dalle origini, XVII e XVIII secolo, l'Ottocento, il Novecento ad oggi.
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Le origini
L’origine dell’Università di Urbino è strettamente legata alla storia dell’omonimo Ducato che, agli inizi del XVI secolo, era Vicariato di Santa Romana Chiesa, retto in successione da Guidubaldo I da Montefeltro (1482-1508) e da Francesco Maria I Della Rovere (1508-1538). Infatti, una serie di vicende, che sembrano unire l’interesse generale della Santa Sede e il nepotismo di papa Giulio II, segnò, tra il 1506 ed il 1507, la nascita del primo nucleo di quello Studio pubblico che avrebbe determinato nei secoli e fino ai nostri giorni le sorti di Urbino.
Tutto nasce con il decreto di Guidubaldo I che il 26 aprile 1506 riordinava il Collegio dei Dottori di Urbino e con la bolla di Papa Giulio II, Ad Sanctam Beati Petri Sedem Divina Dispositione Sublimati, datata 18 febbraio 1507, che costituiscono i documenti istitutivi più importanti della Magistratura urbinate, che, tra l’altro, aveva anche la facoltà di dottorare.
È necessario osservare che, se il potere giuridico di Guidubaldo da Montefeltro era quello, ampio, concesso ai Vicari della Chiesa, i suoi domini e quelli rovereschi restavano sottoposti alla giurisdizione ultima ed alla sovrintendenza del Rettore della Marca, del Legato di Bologna e di quello di Perugia, data la complessa posizione geografica del territorio.
La bolla di Giulio II aumentava le prerogative dei Montefeltro con “il sottrarre totalmente, separare e liberare da ogni giurisdizione e dalla soprintendenza del Rettore della Marca, nonché delle Legazioni di Bologna e di Perugia” il Ducato di Urbino, creando cioè una magistratura competente anche per i territori della Signoria di Senigallia e del Vicariato di Mondavio, stabilendo che il Collegio dei Dottori avesse un’ autorità pari a quella del Rettore della Marca (fatto che consentirà, dopo la fine della dinastia roveresca, la nascita della Legazione di Pesaro e Urbino). Sono, dunque, facoltà di ampliamento giuridico e territoriale quelle che solo il pontefice poteva conferire alla magistratura ordinata da Guidubaldo.
Il Collegio urbinate ha la facoltà di dottorare, come provano molti documenti, e acquista subito buona fama. Le sue prerogative vengono ampliate dalla bolla di Pio IV Sedes Apostolica Gratiarum Abundantissima Mater del 22 febbraio 1564, che conferisce al Collegio dei Dottori più ampie prerogative “ad instar nonnullorum aliorum Italiae Collegiorum”.
La bolla è assai importante ai fini della storia dell’Università, perché non solo conferma al Collegio la facoltà di dottorare in legge, ma gli conferisce anche quella di attribuire la laurea poetica, di promuovere ai gradi di baccalaureato, licenziatura, dottorato e magistero in diritto civile, in utroque jure, in medicina e in ogni altra facoltà consentita.
Subito il duca Guidubaldo II Della Rovere, affinché la concessione non restasse sulla carta, la fece diffondere con bandi in tutto lo Stato, decretando, il 17 agosto 1565, che nessuno potesse più ricevere lauree o gradi accademici se non dal Collegio urbinate e – fatto ancora più importante – che nessuno potesse esercitare alcun ufficio se non avesse riportato prima il titolo accademico necessario a ricoprirlo.
XVII e XVIII secolo
Notevoli cambiamenti in seno al Collegio furono determinati dalla bolla, emanata da papa Urbano VIII l’ 8 luglio 1636, Cum Sicut Pro Parte Dilectorum Filiorum Communitatis.
Lo stato giuridico delle terre urbinati era profondamente mutato: tutto il ducato, dopo l’estinzione della casata roveresca, avvenuta nel 1631, faceva ormai parte della Legazione di Pesaro-Urbino.
