Gli speciali dell'IFG di Urbino | 27 Aprile 2007
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1° maggio a Urbino
Questioni di sicurezza
Gli operai e la fabbrica: la Benelli
Proverbi
"Lavoro" e Costituente
Occupazione in provincia

Sicurezza in cantiere
di Serena Saporito
Piccoli accorgimenti per salvarsi la vita

Sicurezza e lavoro: la legge
di Enzo Miglino
Problemi e proposte per cambiare le regole

 

Sicurezza in cantiere
di Serena Saporito

I dati della Sicurezza in Provincia
I dati dell’Inail – aggiornati al 2005 - parlano per le Marche di una percentuale di infortuni sul lavoro inferiore del 3,4% rispetto alla media nazionale, ponendo la regione al quarto posto in Italia, dopo anni in cui aveva occupato la seconda posizione.
Segnali più incoraggianti nel caso dei dati della Provincia di Pesaro: 658 casi in meno, pari ad una riduzione del 6,88%. 8.908 gli infortuni denunciati all'INAIL di Pesaro complessivamente nel 2005, a fronte dei 9.566 dell'anno precedente.
Ma la cultura della sicurezza, anche qui, è ancora poco diffusa. Specie nel settore dei cantieri.


La legge c’è, il modo per eluderla anche
“Cantiere sicuro al 100%? E’ un’utopia”. Così sintetizza la realtà Alessandro Casabianco, tecnico della prevenzione dell’Asl di Pesaro.
L’Asl - insieme all’Inail che si occupa dell’aspetto assicurativo – è incaricata dei controlli sulla sicurezza e della consulenza alle imprese sulla legge 494 del ’96. Questa prevede la presenza di un coordinatore nei cantieri per cui sono necessari 200 uomini-giorno, ovvero nei cantieri in cui il lavoro svolto da un solo uomo verrebbe terminato in 200 giorni: in pratica anche i piccoli cantieri per la ristrutturazione di case private. S
Qui sta il primo nodo. Nessun problema per l’individuazione del soggetto tecnico - coordinatore per la progettazione e per l’esecuzione – da parte del committente, perché il più delle volte è l’impresa stessa a indicarlo, in una specie di pacchetto all inclusive. Il conflitto di interessi è evidente: in pratica è il controllato a indicare il controllante e a dargli lavoro…. “In più del 50% dei casi si tratta di un ruolo di facciata” – dice Casabianco. “Tra l’altro, la normativa non indica la frequenza con cui questa figura deve essere presente sul cantiere per il controllo”.

Regole che “non stanno in testa”
Se manca una vigilanza costante all’interno del cantiere, però, il punto cruciale è la cultura della sicurezza. Su questo punto, assicurano dall’Asl, la consapevolezza non cambia a seconda dell’età. “Giovani e anziani eludono le regole allo stesso modo”, dice Casabianco. Eppure anche da un accorgimento banale viene la sicurezza. “La mancanza del caschetto è epidemica. In cantiere occorrerebbe averlo sempre in testa, perché anche un sasso non troppo grande, caduto da una certa altezza, può ferire in maniera grave”.
Ma perché per i lavoratori è così difficile tenere il casco in testa? Dice il tecnico: “Il gioco degli appalti e subbapalti, con l’impiego di lavoratori extracomunitari poco retribuiti, specie da parte dell’ultimo appaltatore che fornisce il lavoro ad un prezzo basso, non contribuisce certo a diffondere la cultura della sicurezza. E’ anche una questione di tempo. Una volta nessuno portava le scarpe antinfortunistiche in cantiere, oggi, invece, le portano tutti. Il casco invece no”.

Basta un minuto
Per diffondere questa cultura servono i corsi. Grazie a nuove regole, i ponteggisti marchigiani, per esempio, entro luglio dovranno fare un corso sulla sicurezza per continuare a svolgere il loro lavoro. Anche quello del lavoro in altezza è infatti un punto critico. L’Asl, in corsi organizzati dalle associazioni di categoria, spende molte parole su questo tema: per convincere imprenditori e lavoratori che portare la cintura non è un impedimento per i movimenti, data la forma ergonomica; e che non si perde tempo a montare la linea di sicurezza. Serve solo un minuto per quest’operazione: troppo poco per correre dei rischi.

Sicurezza e lavoro: la legge
di Enzo Miglino

Morire lavorando, morire per lavorare. Stando ai dati del Ministero della Sanità, nel 2006 sono 1.250 le persone scomparse in seguito ad incidenti sul luogo di lavoro, 144 nei primi due mesi del 2007. Ad essi si aggiungono 1 milione di infortuni nel 2006 e 133.000 in questo scorcio di 2007.

