Presentazione

L’età del progressismo è tornata al centro degli interessi e degli interrogativi della storiografia. Lo testimonia il posto che essa occupa nel libro di storia contemporanea più letto e discusso degli ultimi anni. Ne Il secolo breve, come è noto, in controtendenza rispetto alle letture per le quali il totalitarismo costituisce l’elemento tristemente caratterizzante del XX secolo, Hobsbawm ritiene che il progressismo sia il perno del Novecento e, in un certo senso, il suo lascito più notevole e duraturo. Hobsbawm definisce il progressismo come un’Età dell’Oro che caratterizza l’arco di tempo che va dalla conclusione del secondo conflitto mondiale ai primi anni settanta, in particolare, alla guerra del Kippur e alla crisi petrolifera del 1973.

I presupposti dell’Età dell’Oro sono individuati da Hobsbawm negli anni trenta e nei primi anni quaranta contrassegnati dall’alleanza antifascista e antinazista tra comunismo e capitalismo la quale rappresenta “il cardine della storia del nostro secolo, il suo momento decisivo”. Nel dopoguerra, la competizione tra comunismo e capitalismo per l’egemonia mondiale determinò la più vasta e profonda riforma delle istituzioni sociali e politiche della modernità e, soprattutto, la più rapida e globale trasformazione materiale, tecnologica e culturale della storia. In futuro, osserva Hobsbawm, la storiografia ricorderà con molta più enfasi questo cambiamento rispetto al confronto tra comunismo e capitalismo che risulterà, in tal senso, “assai meno interessante”.

L’Età dell’Oro è definita da una crescita congiunta dei principali indicatori della costituzione materiale dei sistemi economici e sociali: aumenta la produzione agricola in termini assoluti (negli anni Cinquanta e Sessanta la produzione di beni alimentari dei paesi poveri si accresce più rapidamente di quella dei paesi più ricchi); scompaiono quasi del tutto le grandi carestie del passato (tranne che in Cina alla fine degli anni Cinquanta provocate prevalentemente da cause politiche); il prezzo delle materie prime e delle fonti energetiche si mantiene costante sino alla fine degli anni Sessanta, tra i primi anni Cinquanta e la seconda metà degli anni Sessanta la produttività media nei settori industriali e nei servizi non ha eguali; cresce prepotentemente la popolazione mondiale e si allunga l’aspettativa di vita in quasi tutti i paesi. In quei decenni si verifica una rivoluzione senza precedenti nei trasporti e nelle comunicazioni; si manifesta il più massiccio trasferimento mai avvenuto di popolazioni dalle aree rurali alle metropoli; si impongono notevolissime trasformazioni nelle relazioni familiari, generazionali e sessuali…. e la lista potrebbe continuare a lungo.

Questa “grande trasformazione”, dice Hobsbawm, non è stata indolore: fu spinta in avanti da grandi conflitti che decretarono la fine della colonizzazione e delle più tradizionali politiche imperialistiche delle potenze europee e dalla guerra fredda e nel 1968 la sua crisi precipita contemporaneamente alla più imponente rivoluzione sociale e culturale della storia mondiale.

Nell’immediato dopoguerra, dopo il fallimento del piano rooseveltiano di un unico ordine economico mondiale che si sarebbe dovuto affermare sotto l’egida degli Stati Uniti che ne avrebbero delegato il governo alle istituzioni internazionali, l’economia mondiale fu comunque regolata “secondo i disegni dei pianificatori occidentali al tempo di guerra” i quali compresero l’enorme plusvalore politico che gli USA avrebbero potuto ricavare finanziando la ricostruzione delle economie dei principali paesi sconfitti nella seconda guerra mondiale che non erano diventati comunisti.

