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Relatori

  • Stefano Pivato
  • Joseph Fontana
  • Leonello Perugini
  • Gerhard Schröder

Saluto del rettore

Un saluto alle autorità, ai docenti, al personale tecnico-amministrativo, ai ricercatori, ai lavoratori precari, agli studenti, ai rappresentanti degli organi di informazione, alle signore e ai signori presenti.
Un ringraziamento a chi mi ha preceduto nell’incarico: al Professor Giovanni Bogliolo, rettore dal 2001 al 2009. Inoltre una rinnovata espressione di gratitudine e riconoscenza a Carlo Bo, che ha retto le sorti dell’università per oltre mezzo secolo. Quanto i destini di Urbino siano legati a Carlo Bo lo testimonia il nome che questa Università porta.
Un benvenuto particolare a un laureato un po’ speciale del nostro ateneo: Gehrard Schroeder, al quale nel 2007 è stata conferita la laurea honoris causa in Economia e Commercio. Siamo particolarmente lieti che egli abbia accettato il nostro invito anche perché il tema della sua lezione è un sigillo importante per il nostro ateneo che ha individuato nella internazionalizzazione uno degli obiettivi primari della sua attività.
Guardare all’Europa e al mondo è sempre stato un obiettivo dei saperi. Lo è tanto più oggi nell’epoca della globalizzazione.
Grazie ancora a tutti per essere qui a celebrare l’inizio del 504° dell’anno accademico.

Città e Università

Cento giorni, questo è il periodo di rettorato di chi vi parla, sono certamente pochi per tracciare un bilancio.
Preferisco dunque, in questo saluto inaugurale, svolgere una breve riflessione sui compiti che ci attendono, sulle scadenze alle quali saremo chiamati a dare una risposta prossimamente. In questo contesto voglio, in primo luogo, sottolineare lo spirito di fattiva e operosa collaborazione che ha animato e anima quanti insieme a me sono impegnati nel lavoro di gestione e amministrazione del nostro ateneo.
Qualunque analisi sul futuro di questa università non può non partire dal rapporto con la città e, più complessivamente, con il territorio circostante, la provincia, la Regione alla quale la città ducale appartiene. Né può essere altrimenti. Anche per dati strutturali che ci rivelano che a Urbino la popolazione studentesca raggiunge le unità di quella residente. Si tratta di un caso forse unico in Italia e che stringe i destini del nostro ateneo a quelli della città ducale. Tutto ciò è il risultato di un secolare e originale processo di identificazione reciproca. Ma questo peculiare e distintivo sviluppo potrà avere nuova forza espansiva se sapremo dar vita a un rinnovato patto di mutua cooperazione nel quale i saperi dell’ateneo possono diventare occasioni di crescita e confronto per la città. Città e Università non sono due realtà separate ma un unico e inattingibile universo che ha contribuito a fondare e a rafforzare in Italia e in Europa il sentimento solidale dell’accoglienza e, soprattutto, della «cittadinanza». Il suo simbolo infatti è la «città ideale», come luogo di riconoscimento vicendevole, di studio e confronto scientifico, di armoniosa educazione dello spirito, di formazione di una coscienza civica che ha per valore assoluto la dignità umana. Città e Università saranno sempre più in sintonia nel perseguire quegli obiettivi che - dopo l’ottenuta statalizzazione – possono consentire al nostro ateneo di entrare a pieno titolo nel numero delle istituzioni universitarie pubbliche. In questo senso compito primario diviene il raggiungimento di quello che, se posso sintetizzare in uno slogan, definirei «obiettivo 90». Cioè a dire l’ottenimento di quella quota di finanziamento da parte del Ministero che renda compiuto il cammino della statalizzazione.

La strada per Roma

Quella che per un grande scrittore urbinate, Paolo Volponi, era il titolo di un fortunato romanzo, La strada per Roma, per la realtà del nostro ateneo è un imperativo tanto più cogente dopo il nostro ingresso nel novero della università statali. La strada per Roma non per invocare provvedimenti speciali. E neppure per ottenere finanziamenti occasionali che nel passato hanno costituito la regola di sopravvivenza. Ma per richiedere ciò che spetta a una istituzione che a tutti gli effetti si considera all’interno del sistema statale.
Solo attraverso l’attribuzione di quel finanziamento potremo compiutamente definirci una istituzione pubblica. Anzi,una istituzione della Repubblica che può applicare fino in fondo uno degli articoli fondamentali della sua Costituzione. Vale a dire quell’articolo 34 che assegna alla Repubblica il ruolo di rendere effettivo il diritto allo studio e riconosce ai «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» il «diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».
Per offrire, in ultima analisi e sulla scorta delle parole di Piero Calamandrei, la «possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da Uomo».
Si tratta di un obiettivo per il cui conseguimento facciamo appello a tutti i soggetti e agli organismi rappresentativi della nostra comunità. Chiediamo che il nostro ateneo sia messo nelle condizioni di adempiere interamente al suo dovere costituzionale. Dal conseguimento di quell’obiettivo dipende in gran parte il futuro sviluppo della nostra vita universitaria. Uno sviluppo che si sta già muovendo verso alcune direzioni precise. A titolo esemplificativo ricordiamo: la ripresa dei lavori nel settore dell’edilizia e cioè la ristrutturazione dell’ex-carcere di San Girolamo, che nei nostri intendimenti deve costituire l’inizio di una programmazione delle strutture più vasta e funzionale; i progetti relativi alla internazionalizzazione che hanno già dato ottimi risultati; la modernizzazione di vari aspetti della vita quotidiana del nostro ateneo.

