Giovani senza terra
di Filippo Brunamonti

"No olvidamos el valor de Víctor Jara
dando la cara siempre a la represión
le cortaron sus dedos y su lengua y
hasta la muerte gritó revolución"

(trad. "Non dimentichiamo il valore di Víctor Jara
per essersi sempre opposto alla repressione
gli tagliarono le dite e la lingua
e fino alla morte gridò rivoluzione").

La canzone "Juan sin Tierra" è una capsula ska. Una vitamina C effervescente. La prima a produrre risultati radicali tra i giovani dreamers degli anni Cinquanta. Prima dei Beatles, dei Nomadi, di Elvis, dei Beach Boys. Quando il termine "politico" non era così volatile e oscillante, ma intimo e sentito. Com'è tipico dell'innocenza spinta a livelli di guardia. E non è detto che i giovani d'oggi l'abbiano dimenticata o sostituita. Solo un anno fa, ad esempio, la rivolta dei giovani precari francesi aveva fatto pensare a un nuovo Sessantotto. Ed è del 2003, tra l'altro, uno dei dati più subdoli che intacca, intellettualmente e anagraficamente, il concetto di "giovani" come categoria omogenea. Secondo gli ultimi studi del Censis, infatti, a poco servono crociate rosa ed emancipazione politica quando, dagli anni Settanta ad oggi, i modelli rimangono sempre gli stessi: il vento di guerra, la signorina silvani, il calciatore, i cori dentro la testa, i telepredicatori, "La rabbia" di Pasolini...
Oggi, però, non ci sono solo differenze individuali (per cui quasi nessuno appartiene totalmente a una “tribù” con caratteristiche condivise di cultura e comportamento) ma, complici i nuovi sistemi di informazione e comunicazione, i "giovanissimi" (14-18 anni) sono molto diversi dai "più grandi". Il Censis spiega che "l'eccezione, nel set di media elettronico-digitali, è costituita da internet, perché ha contemporaneamente il più basso tasso di vicinanza (23 %) e il più alto tasso di lontananza (30 %): come a dire che, ancora una volta, le tecnologie connesse alla navigazione in rete spaccano quasi in due la popolazione giovanile, esattamente come spaccano quasi in due la popolazione in generale".
Un dato che mette in equilibrio l’influenza dei giovani sulla realtà e quella di chi investe in loro.

Giovani, eletti?
Per rafforzare la partecipazione alla vita democratica, il Consiglio Provinciale dei Giovani Eletti ha affondato alcuni dei meccanismi analizzati dal Censis (impatto mediale, ma anche divisione culturale, omogeneizzazione solo degli aspetti più monotoni, ripetitivi e gregari) nel proprio progetto di coinvolgimento pratico e umano per sfruttare al massimo il valore della collettività (le date di nascita dei Giovani Eletti non scendono sotto al 1975). Il principio guida dovrebbe restare sempre quello di dare la priorità ad individui che si avviano al mondo degli adulti. Per poter cominciare a costruire una serie storica, e quindi ricavare qualche indicazione sui cicli evolutivi, dobbiamo monitorare il Censis, da una parte, e il progetto della Provincia, dall’altro. Per il momento ci possiamo accontentare, ma non è poco, di alcune informazioni che contrastano con i luoghi comuni. Per esempio, alla domanda: “Con un po’ di tempo libero a disposizione che cosa sceglie più volentieri?”, dopo l’onnipresente televisione (31,7 %) è interessante trovare, al secondo posto e con una scarsa differenza, “leggere un libro” (29,8 %).
Un’altra osservazione rilevante è quella che conclude i commenti introduttivi di Raffaele Pastore del Censis. “Il 72,5 % preferisce i media che sanno proporsi in maniera seria e autorevole smentendo quell’altro luogo comune che vuole i giovani sempre più favorevolmente dediti al versante leggero delle cose, e ribadendo la necessità che i media non sappiano solo inseguirli e rinforzarli su tale versante, bensì sappiano assumersi l’onere della serietà e dell’autorevolezza anche nei confronti dei più giovani”. Le cose che più disturbano sono invece: la volgarità, soprattutto; poi l’impressione che in fondo i media “vogliono imporre il loro punto di vista”, e al terzo posto la superficialità. Una terna di critiche tutt’altro che trascurabile, tenuto conto della provenienza giovanile, ossia quella considerata quasi sempre quiescente rispetto ai media.

E l'impegno politico?

"Intellettuali d'oggi
idioti di domani
ridatemi il cervello
che basta alle mie mani,
profeti molto acrobati
della rivoluzione
oggi farò da me
senza lezione".

(da "Il bombarolo" di Fabrizio De Andrè)

La domanda è secca, semplice, diretta. I giovani, oggi, si occupano a sufficienza di politica?
Nel periodo della ricostruzione e del boom economico, lo strumento per contribuire al mutamento del paese, appena uscito dalla dittatura e dalla guerra, erano i partiti, a cui i giovani si avvicinavano attraverso le sezioni e le parrocchie; luoghi-eletti dove si formavano idee solide, si maturava, si selezionavano i dirigenti del futuro. Da D'Alema a Fini, molti degli attuali leader politici nazionali si sono formati in quegli anni nelle organizzazioni giovanili di partito. Oggi piuttosto dominano i calciatori che si prostituiscono e il regno delle palestre e dei solarium assaltati da sciacquette armate di spazzola e abbrozzante, più preoccupate di sembrare grasse che di farsi innamorare dalle braccia pendule della politica.
In realtà, i primi segnali del mutato rapporto tra giovani e politica non sono una novità del presente. Il fatto che i giovani dal Censis non siano considerati una categoria con la "c" maiuscola o per lo meno una fascia omogenea è un'ammissione di inferiorità che arriva dritta dritta dalla fine degli anni Sessanta. Quando i partiti erano considerati troppo monolitici e lenti nel recepire gli stimoli delle nuove generazioni. L'interesse per la politica restava comunque altissimo, anzi cresceva a vista d'occhio. Il Sessantotto e i movimenti degli anni immediatamente successivi rappresentano il tentativo di esprimersi in modo più diretto ed efficace, meno irreggimentato nella disciplina delle organizzazioni politiche tradizionali.

Il riflusso

In un incontro con Pietro Ingrao di dieci anni fa si ricordavano assemblee infuocate, occupazioni e cortei come simboli della partecipazione alla costruzione del futuro delle nuove generazioni. Poi, però, tutto si è fermato. La difficoltà di ottenere risultati tangibili e la cappa pesantissima del terrorismo, hanno contribuito a far rientrare nei ranghi milioni di giovani. Per descrivere il loro rapido allontanamento dalla politica, nei primi anni Ottanta, viene addirittura coniato un termine nuovo: "riflusso". La sfera pubblica viene completamente abbandonata e gli interessi si concentrano sulla vita privata. Nessuno pensa più a cambiare il mondo.
L'onda lunga del "riflusso" arriva fino ai giorni nostri, ma non certo per disinteresse. Le associazioni ambientaliste o di volontariato, per esempio, si avvalgono del contributo di migliaia di giovani. I partiti però non suscitano alcuna passione e provocano insofferenza per la lentezza dei tempi della politica. Ad ogni elezione aumenta il numero degli astenuti. E la distanza tra giovani e politica continua a crescere.

"Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni"

(da "Nella mia ora di libertà" di Fabrizio De Andrè)

Fonti:

www.censis.it
www.emsf.rai.it (Pietro Ingrao "I giovani e la politica")