Sino alla fine degli anni Sessanta, il commercio internazionale fu stabilizzato dall’egemonia del dollaro mentre il ciclo economico e i sistemi sociali dell’età progressista venivano organizzati da una formula politica in qualche misura unitaria: si tratta, dice Hobsbawm, di una sintesi tra “liberalismo economico e democrazia sociale” realizzatasi grazie al controllo governativo sulla moneta, con un sistema redistributivo degli incrementi di produttività per soddisfare una massa crescente di bisogni sociali che si diversificavano incessantemente e per assicurare la stabilità politica. Questa formula politica integrata (fordismo, keynesismo, Welfare e democrazia sociale sostenuta da grandi partiti di massa) fu animata da un compromesso tra grande capitale, burocrazie pubbliche e organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori fordisti. Questo compromesso risultò talmente strategico da essere formalizzato nelle costituzioni di alcuni grandi paesi all’interno e al di fuori dell’Occidente.

Hobsbawm sostiene che l’Età dell’Oro segue un’Età della Catastrofe che, a partire dalla Prima Guerra Mondiale, comprende la grande crisi del 1929, il dissolvimento delle società e delle istituzioni liberali, l’involuzione totalitaria della rivoluzione russa, la nascita e il consolidamento del fascismo e del nazismo e che si chiude ancora più tragicamente con la Seconda Guerra Mondiale. La crisi dell’Età dell’Oro si consuma nei primi anni settanta con il blocco delle politiche economiche e sociali progressiste, con la fine dell’egemonia del paradigma produttivo fordista, il deterioramento del Welfare sotto i colpi di un intenso conflitto sociale e di un’inflazione fuori controllo e con una nuova trasformazione sociale e culturale che i guru della filosofia e della sociologia contemporanea hanno definito postmodernismo. L’ultima parte del secolo si configura come un periodo “di decomposizione, di incertezza e di crisi. Per molti aspetti fa presagire l’avvento di una nuova età della catastrofe”. Il nuovo scenario che si manifesta tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo è segnato, a giudizio di Hobsbawm, da una grave contraddizione: la corrente continua delle innovazioni tecnico scientifiche, i mutamenti sociopolitici, la globalizzazione dell’economia, i nuovi e vasti movimenti migratori, la continua destabilizzazione della geopolitica e delle relazioni internazionali, vale a direi principali processi postmoderni, si dispiegano secondo logiche e dinamiche autonome senza che le forze e le istituzioni politiche, interne e internazionali, siano in grado di governarle con un programma a vasto raggio e un’ideologia credibile.

Ho ritenuto opportuno citare alcuni spunti del libro di Hobsbawm perché mi sembrava un buon punto di riferimento per proporre alcune riflessioni metodologiche in merito al seminario sul progressismo. Il testo propone una definizione unitaria del progressismo come cerniera del XX secolo e correda questa definizione con una serie notevole di dati e una fitta trama di argomentazioni. Il progressismo è in tal senso ciò che di meglio avrebbe prodotto il Novecento: ha emancipato interi popoli, li ha portati sulla scena dell’economia e della politica mondiale; ha contribuito ad una mutazione totale delle forme di vita di popolazioni che per molti aspetti non erano mai uscite da un interminabile medioevo; ha complessificato l’interazione sociale, ha avviato l’interconnessione tra tutte le parti della terra ed ha portato la forza lavoro a partecipare come protagonista ai processi politici dei paesi più avanzati. Malgrado i suoi molti meriti e, soprattutto, la grande capacità di padroneggiare un materiale enorme mediante sintesi stringenti e per molti aspetti assai pertinenti, mi pare che il testo di Hobsbawm proponga una lettura ancora eccessivamente lineare da cui emerge un’immagine troppo compatta, per l’appunto, troppo progressista, di un processo storico altrimenti complesso e contraddittorio. Non è un caso il baricentro ermeneutico del volume di Hobsbawm emerga chiaramente in occasione dell’analisi della “rivoluzione culturale” del 68 che secondo lo storico inglese avrebbe aperto la strada al nichilismo individualistico postmoderno e ultraliberista. La dicotomia tra il progressismo e il postmodernismo assume così un enorme peso valoriale che rischia di impedire una più attenta considerazione delle differenze intrinseche e della complessità di entrambi i momenti storici.