Sulla Riforma

I prossimi mesi saremo chiamati ad affrontare l’applicazione di
una nuova riforma universitaria che «intende ridisegnare in maniera organica il sistema universitario, almeno nei tratti fondamentali».
E’ ovvio che nessun progetto riformatore può definirsi tale se non è sostenuto da una serie di provvedimenti che gli conferiscono il carattere della concretezza. Siamo certi che la discussione parlamentare alla quale il disegno di legge sarà sottoposto potrà e dovrà correggere quegli aspetti che in molte sedi (dalla Conferenza dei Rettori, al CUN, alle varie assemblee) sono stati indicati come critici o comunque suscettibili di miglioramenti.
Qualunque sia il destino della Riforma, non ci spaventano i richiami al merito, alla razionalizzazione della spesa, agli interventi drastici sulla didattica, alla ristrutturazione dei Dipartimenti, alla riformulazione dell’offerta formativa nel quadro di una situazione economica e sociale che richiede continuamente l’aggiornamento dei saperi. Non ci disorientano neppure i richiami a un finanziamento che sarà in parte distribuito in virtù di parametri che promuovono la competizione fra gli atenei italiani. A una condizione però che crediamo irrecusabile per la sua ragionevolezza: che l’Università di Urbino sia messa in grado di iniziare la competizione al pari con le altre Università.
Vorremmo star lontani dal malcostume di quanti sono abituati a essere giudicati per quello che dicono piuttosto che per quello che fanno.
«Noi – e mi permetto in questo appello di prendere a prestito parole che pronunciava Carlo Bo nel 1961 - chiediamo di essere considerati soltanto per quello che facciamo, per il numero di studenti che serviamo, per quel poco o tanto che offriamo alla vita comune degli italiani».
E la realtà di oggi ci dice che l’Università di Urbino conta circa 16.000 iscritti distribuiti in dieci facoltà e 16 dipartimenti, 420 fra docenti e ricercatori, 396 unità di personale tecnico amministrativo, laboratori, biblioteche, collegi universitari per un numero complessivo di 1500 posti letto.

Per una comunità solidale

Ma l’Università e il suo governo non sono solo rappresentati dalla materialità delle cifre, dei bilanci e delle statistiche.
Giusto il richiamo di Bo alla «vita comune degli italiani». Giusto e doveroso soprattutto oggi. Perché compito primario della Università, assieme alla ricerca e alla didattica, è quello della formazione di una cittadinanza consapevole. E a questo concetto la missione dell’insegnamento deve rifarsi continuamente per avere conferma della sua qualità, serietà e validità.
Non è un compito agevole soprattutto all’interno del contesto nel quale l’Università si trova ad operare.
Viviamo – scusate la scontatezza della osservazione – in un periodo in cui le appartenenze (o se si preferisce usare un termine oggi abusato e non privo di ambiguità) le identità sono in gran parte smarrite. Finite le ideologie, naufragati i partiti (perlomeno nel senso che un tempo si attribuiva a questa forma di
socialità), scomparse altre modalità di partecipazione che in passato definivano le forme della convivenza. Oggi è difficile perfino riconoscerci in quella espressione che ha costituito il mezzo di identificazione primaria della appartenenza ad una comunità: la lingua.
Viviamo in una realtà timorosa del diverso, immersa in un assordante silenzio delle idee e, all’opposto in un clamore fragoroso e scomposto dei linguaggi (quello politico, quello giornalistico, quello televisivo, quello interattivo della Rete).
Ecco, in questo panorama l’Università è chiamata a una sfida che, ancor prima che culturale, è di carattere etico: ricostruire un senso civile, ripristinare il confronto culturale, restituire agli studenti un diritto di cittadinanza che va oltre il rilascio di un diploma di laurea.
In questo senso la cultura non va considerata come un rifugio, come un bene consolatorio ma come il collante di una comunità che ritrova il senso civile dell’agire.
Solitamente è vezzo della vita accademica esibire i dati degli iscritti. E’ giusto. E’ un segno di vitalità. E’ un riscontro della equità fra la domanda dell’università e la risposta degli studenti.
Io credo però che in misura maggiore che in passato dovremmo più che esprimere soddisfazione per gli studenti che entrano, chiederci come gli studenti escono. E questo è un parametro che non sta scritto in nessuna riforma ma che deve far parte di un primario dovere etico di chi dell’insegnamento e della ricerca ha fatto mestiere. Se così non fosse dovremmo chiederci – parafrasando l’interrogativo di un grande storico che ha insegnato a decifrare i segni della società, March Bloch: «A che cosa serve l’istruzione?».

Ringraziamenti

Vorrei concludere con un ringraziamento. A tutti coloro che all’interno e all’esterno, fin dal primo giorno, e anche prima, mi hanno mostrato stima, affetto e amicizia. A tutti coloro che hanno creduto e credono in un progetto che mette al primo posto, ancor prima della realizzazione dei programmi, un metodo che ha al suo centro il linguaggio della condivisione dei compiti e delle responsabilità e che non usa l’io della prima persona ma il noi come espressione dell’agire collettivo.
Con questo sentimento e con un forte e chiaro augurio di buon lavoro dichiaro aperto il 504° Anno Accademico dell’Università degli Studi di Urbino «Carlo Bo».

Saluto del rappresentante del personale tecnico amministrativo Joseph Fontana

Magnifico Rettore, autorità, chiarissimi docenti, Direttore Amministrativo e dirigenti, colleghi e studenti, illustri ospiti.
Porgo a voi tutti il saluto del personale tecnico amministrativo e dei collaboratori ed esperti linguistici dell’Ateneo, che ho l’onore di rappresentare in questa importante cerimonia inaugurale.
Permettetemi di rivolgere un saluto particolare al cancelliere Gerhard Schröder, il quale, raccogliendo l’eredità del suo predecessore Helmut Kohl, ha sapientemente guidato, oltre la soglia del nuovo millennio, la Repubblica Federale Tedesca finalmente riunificata.

L’unione e la comunione di intenti, lo spirito di sacrificio, il senso di appartenenza sono valori che anche noi, nel nostro Ateneo, abbiamo saputo custodire e sviluppare.
Stando uniti, nel recente passato abbiamo affrontato e superato i momenti più difficili della nostra storia ultra cinquecententenaria.
Mantenendo quello stesso spirito dovremo fronteggiare le sfide che ci riserva il prossimo futuro.