Per quel che concerne lo Studio pubblico venivano confermati gli antichi privilegi, sempre facendo riferimento alle precedenti bolle pontificie di Giulio II e Pio IV, considerandole i due documenti istitutivi dello Studio stesso. La comunità cittadina si sostituì nella protezione dello Studio pubblico ai duchi scomparsi.
Comprensibili e giustificate le suppliche rivolte ai vari pontefici perché concedessero allo Studio cittadino tutti i privilegi dell’Università di Ferrara, considerando l’autosufficienza economica raggiunta non solo grazie ai provvedimenti dei diversi pontefici, ma anche a quelli della comunità, oltre alle donazioni e ai lasciti testamentari di privati cittadini.
Il 6 aprile 1671 Clemente X emanava la bolla Aeternae Sapientiae che riconosceva lo sviluppo raggiunto dallo Studio urbinate, la fama da esso acquisita e la posizione della città molto adatta a chi volesse dedicarsi allo studio. Il Pontefice istituiva Unam Universitatem Studij Generalis, concedendole anche i beni del soppresso Ordine dei Gesuati.
Nasceva così l’Università di Urbino, dotata di un considerevole patrimonio che le consentiva sicurezza economica.
L'Ottocento
La crescita dell’Università continuava, raggiungendo trentotto cattedre nel 1808 quando, e per l’intero periodo napoleonico, venne a tacere del tutto con conseguenze drammatiche che impoverirono lo Studio. A Restaurazione avvenuta, essa riapriva faticosamente i suoi insegnamenti, ma nella bolla di Leone XII, del 5 settembre 1824, Quod divina sapientia (che riordinava gli Studi superiori) l’Università di Urbino non venne compresa affatto, soprattutto per il suo disastroso bilancio economico.
Solo le pressioni del cardinale Giuseppe Albani e l’intervento finanziario del Comune la salvarono da quella decretata (e nella pratica mai messa in atto) soppressione e, nel 1826, la Sacra Congregazione degli Studi la dichiarò meritevole di essere compresa tra le università secondarie (assieme a quelle di Ferrara, Perugia, Macerata, Camerino e Fermo).
Provvista di buoni docenti, grazie al sistema dei concorsi prescritti dalla bolla di Leone XII, l’Università urbinate riprese i propri corsi nel novembre del 1826.
L’importante momento è sottolineato dalla nascita del gonfalone dell’Università che rappresenta Maria Immacolata (dogma promulgato da Pio IX solo nel 1854) sotto i cui piedi è posto lo stemma dei Montefeltro a ribadire visivamente la nascita dell’università al tempo dell’ultimo duca della casata, Guidubaldo.
I moti del 1830-31 portarono ad una brevissima chiusura dell’Ateneo: un gruppo di docenti partecipò al Comitato provinciale costituito dagli insorti che, con decreto 4 marzo 1831, decretava la fine della giurisdizione ecclesiastica sull’Università, ma il 4 agosto 1832 il cardinale segretario di Stato Bernetti la dichiarava Stabilimento provinciale, dotandola di un notevole contributo annuo a carico della Legazione che consentì l’acquisto di strumenti moderni per i gabinetti scientifici; il restauro e l’ampliamento di Palazzo Bonaventura (antica dimora dei Montefeltro e ancor oggi Sede centrale dell’Università e della Biblioteca allora organicamente costituita).
Il primo provvedimento post-unitario del regio commissario Lorenzo Valerio devolveva, il 3 gennaio 1861, alla Biblioteca i libri ed i documenti scientifici posseduti dagli Ordini religiosi soppressi nell’intera provincia di Pesaro-Urbino.
Il regio decreto del 23 ottobre 1862, n. 912 ne decretava il nuovo assetto giuridico, dichiarandola Università libera ed incaricando il Consiglio provinciale di compilarne lo Statuto che doveva essere sottoposto all’approvazione del Ministero della Pubblica Istruzione, stabilendo che sarebbe stata sottoposta al Regolamento generale delle Università del Regno per ciò che concerneva il conferimento dei titoli.