Con queste note non intendo certo misurarmi con una costruzione storiografica così imponente e problematica. Vorrei limitarmi a formulare qualche elemento metodologico funzionale all’impostazione di una prospettiva teorica e storiografica che su alcuni punti rilevanti, si discosta profondamente da quella di Hobsbawm.

In primo luogo, per quanto riguarda la periodizzazione, retrodaterei l’inizio del progressismo al 1929 e ne anticiperei anche se di poco la conclusione (questo piccolo spostamento comporta grandi conseguenze teoriche) facendola coincidere con il 1968. Credo che sia importante indicare la grande crisi del '29 come inizio del progressismo per tre ragioni fondamentali.

- Con il '29 va definitivamente in pezzi il modello liberale classico della società e dell’economia autoregolate, modello che era stato profondamente riformato dalle politiche interventiste degli Stati tardo ottocenteschi (in primis dal Reich bismarckiano come stato liberale di diritto, autoritario e regolazionista) e che aveva ricevuto un colpo mortale con i processi di mobilitazione totale che preparano, accompagnano e seguono la Grande Guerra. Malgrado tutto, quel modello resiste come credo ideologico delle leadership politiche, come dogma delle elites a capo della finanza mondiale e costituisce il nocciolo della scienza economica predominante nelle principali accademie dell’Occidente sino alla rottura del '29.

- Il '29 suggella il tracollo delle classi dirigenti che avevano dominato la burocrazia, gli apparati militari, i vertici politico istituzionali, la finanza e la diplomazia per tutto l’Ottocento e per i primi due decenni del XX secolo. La crisi del '29 disgrega cioè l’ancien régime cementato dall’alleanza tra le alte sfere della borghesia e l’aristocrazia europea.

- Infine, la crisi del '29 conferma drammaticamente la necessità, già intuita da Max Weber, ampiamente ripresa da Keynes e sperimentata nel travagliato laboratorio politico costituzionale weimeriano, di una grande riforma delle istituzioni politiche in senso sociale e regolazionista retta dall’alleanza tra ceto borghese, imprenditoriale e politico, progressista e, come lo chiama Weber, l’elemento più responsabilmente riformista del movimento operaio. Da quel momento, la forza lavoro capitalistica inglobata nel sistema produttivo tayloristico dalla ristrutturazione tecnico organizzativa in atto dalla fine della Prima Guerra Mondiale, diviene protagonista di una grande riforma politica che avrà il suo epicentro nel New Deal.

A sua volta, il '68 segna la conclusione del progressismo per tre motivi essenziali.

- Il '68 sancisce il disfacimento del massiccio investimento ideologico che aveva sostenuto, tra gli anni 50 e 60, l’immagine del progressismo come una continua evoluzione materiale, civile e politica. Negli anni sessanta, il progressismo non può più essere messo in scena come un’ininterrotta dinamica evolutiva, ma si presenta come un ambizioso programma politico (la kennediana alleanza per il progresso e la grande società johnsoniana), come un terreno di lotte, un campo di tensioni fortissime e un cumulo di contraddizioni laceranti: le ultime lotte antimperialistiche e anticoloniali; l’intensificazione dello sfruttamento intensivo da parte del comando capitalistico ad ovest, ad est e nel sud del mondo; il fallimento delle politiche progressiste nel socialismo reale; le tragedie della radicalizzazione rivoluzionaria in Cina; la persistenza di modelli autoritari nelle relazioni familiari, sessuali e generazionali; la rigidità e la disumanizzazione delle pratiche amministrative e burocratiche; l’espansione, oltre le superfici delle istituzioni e dei processi democratici, di un livello della pianificazione del complotto politico irriducibile a qualsiasi forma di controllo; la sempre più marcata dipendenza dei riti della democrazia occidentale dai media; una gestione politica miope e incapace di cogliere l’avanzare della crisi e i potenziali delle innovazioni degli anni sessanta e infine la rivolta operaia provocata dalla coscienza di una sproporzione intollerabile tra i termini del compromesso fordista, le reali condizioni della forza lavoro industriale e l’esiguità dei benefici che quest’ultima aveva ottenuto da quel compromesso.