Si tratta di sfide complesse e delicate, che ci vedono costretti a competere, sottofinanziati rispetto al nostro peso reale, all’interno di un sistema universitario statale che è destinato a perdere quote crescenti del suo fondo di finanziamento ordinario.
Siamo favorevoli al riconoscimento del merito e delle eccellenze mediante l’introduzione nel sistema di meccanismi premiali, ma questi devono essere basati su criteri obiettivi e condivisi; è inoltre indispensabile che a tutti gli atenei siano equamente assicurate le medesime condizioni di partenza.

L’auspicio per i prossimi mesi è allora quello di vedere riconosciuti gli sforzi finora compiuti nel nostro percorso di risanamento verso l’efficienza e la qualità, con il conseguente adeguamento della quota di fondo di finanziamento ordinario di nostra spettanza.

Saremo così messi in condizione di attuare processi di sviluppo e di potenziamento, che potranno consentire sia la valorizzazione delle professionalità che la componente del personale tecnico amministrativo esprime al suo interno, sia la definizione di nuove opportunità per l’inserimento dei colleghi precari.
Nel frattempo, ci auspichiamo che i percorsi già intrapresi verso l’ulteriore qualificazione delle competenze presenti siano seguiti con determinazione; il recente accordo sulla definizione di un piano annuale per la formazione e l’incremento delle risorse previste a bilancio per tale finalità rappresentano il segnale di un ritrovato clima di serenità che lascia ben sperare per il prosieguo.

La formazione continua, la valorizzazione del merito, la partecipazione attiva, la trasparenza nelle scelte, la capacità di proporre soluzioni innovative, la promozione dell’internazionalizzazione: sono questi i fattori di successo che possono contribuire a creare i presupposti per il consolidamento del ruolo del nostro Ateneo nel panorama nazionale e internazionale, in un contesto caratterizzato da un crescente grado di incertezza.

Una incertezza che non è soltanto legata alla limitatezza delle risorse disponibili, ma che è fortemente alimentata da una continua e non sempre indispensabile innovazione normativa; basti pensare alle ripetute riforme sul sistema dell’offerta formativa o ai più recenti interventi di riorganizzazione del pubblico impiego e alle loro ripercussioni sulle norme contrattuali del personale del comparto Università.

Il Disegno di Legge Gelmini, da ultimo, prevede misure che, se entreranno in vigore, incideranno profondamente sul sistema universitario e sull’organizzazione di ciascun Ateneo, limitando al contempo il ruolo, faticosamente acquisito, del personale tecnico amministrativo negli organi di governo.

Nonostante queste difficoltà, i crescenti impegni, il blocco del turn over e delle carriere, il personale che oggi ho l’onore di rappresentare rinnova l’impegno a garantire il proprio essenziale contributo al raggiungimento di elevati standard qualitativi nella didattica, nella ricerca e nei servizi.

Ci auspichiamo che tale apporto possa essere sempre più riconosciuto e apprezzato e che possa rafforzarsi quell’approccio partecipativo che, attraverso la condivisione di obiettivi, strategie e politiche, può assicurare il conseguimento di risultati di eccellenza.

Concludo augurando a tutti un anno accademico proficuo e sereno: possa esso costituire un nuovo e brillante tassello nel mosaico della storia plurisecolare della nostra amata Istituzione.

 

Saluto del rappresentante degli studenti Leonello Perugini

A nome del Consiglio degli Studenti dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” porgo un saluto al Magnifico Rettore, ai Presidi, al Corpo Docente, al Direttore Amministrativo, al Personale tecnico-amministrativo ed alla Comunità Studentesca tutta. Ringrazio per la loro presenza le autorità civili, militari, religiose e l’Illustre Ospite che onora il nostro Ateneo con la “lectio magistralis” dedicata a “il futuro dell’europa”, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico.

L’anno appena trascorso è stato fondamentale nel processo di statizzazione del nostro Ateneo, con il rinnovo degli organi accademici, così come previsto dal nuovo statuto, e con l’elezione del nuovo Rettore.

In queste sedi di confronto, più ampie rispetto al passato, si sono riproposte questioni annose che interessano la vita del nostro Ateneo, con particolare riferimento ai servizi erogati agli studenti, in attuazione del diritto allo studio costituzionalmente garantito; nello specifico stiamo assistendo ad una graduale dismissione delle provvidenze fornite dall’ERSU, non nell’ambito delle borse di studio, ma in quello dei servizi abitativi, di ristorazione e dell’apertura delle biblioteche e delle aule studio. Abbiamo sempre compreso e accettato con responsabilità quei tagli dovuti a ineludibili vincoli di bilancio, ma non possiamo tacere laddove si riconosca l’ esistenza di una logica affaristica tesa a soddisfare in misura maggiore bisogni di politica territoriale anziché la promozione del diritto allo studio “per i meritevoli anche se privi di mezzi”, espressione oramai utilizzata più come clausola di stile che non come richiamo ad un ideale di giustizia sociale.

Il panorama nazionale, d'altronde, non offre spunti incoraggianti, con riforme che si susseguono da anni, riforme non organiche che cercano di proiettare l’Università in una dimensione mercatistica che non le appartiene, sviluppandone gli aspetti deteriori della ricerca del profitto e non quelli, apprezzabili, del riconoscimento del merito e la sua applicazione come criterio di selezione nelle carriere accademiche. Non vanno altrimenti taciute le responsabilità degli organi di governo delle università che hanno approfittato della riforma dell’ordinamento per creare corsi di laurea inutili; questo ha prodotto una duplice serie d’effetti: da un lato si sono illusi gli studenti, i quali si sono ritrovati con un titolo accademico privo di valore, dall’altro si sono caricati di oneri insostenibili i bilanci delle università per creare cattedre superflue.

