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di Valerio Mingarelli
Albicocchi e susini fioriti con due mesi di anticipo, mandorli
che addirittura non hanno cambiato le foglie dello scorso anno,
germogli di grano a rischio per la siccità. E’ lo scenario
attuale nelle campagne marchigiane, frutto dei cambiamenti climatici
e di un inverno “pazzo” che ha rischiato di stravolgere
il regolare andamento delle colture in campo. Alla Coldiretti Marche
fanno gli scongiuri: “Se in questi ultimi scampoli di inverno
non dovessero arrivare bruschi abbassamenti delle temperature con
conseguenti gelate, la produzione agricola dovrebbe mantenersi su
livelli normali”. Secondo l’ufficio stampa dell’Associazione
dunque, quantità e qualità dei raccolti dovrebbero
rimanere sugli standard degli scorsi anni. La situazione descritta
in apertura aveva destato un mese fa più di una preoccupazione:
si temeva che il gelo potesse rovinare irreparabilmente le tante
fioriture anticipate. Però le gelate non sono mai arrivate,
e, qualora non dovessero arrivare nelle prossime settimane, non
dovrebbero esserci problemi. Ora il rischio principale è
rappresentato dalla siccità: le piogge scarse degli ultimi
mesi creeranno complicazioni, quando per l’agricoltura sarà
un momento chiave della stagione con il raccolto del grano che potrebbe
risentire della mancanza d’acqua. Nelle Marche poi, specialmente
nella zona sud della regione e nei territori costieri, la siccità
rischia di creare un serio problema per i pascoli: il 30% del foraggio
non è fiorito. Questo aspetto comporterà ingenti e
inattese spese per le aziende zootecniche. Gli effetti di un inverno
così caldo si potrebbero avere anche nel lungo periodo come
ci ha spiegato la stessa Coldiretti: “I mutamenti in corso
determinano un sensibile aumento dei rischi erosivi , con perdita
di terreno e diminuzione della fertilità del suolo, in quanto
si determina una riduzione dell'infiltrazione, della capacità
di immagazzinamento dell'acqua ed una perdita di elementi nutritivi”.
Per queste ragioni tante aziende del settore stanno cambiando e
diversificando le loro strutture, le produzioni e anche i loro metodi.
La Coldiretti parla chiaro: “Se in Emilia Romagna si è
tornati a coltivare le arachidi, se nelle zone prealpine si piantano
gli ulivi, anche qui da noi si è capito che in alcune circostanze
le colture tradizionali lasceranno il campo a nuove forme di produzione.
Tutto va rivisto in base ai mutamenti climatici, sempre più
veloci e condizionanti”.
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