Il tema della sicurezza non è solo tra i più scottanti, ma anche tra i più complicati quando si parla di lavoro. A partire dall’aspetto legislativo. Il 13 aprile il Consiglio dei Ministri ha fatto il primo passo verso la sistemazione definitiva e organica del settore, varando il disegno di legge delega per il Testo unico sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Dal marzo dello scorso anno la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Urbino ospita un centro di studio sulla materia, l’Osservatorio per il monitoraggio permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza del lavoro. Il prof. Luciano Angelini, direttore dell’osservatorio, spiega che “l’obiettivo principale del Testo unico è operare il riassetto di un settore complicatissimo, fatto di stratificazioni e incroci di leggi nazionali e regionali concepite in diversi momenti storici, di norme recepite da direttive comunitarie, di articoli dei codici civile e penale e altro ancora”. Il perno dell’impianto è il decreto legislativo n.626/1994, tuttavia la problematicità della situazione rende necessaria una sistemazione organica e strutturale.

Contraddizioni gravi
Ma non è tutto. Aggiornare la legislazione in materia di sicurezza significa soprattutto guardare ai lavoratori. Il problema più grande è quello del lavoro irregolare, aspetto principale che il Testo unico si propone di affrontare. La lotta al sommerso ha, paradossalmente, prodotto un effetto anomalo: il comma 1198 dell’ultima finanziaria, infatti, sospende per un anno i controlli sulla sicurezza per le imprese che emergono dal nero. Un condono in piena regola, che per favorire un aspetto finisce per gravare sulle già difficili condizioni dei lavoratori.

Novità importanti
Per la prof. Chiara Lazzari, co-direttrice dell’osservatorio di Urbino, “novità importanti della nuova legge delega sono costituite dall’estensione della tutela dal lavoro subordinato a quello autonomo e dalle maggiori garanzie per i lavoratori precari, quelli più colpiti dagli infortuni”.
Proprio il capitolo-precari si pone tra i più delicati: “bisogna implementare – continua la Lazzari – le misure di tutela ad hoc per le varie tipologie di lavoratori e di contratti. I precari subiscono più infortuni non solo perché spesso non partecipano ai corsi di formazione, ma perché sono meno inseriti nel contesto lavorativo da un punto di vista sociale. Il miglior modello di sicurezza è quello relazionale, in cui ognuno ha dei compiti e conosce quelli degli altri. Ma per chi lavora per brevi periodi in un ambiente, sorgono tanti problemi”.

Sanzioni inefficaci
Alla scarsa chiarezza legislativa fa spesso seguito, come normale conseguenza, una scarsa efficacia nell’applicazione delle norme. “Tra le misure nel nuovo provvedimento legislativo - sostiene il prof. Angelini – andrebbe inclusa una revisione dell’apparato sanzionatorio, relazionando meglio la gravità dell’inadempimento alle sanzioni”.

Imprese piccole, controlli difficili
Quali sono quindi le maggiori criticità del sistema-sicurezza made in Italy? A parte il peso del sommerso, Angelini indica come fattori problematici la mancanza di un sistema di controlli ben organizzato e la conformazione del tessuto imprenditoriale italiano, basato su una miriade di piccole imprese. “I controlli sono svolti da diversi soggetti, come Inail, Asl, ispettorati del Ministero del Lavoro. Ci vorrebbe una riorganizzazione per renderli più efficaci, una migliore divisione delle competenze. La vera svolta sarebbe puntare sulla programmazione prima ancora che sulla repressione, sviluppando nelle imprese una cultura del lavoro sicuro”. Il Testo unico, in proposito, istituisce un meccanismo di premio per le imprese che si distinguono nella sicurezza, anche con sgravi fiscali.
Quanto al secondo fattore, “spesso nelle piccole imprese la minore organizzazione, anche gerarchica, si traduce nel trascurare certe norme. Un’impresa piccola è meno strutturata di una grande, e l’organizzazione del lavoro può risentirne”. Inoltre per le piccole imprese esiste un evidente limite legislativo: tali imprese, pur essendo obbligate a redigere ed aggiornare un piano di valutazione dei rischi sul lavoro, non sono obbligate a convertirlo in un atto ufficiale. Ai fini dei controlli, in pratica, basta un’autocertificazione. La norma si spiega con il voler andare incontro alle piccole imprese, permettendogli di risparmiare le spese di creazione dell’atto; ma evidenzia una notevole carenza in merito alla gestione della sicurezza per i lavoratori, e potrebbe essere modificata col Testo unico.