Quanto detto non costituisce che una parte dell’enorme disagio che l’attuale generazione giovanile vive. Un disagio che tocca tutti i campi in cui i giovani dovrebbero essere protagonisti: nella politica, nel mondo del lavoro, nell’università stessa, chi ad oggi riveste posizioni apicali cerca soltanto di mantenere la propria rendita di posizione, senza preoccuparsi del danno che si viene a creare in tutto il tessuto sociale. Lo stesso Presidente della Repubblica, nel suo messaggio di fine anno, ha riconosciuto le “magnifiche riserve di energia, di talento e volontà” che sono presenti nelle nuove generazioni, le quali sono messe in pericolo dal grave rischio che i giovani “non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro Paese”. La nostra generazione ha accettato responsabilmente le sfide che un mondo profondamente cambiato gli ha posto, ma non è disposta a consentire che la flessibilità diventi precarietà a tempo indefinito, condizione che rende impossibile la formazione di una famiglia, la dignità di una autonomia economica, la legittima aspirazione a promuoversi socialmente e culturalmente. Scelte sbagliate che produrranno nei decenni a venire seri danni al patto tra generazioni, patto che ha permesso al nostro paese di risollevarsi più volte da momenti difficili, come il venir meno delle garanzie previdenziali che lo stato sociale ha (fino ad ora) garantito; la discussione politica stessa non garantisce spazi sufficienti ai temi giovanili, con una classe dirigente più attenta alle istanze delle grandi lobbies che non a tali problemi diffusi nella società. Ancor più inquietante è l’assenza pressoché completa delle tematiche in questione dalle agende politiche di Istituzioni, Partiti, Sindacati.

Le difficoltà che si incontrano nel livello nazionale ed in quello, a noi più vicino, dell’Ateneo Urbinate non ci inducono altrimenti ad arroccarci in posizioni di chiusura al dialogo: ci impegniamo come Consiglio degli Studenti a difendere giorno per giorno ed in tutte le sedi il diritto degli studenti ad avere una didattica di qualità, a poter fruire delle strutture di cui il nostro Ateneo dispone nel modo più efficiente possibile, a garantire dei servizi che permettano una vita dignitosa agli studenti disabili, come è sempre stato fatto da parte nostra. Al Magnifico Rettore riconosciamo come, nei pochi mesi trascorsi dall’insediamento, abbia saputo instaurare un dialogo costruttivo e costante con la componente studentesca; un “Cambio di Passo” sensibile, che ci auguriamo vivamente prosegua negli anni venturi.

Rinnovo, a nome di tutti i rappresentanti degli studenti, la nostra disponibilità ad essere interlocutori affidabili nella costruzione di un nuovo corso dell’Università degli Studi di Urbino, che ci porti a raggiungere dei risultati di qualità ed eccellenza nella formazione degli iscritti, in un ambiente, come quello in cui viviamo e studiamo, unico nel panorama delle università italiane.

Salutandovi, auguro a tutti l’inizio di un anno accademico sereno e proficuo nello studio, nella ricerca, nel lavoro.


Lectio Magistralis di Gerhard Schroeder


Discorso di Gerhard Schröder
Cancelliere della Repubblica Federale di Germania dal 1998 al 2005
in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Urbino

“Il futuro dell’Europa - Opportunità e sfide nell’era della globalizzazione”
venerdì 8 gennaio 2010
Urbino / Italia

Egregio Professor Pivato,
Gentili Signore e Signori!

Mi fa molto piacere poter inaugurare l’anno accademico della rinomata Università di Urbino in veste di dottore honoris causa.

In occasione di questa celebrazione mi avete chiesto di tenere un discorso sul futuro dell’Europa e su opportunità e sfide nell’era della globalizzazione.

Questo argomento tocca la questione di come la politica e l’economia in Europa abbiano reagito agli eventi cruciali dell’anno appena trascorso - e come reagiranno alle conseguenze.

Da un lato abbiamo vissuto una profonda crisi economica e finanziaria che ha interessato tutto il globo coinvolgendo le economie nazionali - con effetti pesanti sulle finanze statali, sui posti di lavoro e sull’attività economica.

Dall’altro, nella Conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Copenhagen, la comunità internazionale non è riuscita a trovare un accordo per far fronte efficacemente al cambiamento climatico.

Da questi due avvenimenti - la crisi economica e finanziaria globale e il mutamento climatico globale - risulta chiaro che le grandi sfide che dobbiamo fronteggiare a livello internazionale possono essere risolte solo attraverso un comune impegno.

Non sono più possibili azioni individuali delle singole nazioni per superare sfide globali. Serve piuttosto una politica multilaterale che punti sulla comprensione e sul dialogo.

Gentili Signore e Signori,
l’Unione Europea è un modello di soluzioni cooperative. Il ricordo della dolorosa storia dell’Europa è stato uno delle principali leve che ci hanno spinto verso un processo d’integrazione.

Il ricordo delle sanguinose e secolari inimicizie prodotte dalla peste del nazionalismo, del delirio razzista e del fanatismo religioso, al termine della seconda guerra mondiale ci ha condotto alla seguente conclusione: “Mai più”.

Questa è l’obiettivo primario dell’unità dell’Europa: pace attraverso l’integrazione - ed è la vera formula di successo e l’essenza stessa dell’Unione Europea.

L’Europa è una comunità sociale, economica, culturale e politica.

L’autore americano Jeremy Rifkin ha descritto l’Unione Europea come il primo sogno transnazionale dell’era globale.

Un’istituzione del tutto particolare, senza un modello storico. Essa agisce come uno Stato benché non sia uno Stato.

Con questa Europa costituita, che in questa forma non è mai esistita e che noi abbiamo creato insieme in questo processo, le persone sono legate dalla comune speranza di una vita vissuta in libertà, pace, benessere e naturalmente anche in sicurezza.

Ma l’Unione Europea deve essere in grado di operare sia all’interno - nel rapporto tra gli Stati membri e i cittadini - che verso l’esterno, nel rapporto con gli altri Stati.