Lo Statuto venne approvato il 23 ottobre 1863. L’ Ateneo risultò composto dalla Facoltà di Legge, dal primo biennio della Facoltà di Fisica e matematica, dal Corso Chimico-farmaceutico e dai Corsi di Flebotomia e di Ostetricia. Con il contributo del Municipio fu riaperto, nel gennaio 1895, il Corso di Medicina veterinaria.
L’Università aveva un rettore o reggente, un Consiglio di reggenza composto dai presidi delle due Facoltà e da due professori nominati annualmente dal Consiglio provinciale e da un corpo accademico ordinato secondo le norme della legge Casati (13 novembre 1859).
Così organizzata e finanziata da una rilevante somma della Provincia, l’Università cominciò ad operare, acquistando buona fama, come è testimoniato dai Discorsi rettorali, conservati a partire dal 1867. Ma, ancora una volta, sia le difficoltà economiche degli enti finanziatori (Provincia e Municipio) sia i cambiamenti introdotti a livello nazionale, portarono ad una serie di modifiche nel 1885: le autorità accademiche presero la coraggiosa decisione di sopprimere alcuni corsi e facoltà, motivando la loro scelta con la scarsità degli studenti che vi accedevano e con la necessità di sostenere ed aumentare l’ottima crescita della Facoltà di Giurisprudenza e delle due Scuole di Farmacia e di Ostetricia, che rendevano necessari maggiori investimenti, aumentandone le cattedre.
L’Ateneo diventava Libera Università Provinciale. La costituzione degli organi accademici e l’ordinamento degli studi si adeguava alla normativa nazionale.
Il Novecento Dopo l’emanazione del nuovo Ordinamento dell’Istruzione superiore, nel 1923, l’Università ha conservato il riconoscimento di Università libera ed il relativo Statuto è stato approvato con regio decreto dell’8 febbraio 1925 (n. 230), successivamente aggiornato, a partire dal 1929. Lo statuto di Università libera poggia ancora sull’art. 4 del Testo unico delle leggi sull’Istruzione superiore, 1933: “Le Università e gli Istituti superiori liberi non hanno contributo a carico del bilancio dello Stato” e sull’art. 14 della legge 18 del dicembre 1951 (n. 1551): alle Università libere “può” essere concesso un contributo “a compenso delle minori entrate determinate dall’entrata in vigore della presente legge” (che esonerava dal pagamento delle tasse varie categorie di studenti di condizioni disagiate).
Alla ripresa, dopo la prima guerra mondiale, l’Università era così composta: l’antica Facoltà di Giurisprudenza, arricchita nei suoi insegnamenti; la Facoltà di Farmacia, costituita sull’antica scuola, a partire dal 1933, e la Facoltà di Magistero, istituita con regio decreto del 27 ottobre 1937 (n. 2038) che potenziò vigorosamente l’Ateneo con il notevole afflusso di studenti da tutt’Italia. Nel 1947, nonostante la crisi determinata dalla seconda guerra mondiale, gli iscritti erano 3.150 e l’anno precedente si erano aperti anche i Corsi estivi.
Carlo Bo nel Discorso inaugurale di quell’anno accademico commentava che “la vita moderna porta a correzioni e a mutamenti anche nel campo degli studi, bisogna saper cogliere il momento opportuno per queste innovazioni”.
Sembra il programma dei cinquantaquattro anni di rettorato di Carlo Bo (al quale nel 2003 è stata intitolata l’Università) scandito in parte dai Discorsi rettorali che vanno dal 1947 al 1967: il rettore decise la sospensione della cerimonia inaugurale dell’ anno accademico urbinate, in seguito alle ben note manifestazioni studentesche del 1968.
La tradizione è stata ripresa solo nel 2002 dal nuovo rettore, Giovanni Battista Bogliolo, eletto nel 2001.
Ben visibile, già dagli anni Cinquanta, il nuovo corso impresso alla vita ed allo sviluppo dell’Università da Carlo Bo, con il coinvolgimento diretto delle forze politiche e amministrative locali, mentre gli interventi a livello nazionale non potevano che essere straordinari e ottenuti, di solito, in seguito a personali sollecitazioni di autorità politiche ed accademiche.
