La vertenza secondo la Benelli

di Emiliano Pozzoni

Un’oasi felice. I metalmeccanici della Benelli, dai più anziani ai precari, dagli scioperanti ai , usano tutti la stessa espressione per spiegare la realtà di nicchia privilegiata in cui si trovano a lavorare. Felice per quanto concerne le condizioni e l’ambiente di lavoro, la sicurezza, il trattamento degli operai, ma anche per gli stipendi.

La trattativa sindacati-industriali non scuote più di tanto la tranquilla atmosfera che si respira quotidianamente dentro alla fabbrica di armi di via della Stazione. Dopo il pranzo in mensa, gli operai escono verso le 12.45 per la pausa-caffè al bar e raccontano le loro impressioni su quanto sta accadendo a Roma e li riguarda da vicino. Chi ha aderito allo sciopero, andando a manifestare venerdì a Pesaro, è più loquace. Si tratta del 70-80% dei lavoratori, su un totale di circa 200 persone. La linea delle opinioni è uniforme: “Ci aspettiamo poco o niente”, “ci vorrebbe un’adesione maggiore”, “è una vertenza difficile”, “siamo scettici”, “i fatti alla fine sono sempre pochi”. L’entusiasmo non è molto, e nemmeno le aspettative.

Chi non ha aderito allo sciopero è invece più riluttante a parlare. Qualcuno, a domanda sulla vertenza, risponde affermando che non ne sa nulla, che non si è interessato. Qualcuno, più seccato, dice che è stufo dei sindacati e che non ha la tessera. Qualcun’altro, più candidamente, riconosce di non voler dare troppo nell’occhio, visto che è entrato a lavorare in Benelli da poco.

In generale è emerso che la fabbrica è fortemente sindacalizzata. Gli scioperi si organizzano sempre con facilità e le adesioni sono molte. Le assemblee su sicurezza e condizioni di lavoro sono all’ordine del giorno e, naturalmente, le morti della ThyssenKrupp sono state argomento di ampia discussione. “Non abbiamo scioperato, ma abbiamo scelto di devolvere le ore di lavoro alle famiglie delle vittime, per fare qualcosa di concreto”.

 

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