Questo significa: parlare “con una voce” e poter anche implementare le decisioni. Il trattato di Lisbona rappresenta in tal senso un passo importante.

Ricordo ancora bene la storia della nascita di questo trattato.

Nel 2001 noi capi di governo degli Stati membri dell’UE incaricammo una commissione sotto la guida dell’allora presidente francese Giscard d’Estaing di elaborare un nuovo trattato costituzionale.

Eravamo consapevoli del fatto che, dopo l’ingresso di nuovi dodici Stati membri, l’Unione Europea doveva essere riformata a fondo. Le strutture non erano state concepite per 27 Stati membri, i processi decisionali erano complicati e mancavano di trasparenza.

Nel 2004 fu possibile firmare il testo di una costituzione europea a Roma. Sarebbe stata una vera e propria pietra miliare nella storia dell’unione dell’Europa - per esempio con la definizione dei diritti fondamentali.

Purtroppo la costituzione fallì nei referendum in due Stati membri. Tuttavia alcuni punti essenziali sono stati ripresi dal trattato di Lisbona.

Ritengo importanti le seguenti modifiche:

I diritti del Parlamento Europeo sono stati rafforzati. Di conseguenza le decisioni europee hanno una legittimazione democratica più forte di prima.

Con le nuove cariche di Presidente del Consiglio dell’UE e di Ministro degli Esteri dell’UE, l’Unione Europea diventa più riconoscibile all’esterno.

La politica di sicurezza e di difesa comune viene ampliata. In questo modo l’Europa diventa maggiormente operativa nell’impegno per la pace, per i principi del multilateralismo e per un ordinamento internazionale fondato sul diritto dei popoli.

Queste costituiscono delle basi importanti per garantire un futuro solido all’Unione Europea. Ma per noi europei deve essere chiaro che l’Unione Europea si trova in un processo di continuo mutamento.

Le strutture devono essere ulteriormente migliorate affinché l’Unione non perda la propria base di legittimazione presso i cittadini, ma rimanga anche disponibile ad accogliere nuovi Stati membri.

Gentili Signore e Signori,

un compito importante è quello di garantire il nostro modello europeo di Stato sociale. A tutt’oggi solo in Europa si è formato questo specifico tipo di lavoro, di economia e di convivenza improntata sulla solidarietà.

Qui è nato un modello sociale nello spirito e nella tradizione dell’illuminismo, vincolato alla dignità e ai diritti individuali di ogni singolo.

Allo stesso tempo questo modello si basa sul principio della più ampia partecipazione possibile di tutti gli individui al benessere creato, ma anche alle decisioni che riguardano l’intera società.

Questo modello sociale non deve essere confuso con o equiparato a sistemi sociali concretamente realizzati ma completamente diversi, no: a fronte delle differenze formatesi, una siffatta uniformazione non sarà data. Tuttavia, caratteristica comune a tutta l’Europa è la filosofia che sta alla base di questo modello sociale:

Tutti gli individui hanno libero accesso all’istruzione. La parità dei sessi deve essere realizzata in ogni ambito e contesto della vita dell’individuo.

I rapporti di lavoro sono regolamentati per legge in modalità vincolanti. Arbitrio e condizioni di lavoro che non rispettano la dignità umana sono esclusi.

Soprattutto, In tutti gli Stati membri vi è l’aspettativa che le differenti opportunità vengano condotte ad uno stesso livello attraverso una politica sociale fattiva.

Lo Stato e la politica sono impegnati a garantire la tutela e l’equilibrio sociali e ad operare affinché le nostre società funzionino correttamente.

Io penso che ciò abbia a che fare con un determinato profilo umano, che noi custodiamo tutti insieme. È, se così si può dire , la “via di mezzo” europea.

Essa si pone tra un individualismo estremo in cui il singolo prevale su tutto, come avviene negli Stati Uniti ed un collettivismo altresì estremo in cui il singolo vale poco, come avviene in Asia.

L’Europa si contraddistingue per una simbiosi tra individualità e solidarietà. È un modello che offre le opportunità migliori per il futuro. Dobbiamo conservarlo.

Gentili Signore e Signori,

e ciò va sottolineato soprattutto a fronte della crisi finanziaria ed economica globale. Abbiamo bisogno di una morale, un’etica dell’economia - non solo sulla carta, ma innanzitutto nella prassi.

Oggi anche i più strenui sostenitori del libero mercato riconoscono che senza regole imposte dallo Stato un’economia sociale,sostenibile ed efficace non è possibile.

Negli anni scorsi la misura e il senso delle proporzioni nei piani alti, soprattutto delle banche, sono andati perduti.

Quando vengono resi noti gli obiettivi di rendita a breve termine per i resoconti trimestrali e gli elevati profitti vengono indicati come motivo che giustifica i licenziamenti, questo si può definire solo “disumano”, nel vero senso della parola.

E le liquidazioni milionarie che i manager ricevono dopo aver portato un’azienda al fallimento o i bonus sproporzionati che incassano i banchieri sono semplicemente indecenti. Tali fatti sono lesivi del sentimento di giustizia.

Ciò di cui noi ora abbiamo bisogno è ricordare la forza del modello europeo di stato sociale. L’Europa si contraddistingue per la sua equità sociale e per la convivenza pacifica. Questo parametro di sicurezza sociale dobbiamo conservarlo per gli individui e le loro famiglie.

Adesso noi dobbiamo ripristinare un sistema economico in cui l’economia sia al servizio degli individui e cosituisca una componente responsabile della società.

In questo senso la crisi ha portato anche qualcosa di buono. A mio avviso essa rappresenta un punto di svolta verso economie sostenibili, verso una convivenza equa e un ordine regolamentato del mondo. Questa chance dobbiamo coglierla e sfruttarla.

Gentili Signore e Signori,

La crisi finanziaria globale ha segnato un punto di rottura storico con il passato: paesi emergenti come Brasile, Russia, India e Cina hanno acquisito potere sul piano economico e politico.