L’Università e la città ebbero il coraggio di puntare sul potenziamento delle istituzioni culturali nel loro complesso che comportavano un piano di ristrutturazione che coinvolgeva l’intero tessuto urbano ed extra-urbano con un piano regolatore audace, affidato all’architetto Giancarlo De Carlo: alla ristrutturazione degli antichi edifici universitari si accompagnava la costruzione dei nuovi, non senza infinite polemiche sul riuso dei centri storici.
L’impulso dato da Carlo Bo allo sviluppo dell’Università è ben esemplificato dalle sue realizzazioni: le nuove facoltà segnano l’inizio della più ampia diffusione degli edifici universitari nel centro storico, attraverso un’accorta politica di acquisti e di permute di immobili (con la collaborazione dell’amministrazione comunale) destinati ad accogliere facoltà ed istituti in rapido incremento.
Nel 1960 iniziava la costruzione del primo nucleo dei collegi universitari, sul Colle dei Cappuccini (150 posti con relativi servizi, destinato ad ampliarsi fino ad accogliere 1500 studenti).
Impressionante la rapidità della crescita, sempre accompagnata dalla ristrutturazione di antichi edifici per accogliere le nuove facoltà: Lettere e Filosofia nel 1956-57; Economia e commercio con sede in Ancona nel 1959-60, continuata ad Urbino nel 1982-83 e collocata di recente nel prestigioso e restaurato Palazzo Battiferri; con l’anno accademico 1967-68 si apriva il Corso di laurea in Scienze politiche (divenuto Facoltà nel 1992) presso l’antica Facoltà di Giurisprudenza che l’anno dopo si trasferiva, con il fondo giuridico della Biblioteca, nella restaurata sede dell’ex-convento di Sant’Agostino; nel 1971-72 si avviava la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali; nel 1970-71 si apriva il Corso di laurea in Sociologia (divenuto Facoltà nel 1991) presso la Facoltà di Magistero che, nel 1976-77, si trasferiva nella grande sede di via Saffi (ex convento di Santa Maria della Bella); nel 1991 nasceva la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere a Palazzo Petrangolini; nel 1992 quella di Scienze ambientali; nel 1997 la Facoltà di Scienze della formazione e nel 1999 la Facoltà di Scienze motorie sostituiva l’ ISEF (Istituto Superiore di Educazione Fisica, nato nel 1962-63).
Il rettore Giovanni Bogliolo ben riassunse l’opera del suo predecessore, affermando nella relazione inaugurale dell’anno accademico 2001-2002: “Tutto quello che oggi l’Università di Urbino è lo deve a Carlo Bo.”
Naturale conseguenza di tale assunto fu l’intitolazione dell’Ateneo nel 2003 a colui che la resse gloriosamente e tanto a lungo.
Il 2006, anno delle celebrazioni per il Cinquecentenario dell’Università Carlo Bo di Urbino, venne celebrato con grandi eventi e manifestazioni, culminati nella Cerimonia di Inaugurazione dell’anno accademico 2006-2007 alla presenza di Umberto Eco.
Il 24 settembre 2009 l’ateneo ha eletto quale attuale rettore Stefano Pivato, Ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, facoltà della quale era stato Preside dal 2002 al 2008.
Gestire la delicata fase della statizzazione dell’Ateneo, decretata il 22 dicembre 2006 con scadenza quadriennale, senza penalizzarne la qualità, l’offerta formativa e i servizi è stato il compito che si sono dati il Rettore e gli organi dell’Ateneo. In particolare, nell’adeguare lo statuto alle norme statali, è stato potenziato il rapporto dell’Ateneo con le realtà produttive e sociali del territorio mediante l’ingresso di tre membri esterni nel CdA e l’istituzione del Tavolo di Consultazione.
Un ruolo fondamentale per il rilancio dell’Ateneo è ora affidato alla vocazione internazionale del binomio Università-città. In tale direzione vanno la creazione del Collegio Internazionale e l’istituzione dell’Urbino International Centre.
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