’impresa stessa a indicarlo, in una specie
di pacchetto all inclusive. Il conflitto di interessi è evidente:
in pratica è il controllato a indicare il controllante e
a dargli lavoro…. “In più del 50% dei casi si
tratta di un ruolo di facciata” – dice Casabianco. “Tra
l’altro, la normativa non indica la frequenza con cui questa
figura deve essere presente sul cantiere per il controllo”.
Regole che “non stanno in testa”
Se manca una vigilanza costante all’interno del cantiere,
però, il punto cruciale è la cultura della sicurezza.
Su questo punto, assicurano dall’Asl, la consapevolezza non
cambia a seconda dell’età. “Giovani e anziani
eludono le regole allo stesso modo”, dice Casabianco. Eppure
anche da un accorgimento banale viene la sicurezza. “La mancanza
del caschetto è epidemica. In cantiere occorrerebbe averlo
sempre in testa, perché anche un sasso non troppo grande,
caduto da una certa altezza, può ferire in maniera grave”.
Ma perché per i lavoratori è così difficile
tenere il casco in testa? Dice il tecnico: “Il gioco degli
appalti e subbapalti, con l’impiego di lavoratori extracomunitari
poco retribuiti, specie da parte dell’ultimo appaltatore che
fornisce il lavoro ad un prezzo basso, non contribuisce certo a
diffondere la cultura della sicurezza. E’ anche una questione
di tempo. Una volta nessuno portava le scarpe antinfortunistiche
in cantiere, oggi, invece, le portano tutti. Il casco invece no”.
Basta un minuto
Per diffondere questa cultura servono i corsi. Grazie a nuove regole,
i ponteggisti marchigiani, per esempio, entro luglio dovranno fare
un corso sulla sicurezza per continuare a svolgere il loro lavoro.
Anche quello del lavoro in altezza è infatti un punto critico.
L’Asl, in corsi organizzati dalle associazioni di categoria,
spende molte parole su questo tema: per convincere imprenditori
e lavoratori che portare la cintura non è un impedimento
per i movimenti, data la forma ergonomica; e che non si perde tempo
a montare la linea di sicurezza. Serve solo un minuto per quest’operazione:
troppo poco per correre dei rischi.

Sicurezza
e lavoro: la legge
di Enzo Miglino
Morire lavorando, morire per lavorare. Stando
ai dati del Ministero della Sanità, nel 2006 sono 1.250 le
persone scomparse in seguito ad incidenti sul luogo di lavoro, 144
nei primi due mesi del 2007. Ad essi si aggiungono 1 milione di
infortuni nel 2006 e 133.000 in questo scorcio di 2007.
Il tema della sicurezza non è solo tra
i più scottanti, ma anche tra i più complicati quando
si parla di lavoro. A partire dall’aspetto legislativo. Il
13 aprile il Consiglio dei Ministri ha fatto il primo passo verso
la sistemazione definitiva e organica del settore, varando il disegno
di legge delega per il Testo unico sulla salute e la sicurezza nei
luoghi di lavoro.
Dal marzo dello scorso anno la Facoltà
di Giurisprudenza dell’Università di Urbino ospita
un centro di studio sulla materia, l’Osservatorio per il monitoraggio
permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza del
lavoro. Il prof. Luciano Angelini, direttore dell’osservatorio,
spiega che “l’obiettivo principale del Testo unico è
operare il riassetto di un settore complicatissimo, fatto di stratificazioni
e incroci di leggi nazionali e regionali concepite in diversi momenti
storici, di norme recepite da direttive comunitarie, di articoli
dei codici civile e penale e altro ancora”. Il perno dell’impianto
è il decreto legislativo n.626/1994, tuttavia la problematicità
della situazione rende necessaria una sistemazione organica e strutturale.
Contraddizioni gravi
Ma non è tutto. Aggiornare la legislazione in materia di
sicurezza significa soprattutto guardare ai lavoratori. Il problema
più grande è quello del lavoro irregolare, aspetto
principale che il Testo unico si propone di affrontare. La lotta
al sommerso ha, paradossalmente, prodotto un effetto anomalo: il
comma 1198 dell’ultima finanziaria, infatti, sospende per
un anno i controlli sulla sicurezza per le imprese che emergono
dal nero. Un condono in piena regola, che per favorire un aspetto
finisce per gravare sulle già difficili condizioni dei lavoratori.
Novità importanti
Per la prof. Chiara Lazzari, co-direttrice dell’osservatorio
di Urbino, “novità importanti della nuova legge delega
sono costituite dall’estensione della tutela dal lavoro subordinato
a quello autonomo e dalle maggiori garanzie per i lavoratori precari,
quelli più colpiti dagli infortuni”.
Proprio il capitolo-precari si pone tra i più delicati: “bisogna
implementare – continua la Lazzari – le misure di tutela
ad hoc per le varie tipologie di lavoratori e di contratti. I precari
subiscono più infortuni non solo perché spesso non
partecipano ai corsi di formazione, ma perché sono meno inseriti
nel contesto lavorativo da un punto di vista sociale. Il miglior
modello di sicurezza è quello relazionale, in cui ognuno
ha dei compiti e conosce quelli degli altri. Ma per chi lavora per
brevi periodi in un ambiente, sorgono tanti problemi”.
Sanzioni inefficaci
Alla scarsa chiarezza legislativa fa spesso seguito, come normale
conseguenza, una scarsa efficacia nell’applicazione delle
norme. “Tra le misure nel nuovo provvedimento legislativo
- sostiene il prof. Angelini – andrebbe inclusa una revisione
dell’apparato sanzionatorio, relazionando meglio la gravità
dell’inadempimento alle sanzioni”.
Imprese piccole, controlli difficili
Quali sono quindi le maggiori criticità del sistema-sicurezza
made in Italy? A parte il peso del sommerso, Angelini indica come
fattori problematici la mancanza di un sistema di controlli ben
organizzato e la conformazione del tessuto imprenditoriale italiano,
basato su una miriade di piccole imprese. “I controlli sono
svolti da diversi soggetti, come Inail, Asl, ispettorati del Ministero
del Lavoro. Ci vorrebbe una riorganizzazione per renderli più
efficaci, una migliore divisione delle competenze. La vera svolta
sarebbe puntare sulla programmazione prima ancora che sulla repressione,
sviluppando nelle imprese una cultura del lavoro sicuro”.
Il Testo unico, in proposito, istituisce un meccanismo di premio
per le imprese che si distinguono nella sicurezza, anche con sgravi
fiscali.
Quanto al secondo fattore, “spesso nelle piccole imprese la
minore organizzazione, anche gerarchica, si traduce nel trascurare
certe norme. Un’impresa piccola è meno strutturata
di una grande, e l’organizzazione del lavoro può risentirne”.
Inoltre per le piccole imprese esiste un evidente limite legislativo:
tali imprese, pur essendo obbligate a redigere ed aggiornare un
piano di valutazione dei rischi sul lavoro, non sono obbligate a
convertirlo in un atto ufficiale. Ai fini dei controlli, in pratica,
basta un’autocertificazione. La norma si spiega con il voler
andare incontro alle piccole imprese, permettendogli di risparmiare
le spese di creazione dell’atto; ma evidenzia una notevole
carenza in merito alla gestione della sicurezza per i lavoratori,
e potrebbe essere modificata col Testo unico.
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