Oggi questi quattro mercati gestiscono insieme il 15 percento dela resa economica globale ed il 13 percento del commercio internazionale. Inoltre possiedono la metà delle riserve valutarie di tutto il mondo.

Alla crescita del potere economico deve corrispondere una maggiore responsabilità internazionale.Esigerla è una cosa, ma si deve anche chiudere con la politica biclassista nella comunità internazionale.

A questi Paesi bisogna concedere più peso nelle istituzioni internazionali. Per questa ragione ci serve un’istituzione come il G20 in veste di nuovo gruppo di comando globale che coinvolga anche i Paesi emergenti.

Per quanto riguarda le modalità di risoluzione della crisi economica e finanziaria, le proposte del G20 avanzate nell’ultimo incontro a Pittsburgh sono giuste.

In particolare le riforme globali del mercato finanziario e l’apertura del commercio internazionale possono fungere da guida se applicate in tutto il mondo.

La questione fondamentale è capire se gli Stati del G20 e la comunità internazionale possano imporsi contro le forze di Wallstreet e della City di Londra che vogliono ripristinare la deregulation.

Così si pone la questione del ripetersi di una tale crisi finanziaria globale. Noi dobbiamo fare di tutto affinché ciò diventi improbabile.

Gli Stati non potrebbero semplicemente permettersi di gestire una seconda volta una crisi di tali dimensioni.

Dunque non deve ripetersi. E perciò abbiamo bisogno di regole globali alle quali tutti devono attenersi.

Gentili Signore e Signori,

all’inizio del XXI° secolo noi assistiamo ad una crescita politica ed economica dell’Asia, in particolare di India e Cina. Il quesito centrale per noi in Europa è: quale ruolo giocherà il nostro continente in futuro?

Noi europei dobbiamo lavorare in modo che il nostro continente diventi un fattore di forza globale non solo sul piano economico, ma anche politico. Noi dobbiamo diventare il terzo polo della politica mondiale accanto a Cina e USA.

Il fallito summit sul clima a Copenhagen ha messo l’Unione Europea dinanzi ad un fatto chiaro: l’Unione Europea è ben lungi dall’affermarsi come fattore di forza globale. A Copenhagen gli europei non erano partecipi delle decisioni. I soggetti della trattativa erano alla fine gli USA, la Cina, l’India e il Sudafrica.

Nessun Paese europeo, né la Francia né la Germania né la Gran Bretagna o l’Italia erano presenti. Nemmeno l’Unione Europea

Ciò rispecchia il nuovo ordinamento mondiale. Con la caduta della cortina di ferro è cessato anche il sistema bipolare. In seguito abbiamo avuto una fase intermedia caratterizzata dall’egemonia statunitense, la quale ha avuto un epilogo tragico culminato nell’ errore della guerra in Irak.

Ora abbiamo un ordinamento mondiale multipolare in cui, accanto agli USA, giocano un ruolo economico e politico più importante Cina, lIndia, Brasile ma anche Sudafrica e Russia.

Con i suoi 500 milioni di abitanti e in quanto economia più forte del mondo, l’Unione Europea ha indiscutibilmente il potenziale per essere un attore decisivo della politica mondiale.

L’Unione Europea e i suoi Stati membri devono però essere anche disposti a sfruttare questo potenziale. Ciò sarà possibile solo se continueremo l’integrazione verso l’interno e l’ampliamento verso l’esterno.

Per l’integrazione verso l’interno è importante continuare sulla strada tracciata dal Trattato di Lisbona.

Inoltre l’Unione Europea deve potenziare le sue possibilità di estensione. Il Trattato di Lisbona ha creato le premesse istituzionali per accogliere altri membri nell’Unione.

Ciò riguarda le trattative in corso con la Turchia e la Croazia nonché le prospettive di accesso degli altri Paesi dell’area balcanica.

Dal punto di vista geopolitico, a mio avviso, due Stati rivestono un ruolo centrale per l’Unione Europea: la Turchia e la Russia.

Gentili Signore e Signori,

non è un segreto: io ero e sono un convinto sostenitore dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea. E durante il mio mandato ho fatto di tutto affinché il processo di accesso potesse avviarsi.

In quanto io ero e resto persuaso che tale integrazione rivesta un’importanza basilare per entrambe le parti e costituisca un guadagno in tema di benessere e sicurezza.

Sotto la guida del premier Erdogan la Turchia è cambiata molto, si è democratizzata e modernizzata in una misura che nessuno dieci anni fa avrebbe mai osato sognare, neppure lontanamente.

Noi vediamo una democratizzazione fondamentale del Paese. I passi che vengono fatti hanno una portata storica.

L’approccio politico di riconoscere la minoranza curda nella nazione e riconoscere ad essa pari diritti può creare le premesse per porre fine pacificamente a un conflitto cruento che dura da anni e per risolverlo in modo duraturo.

Questo deve essere sottolineato soprattutto ora, in un momento in cui in Turchia sono attivi gli avversari nazionalisti di questo processo di riconciliazione. Ed è un motivo per sostenere il governo turco nella sua politica progressista nei confronti dei curdi.

Un’importanza pari nella politica interna ed estera è il processo di riavvicinamento tra turchi e armeni. Questo processo apre una prospettiva di pace nella regione caucasica martoriata dai conflitti.

La pace non è possibile senza lo sviluppo e il benessere economico per tutta la regione.

L’Unione Europea e le comunità internazionali sono ben intenzionate a sostenere questi due sviluppi politici, ma soprattutto ad appoggiare il governo turco.

Lo stesso dicasi per la procedura di ingresso della Turchia. L’ingresso di questo Paese emergente è economicamente importante per l’Unione Europea, ma ancora più rilevanti sono le conseguenze geopolitiche.

La capacità della Turchia di fungere da ponte tra l’Europa e il Vicino e Medio Oriente non potrà mai essere apprezzata abbastanza.

