Trama
Pietro Paladini,
manager efficiente e in continuo movimento, promette
alla figlia Claudia di aspettarla davanti alla scuola
sino alla fine delle lezioni. Sua moglie, Lara, è
morta all'improvviso l'estate scorsa e Pietro, fossilizzato
sulla panchina di un cortile, dove riceve visite e rivelazioni
di colleghi e familiari, sta per abbandonarsi all'insostenibile
leggerezza del dolore.
Recensione
di Filippo
Brunamonti
Il “caos”
si apre su un mare plissettato in un’estate di
lutto e si chiude con un parco innevato e un’auto
che arranca ma ce la fa. Dentro, le conseguenze della
perdita, il percorso di un padre e il silenzio di sua
figlia. Il film ha a che fare più con l’amore
che con la mancanza, più con il pieno che con
il vuoto, più con il moto che con la stasi. E’
giocato, quasi totalmente, su Nanni Moretti in attesa,
per strada, all’ingresso, in auto, sulla panchina,
al chiosco. Fermo ma instabile. Quindi veloce, cardiaco,
sanguinante. Il film, da subito, piange in silenzio,
rispettoso e composto, in mezzo a chi scopre un dolore,
di fianco a chi si perde in un punto. Il film sta così
addosso a Moretti che, a tratti, sembra non esistere
più il cinema: sembra di sentire l’odore
delle lacrime, trattenute fino all’attaccamento
oculare più bieco; sembra di sedersi sospesi
e sfocati su una nuvola di fiaba, ai bordi della catarsi;
sembra di vivere due vite infantili, ricentrate (nella
stanza del figlio e nella stanza della madre); sembra
persino di credersi pieni d’amore per le cose
che non meritano. Forse il cinema che non senti è
il cinema migliore e quello che senti è una schiena
in corsa senza giacca.
E’ così che alcune pellicole ammalano e
fanno soffrire. Quando smettono di guardarsi intorno
e cominciano a guardarsi dentro, quando prendono di
peso una storia secca secca e la raccontano senza manierismi,
sporcandosi con le sbavature del caso. Con la telecamera
aderente, quasi soffocante, sulle vite degli altri.
Mentre guardi “Caos calmo”, per forza di
diegesi pensi al palindromo i topi non avevano nipoti
e ti dici è reversibile, ti racconti che lo puoi
ribaltare, che se lo ribalti il risultato non cambia.
Ma la prospettiva sì, quella sì. Mentre
guardi “Caos calmo”, pensi al denaro, a
quelli che ti vengono a cercare, alla fusione aziendale,
alla scalata sociale e ti dici che no, grazie, preferisco
rimanere seduto davanti alla scuola di mia figlia, sulle
pieghe di una panchina su cui convergono incontri e
tessuti che il denaro non potrebbe mai comprare. Capita
anche di pensare al dolore. Ma per quello basta una
canna. Milioni di persone cicatrizzano con l’oppio
Sale? Sta salendo? Sale sale… Il percorso di una
famiglia in due è, paradossalmente, tutto questo.
E’ la mano di Pietro che penetra la testa bionda
di Claudia e improvvisa una treccia. Pietro non vuole
lavorare né trasgredire. Pietro aspetta qui.
Quando fa sesso con la donna che ha salvato, accarezza
tutto quello che va succhiato e succhia tutto quello
che va accarezzato. Poi rinviene, dorme con Claudia
e decide che “aspettare” è finito.
O meglio, Claudia - sua figlia - glielo chiede come
regalo. Lui si accorge che aspettando non arriva, che
sodomizzando non ama, che amando non cresce. Lo apprende
in un caos placido e sottile, incontro dopo incontro,
su quella panchina. Così ci sediamo con lui,
gli teniamo la mano, svenendo quando la vita si fa sterile
e i microfoni hanno problemi. Ci sediamo per amore dei
nostri figli, per bisogno di espiare gli errori e per
pagare il prezzo delle azioni. Ci sediamo per elencare,
sezionare, controllare, comprendere. Imparando per la
prima volta dopo essere stati seduti in un ventre caldo
che la vita è più fredda dell’inverno
e per questo occorre tornare a sedersi, imbottiti. Non
a caso, “Caos calmo” inizia d’estate
e finisce d’inverno. Il sentiero del padre è
quello su cui ambulerà la figlia. Claudia deve
partorire un palindromo tutto suo e prendersi la responsabilità
degli errori del padre. Questo lei lo capisce. Pietro
no: Pietro non riesce a metterci del suo nella scelta
di tornare in cammino. Deve allenare l’antifurto
della propria auto a cambiare funzione, a giocare con
un ragazzino diversamente abile che saluta felice al
minimo segnale. Perché l’amore, con allarmi
d’ogni suono, è l’unico rumore che
dà pace. Il caos spezza le catene. Il caos ti
fa ricco più di un ricco ma non devi fonderti
con un ricco per diventare ricco. Il caos entra in risonanza
con le emozioni come un neonato. Attraverso un cordone
ombelicale che non litiga con il tuo collo, ma incide
a piccoli calci i segni di un nuovo inizio. |