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Don Fabio da Gorizia vola a Londra
di Valerio Mingarelli
IL GIOCATORE
Fabio Capello, nato a San Canzian d’Isonzo
(Gorizia) giugno 1946, esordisce in serie A a 18 anni con
la Spal nel 1964, la società estense retrocede, ma
l’anno dopo riconquisterà subito la massima serie.
Nel 1967 passa alla Roma, dove incontra un uomo che segnerà
decisivamente il suo modo di concepire il calcio: Helenio
Herrera. In giallorosso arriva il primo trofeo: la
Coppa Italia del 1969. La Roma però ha i conti in rosso,
e nell’estate dello stesso anno è costretta a
vendere i suoi pezzi pregiati. Capello passa alla Juventus.
Da Roma a Torino, una strada che percorrerà anche in
futuro. In bianconero vince tre scudetti (’72, ’73
e ’75), e arriva anche la maglia azzurra. In Nazionale
colleziona 32 presenze e 8 reti, con la perla del gol nella
sfida di Wembley del 14 novembre 1973, quando l’Italia
batte per la prima volta l’Inghilterra sul suo campo.
Nel 1976 passa al Milan. La carriera è ormai agli sgoccioli,
ma fa in tempo a conquistare il tricolore della stella rossonera
nel ‘79. Nella stessa estate annuncia il ritiro.
L’ALLENATORE
Da giocatore Fabio Capello è stato
grande, ma nell’olimpo degli dei del calcio mondiale
ci entra da allenatore. Dal 1985 al 1991 dirige il settore
giovanile del Milan, con una breve parentesi sulla panchina
della prima squadra nel 1986/87, quando per 6 partite prese
il posto di un altro mostro sacro del calcio: Nils
Liedholm (la cui morte quest’anno è
stata commentata da Capello Rai). Nell’estate del 1991
gli tocca una pesante eredità: la panchina rossonera
di Arrigo Sacchi, tecnico che ha rivoluzionato
completamente l’impianto tattico classico e ha condotto
i suoi sul tetto del mondo. Capello continua sulla stessa
falsariga: tre scudetti nei primi tre anni, tre finali di
Champions League (con una vittoria nel ’94 contro il
quotato Barcellona di Cruijff), infine un altro tricolore
nel ’96. Il palmares già ricco gli vale il prestigioso
ingaggio nel Real Madrid. Rimane in Spagna solo un anno, giusto
il tempo di vincere la Liga. L’anno seguente è
di nuovo al Milan, per quella che è la sua unica vera
stagione infausta. Dal 1999-2000 approda alla Roma, guidando
Totti e soci sul trono di campioni d’Italia l’anno
dopo: non accadeva dal 1983. Nel 2004, in una calda notte
di maggio, Luciano Moggi lo strappa alla
Roma e lo porta alla Juventus. Due stagioni, due scudetti.
Ma di fatto, negli archivi storici della serie A non ne rimane
nessuno dei due: lo scandalo diventato noto come “Calciopoli”
travolge la Juventus, alla quale viene revocato il tricolore
del 2005, quello del 2006 passa all’inter e, dato più
importante, i bianconeri dovranno ripartire dalla serie B,
mai “assaggiata” finora. La serie B è “troppo”
per Don Fabio, che rompe gli indugi e firma di nuovo per il
Real Madrid. In una stagione piena di polemiche, infortuni
e dissapori con la dirigenza, l’allenatore friulano
riesce ancora a spuntarla: la Liga 2007 è delle merengues.
Eppure, il Real Madrid non lo conferma e gli preferisce l’austriaco
Schuster. Per Capello si spalancano le porte della tv di stato.
E’ la spalla tecnica a Marco Civoli
nelle partite della Nazionale e l’opinionista di punta
della Domenica Sportiva. Poi tre giorni fa la nuova sfida,
riuscire a vincere dove in tanti hanno fallito: sulla panchina
della Nazionale inglese.
IL PERSONAGGIO
Spigoloso, determinato, sicuro di
sé, a volte forse anche un po’ spocchioso: di
Fabio Capello si può dire tutto, tranne che non sia
un guru del gioco del calcio. Maestro negli aspetti tattici
e tecnici, certo, ma soprattutto capace di gestire i risvolti
umani di questo sport. Tanti suoi giocatori, da Baresi
a Maldini, da Savicevic
a Weah, da Totti a Cassano,
da Cannavaro a Buffon, lo
hanno riconosciuto: nessuno come Capello sa dare le giuste
motivazioni e la necessaria convinzione per vincere. Gli avversari
poi sono spesso stati… inghiottiti dalla compattezza
delle sue squadre. Al Real Madrid, lo scorso anno, gli hanno
contestato il poco spettacolo offerto dai suoi. La verità
però è un'altra: il vero spettacolo è
vedere come quest’uomo riesce più di ogni altro
tecnico del calcio a capire gli sviluppi e le pieghe che un
match può prendere. Quando parla di calcio alla Domenica
Sportiva, sembra di sentir parlare un santone: l’appellativo
“don Fabio” – retaggio dei successi iberici
- gli calza davvero a pennello.
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