Perciò un ingresso della Turchia nell’Unione Europea è di grande importanza sul piano della politica della sicurezza per tutto il nostro continente.

Gentili Signore e Signori,

d’altro canto sono fermamente convinto che l’Europa possa dispiegare il suo potere globale se sa approfittare delle risorse e dei potenziali della Russia.

E sono più che certo che noi dobbiamo legare quanto più possibile la Russia all’Europa e alle strutture europee. Perché solo così potremo conservare la pace e la sicurezza sul nostro continente.

Proprio per la Germania questo è un compito, se non addirittura un dovere, che trova le sue ragioni nella storia stessa della Germania.

Nella seconda guerra mondiale - da cui sono trascorsi poco più di sei decenni - i giovani russi e i giovani tedeschi si sono ritrovati di fronte in una guerra assassina scatenata dalla Germania di Hitler.

Nell’Unione Sovietica di allora hanno perso la vita 27 milioni di persone. Per questa ragione molti, soprattutto coloro che l’hanno vissuta, sanno quanto siano importanti la pace e la stabilità in Europa.

Perciò noi facciamo bene ad verificare di frequente, anche pubblicamente, che lo sviluppo storico che coinvolge sia la Russia che l’Europa integrata si diriga e debba essa stessa condurre verso una prospettiva di collaborazione.

Ecco quindi l’importanza della conciliazione con la Russia, che, a fronte della storia russo-tedesca, io ritengo quasi un miracolo.

E in quanto socialdemocratico mi sia concesso di ricordare che è stato soprattutto Willy Brandt con la sua politica rivolta ad Est ad aprire una breccia nel muro dell’inimicizia apparentemente incancellabile.

Questo è un patrimonio prezioso che dobbiamo conservare e di cui dobbiamo avere cura.

Pertanto non dobbiamo dare retta a coloro che vogliono ricostruire muri, questa volta retorici e ideologici. Piuttosto dobbiamo fare in modo che il rapporto tra Europa e Russia rimanga possibilmente stretto e improntato sulla fiducia.

Che cosa significa questo? Per quanto concerne i rapporti tra Europa e Russia noi abbiamo scelto il concetto della “partnership strategica”. Come europei dovremmo riflettere e domandarci se vogliamo approfondire ulteriormente questa partnership, anche sul piano istituzionale.

Se ha senso avere una “partnership privilegiata” con una nazione all’esterno dell’Unione Europea, questa nazione è la Russia. E con ciò intendo dire una collaborazione stretta ed un partenariatoche si sviluppa in strutture comuni.

Gentili Signore e Signori,

la Russia possiede interessi e tradizioni di antica data che spaziano dall’Europa all’Asia, ma in prima luogo la Russia si considera una nazione europea. E questo noi dovremmo coglierlo come un’opportunità.

La Russia infatti ha ancora un’alternativa politica: volgere lo sguardo verso l’Asia.

Noi assistiamo alla costruzione di strutture militari bilaterali nell’Asia centrale nonché di strutture multilaterali nella regione dell’Eurasia, faccio allusione al Patto di Shangai.

Di questa organizzazione fanno parte Cina, Russia e quattro repubbliche dell’Asia centrale, le quali cooperano strettamente con l’India, il Pakistan e l’Iran. In questo contesto sta nascendo uno spazio comune di collaborazione politica, economica e soprattutto di politica energetica.

Ciò non deve essere negativo perché la stabilità in questa regione è positiva anche per la pace e lo sviluppo nel contesto globale.

Ma noi europei dobbiamo fare attenzione che la Russia non si orienti troppo in questa direzione. Non è né politicamente né economicamente nel nostro interesse.

Nel quadro di questa partnership strategica l’Europa può essere d’aiuto nel processo di modernizzazione - sia economico che sociale.

D’altra parte noi possiamo accedere alle immense risorse di materie prime della Russia. Materie prime che in Germania e in Europa mancano.

E materie prime alle quali noi, nel mondo, possiamo accedere soltanto con difficoltà e a rischio di contenziosi, nonché in misura limitata e a costi elevati
Gentili Signore e Signori,

la Russia gioca un ruolo centrale nella questione su come noi europei, a fronte di una maggiore domanda globale di energia, possiamo “assicurare” un futuro equo e innanzitutto pacifico a tali riserve.

Nei prossimi decenni infatti, malgrado i nostri sforzi per le energie rinnovabili, l’Europa dipenderà in misura sempre maggiore dalle importazioni di petrolio e gas.

Chi getta uno sguardo sul mappamondo constaterà che, a seguito dell’instabilità nel Vicino Oriente e in Africa, è soprattutto la Russia ad essere in grado di coprire questo fabbisogno a lungo termine ed in modo affidabile.

Meno del 40 percento delle nostre importazioni di gas sono coperte dalla Russia. Questa cifra non deve spaventarci perché non è ancora un sintomo di dipendenza. Quello che deve spaventarci è invece il fatto che l’80 percento delle forniture russe arrivino tuttora con una condotta che attraversa l’Ucraina.

Dunque non abbiamo problemi di fornitura, tuttavia abbiamo un problema di transito. E perciò dobbiamo sviluppare più percorsi di trasporto possibili - non solo dalla Russia ma anche da altri Paesi.

E proprio da questo riconoscimento scaturisce il senso di progetti come Nord Stream, la pipeline che trasporta il gas attraverso il Mar Baltico, e anche altri progetti di pipeline, come la South Stream, a cui partecipano ditte italiane.

Il dibattito che si svolge attorno a questi progetti dimostra altresì che siamo sulla strada giusta per estendere ulteriormente le nostre partnership internazionali per l’energia.

Se noi intensifichiamo queste partnership per l’energia - non solo con la Russia ma anche con la Norvegia, l’Algeria, il mondo arabo - la dipendenza sarà reciproca.

Questo è importante per entrambe le parti, e tale reciprocità condurrà alla fine ad un incremento della sicurezza degli approvvigionamenti.

Lo stesso dicasi per la collaborazione nell’industria energetica - in particolare attraverso le partecipazioni multilaterali, nel sostegno, nella distribuzione e in un’infrastruttura comune.

Anche queste sono misure che servono a creare fiducia, producono effetti di stabilità e favoriscono l’affidabilità. Tuttavia noi in Europa non dobbiamo precludere i nostri mercati dell’energia agli impegni internazionali.

A tal fine è necessario un dialogo politico intenso tra Paesi produttori, Paesi di transito e Paesi consumatori. Ma noi dovremmo essere consapevoli del fatto che questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso la cooperazione.

Non dovremmo dare ascolto a coloro che considerano la politica energetica come parte di una strategia militare. Da parte mia ritengo che, fare ad esempio della politica energetica un compito della NATO, sia fuorviante. Come pure l’idea di coinvolgere l’esercito tedesco per mettere in sicurezza le forniture di materie prime.

È tutto come una “self-fulfilling prophecy”. Alla fine pochi credono veramente che si debba scatenare una guerra per il petrolio.

Piuttosto dovremmo puntare sul dialogo e sulla compenetrazione reciproca. Sono fermamente dell’avviso che questa sia la strada giusta - e perciò sostengo con tanto impegno la nostra partnership per l’energia con la Russia.

Gentili Signore e Signori,

permettetemi infine un’osservazione su un referendum popolare che si è svolto in Svizzera, che si è trasformato in unun peso per tutta l’Europa in quanto tocca il nostro rapporto con il mondo islamico.

Il referendum in Svizzera per vietare la costruzione di minareti non è stato particolarmente saggio, per usare un eufemismo.

Nessuno mette in discussione il diritto della popolazione svizzera alla partecipazione democratica. Ma non è ammissibile che i diritti fondamentali di minoranze diventino oggetto di referendum popolari.

Con questa votazione è stata consapevolmente emarginata una parte della società. E il pericolo che questa emarginazione si riproduca in altre società europee è grande. Sarebbe fatale.

Noi dobbiamo infatti riconoscere che l’Islam è diventato parte di tutte le società europee. Nell’Unione Europea vivono circa 16 milioni di persone seguaci di una confessione islamica.

I fondamenti della convivenza in una società europea multiculturale e multireligiosa sono chiari:

le persone di culture diverse che vivono e vogliono vivere in Europa devono riconoscere con chiarezza e senza fraintendimenti il nostro ordinamento giuridico e le nostre regole democratiche.

Ma integrazione non significa assimilazione. Non deve significare mettere da parte differenze culturali e religiose. Un approccio siffatto all’integrazione deve essere condannato a fallire.

Purtroppo, dopo gli avvenimenti dell’11 settembre 2001, l’immagine esistente in Europa dell’islam e dei musulmani ha un’impronta negativa.

Io ritengo che ciò sia pericoloso: noi dovremmo guardarci da distorsioni e generalizzazioni avventate. Dobbiamo essere pronti a differenziare.

E non possiamo lasciare che ciò che è estraneo venga considerato nemico a priori. Il riconoscimento dell’altro come pari è un progresso culturale che contraddistingue noi europei e per il quale vogliamo impegnarci in tutto il mondo.

Per differenziare serve onestà, che deve caratterizzare il nostro rapporto con ogni minoranza. L’Islam è vario e le società islamiche sono molteplici. Non dovremmo definire le persone unicamente sulla base della loro religione.

Ognuno opera nel quadro delle proprie condizioni sociali, che non sono stabilite solo dalla religione ma anche da fattori economici, sociali e politici. Ciò riguarda i musulmani come anche i cristiani, gli indù o i buddisti.

Inoltre l’islam non è un’ideologia politica. È la fede di oltre un miliardo di persone, le quali, come tutti, vogliono vivere in pace, nel benessere e in sicurezza.

Il dialogo interreligioso è dunque importante per arrivare alla pace, perché in ogni religione vi sono minoranze fondamentaliste. Ma se noi lasciamo che siano queste minoranze a definire la convivenza sociale, abbiamo già perso.

Nel dibattito si mette spesso in campo la libertà religiosa.

Deficit nella libertà religiosa in alcuni Stati islamici, ma di gran lunga non in tutti, non si possono negare, ma non possono costituire un pretesto per motivare una limitazione dei diritti in Europa.

Noi in Europa ci consideriamo società “illuminate”. Nell’Illuminismo si è affermata l’idea dello Stato laico.

Si è trattato di un enorme processo di civilizzazione, il quale ha costituito una premessa per la convivenza pacifica in Europa. E su questa base Illuminismo non significa, per l’appunto, riprodurre in casa nostra le carenze delle altre società.

La libertà di religione è un patrimonio prezioso che per buoni motivi noi tuteliamo - e dobbiamo tutelare.

Il divieto generalizzato dei minareti costituisce pertanto una rottura con i principi centrali del progetto europeo di una comunità transnazionale, multireligiosa e multietnica costituita da soggetti consapevoli.

È una rottura con l’Illuminismo e i valori che sono scaturiti dalla Rivoluzione francese.

Ciò che è particolarmente pericoloso è chei populisti di destra attaccano in primo piano l’islam, ma in realtà non vogliono altro che la distruzione del progetto europeo.

Essi sono avversari del processo di unificazione europea e perciò noi dobbiamo opporci con tutta la nostra forza a questi populisti di destra.

Gentili Signore e Signori,

sono fermamente convinto che le modalità con cui la Germania, l’Europa e la comunità internazionale riusciranno a superare la crisi economica e finanziaria saranno decisive per il tipo di sviluppo che segnerà la nostra convivenza globale - sul piano politico, economico e culturale.

Nella politica internazionale dobbiamo riprendere la strada della cooperazione e superare il vecchio schema mentale “amico-nemico”.

A questo scopo abbiamo bisogno dello strumento sul quale la buona “vecchia Europa” ha sempre puntato: dialogo e cooperazione.

Vi ringrazio per la vostra attenzione!

 

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