- Il '68 è una rivoluzione nel pieno senso della parola, avvenuta ai limiti di tenuta del paradigma progressista. Quella rivoluzione configurava un vero e proprio salto ontologico che avrebbe determinato i lineamenti del postmodernismo. Il '68 è la prima rivoluzione postmoderna.

- Il nucleo centrale del '68 è caratterizzato dalla proliferazione di nuove forme di soggettività e di nuovi modi e stili di vita, dalla tematizzazione di una serie di problematiche che decostruiscono completamente il lessico, la forma mentis e le strutture del discorso progressista. Il 68 ha in tal senso fornito al capitalismo postfordista e alla società postmoderna una spinta formidabile. Il rifiuto del lavoro salariato, l’attacco al regime disciplinare di fabbrica e di ufficio, la destrutturazione della famiglia nucleare con i suoi ruoli e le sue norme, l’esplosione di una enorme creatività diffusa, il protagonismo dei giovani, delle donne e di tutte le minoranze, la spettacolarizzazione della vita, il nomadismo esistenziale, la contestazione dell’omologazione indotta dalla burocratizzazione del mondo della vita, la contestazione dei concatenamenti tra saperi e poteri e dell’autorità del professionismo su tutta la società sono solo alcuni tra i fattori che malgrado o talvolta proprio in virtù della loro estrema contraddittorietà, sono diventati i motori di un diverso modello produttivo e sociale.

Sulla base di questi elementi di periodizzazione propongo alcune indicazioni metodologiche che saranno oggetto di ulteriori specificazioni e approfondimenti. In primo luogo credo che un approccio scientificamente corretto al problema del progressismo debba assumere un atteggiamento in un certo senso ascetico capace cioè di evitare i rischi di una concettualizzazione lineare e apologetica (che talvolta contraddistingue marcatamente la ricostruzione di Hobsbawm) e quelli specularmene complementari di una visione catastrofista espressa in termini paradigmatici dalle analisi della Scuola di Francoforte.

In primo luogo, più che una formula politica unitaria, generalizzata e coerente, vedrei nel progressismo una forma di governamentalità, secondo la terminologia di Michel Foucault. Foucault definisce governamentalità una complesso di tecniche, pratiche, tattiche, strategie e saperi più o meno formalizzati sorti spesso occasionalisticamente per far pronte a singoli problemi connessi al governo delle molteplicità umane. Il concetto di governamentalità (che Foucault ha utilizzato nella sua ricostruzione della storia del potere, soprattutto in età moderna) è proprio di un approccio che Foucault chiama genealogico. Il punto di vista genealogico è un criterio per cogliere una singolarità storica ricostruendo il tasso di differenza che la distingue da altre singolarità. La genealogia del progressismo è in tal senso un criterio per decifrare le problematizzazioni alle quali le tecnologie di potere e le forme di sapere hanno cercato di fornire delle soluzioni: l’organizzazione della previdenza e dei sistemi assicurativi, la politica sanitaria, la costruzione del sistema salariale sono in tal senso delle figure della governamentalità progressista ognuna delle quali è caratterizzata in primo luogo da determinate relazioni di potere le quali, a loro volta, producono nuove problematizzazioni, conflitti e resistenze. In questa prospettiva, se il progressismo è stato rappresentato da una determinata storiografia e da una certo orientamento delle dottrine politiche come un’evoluzione del liberalismo, l’approccio genealogico mette in luce in che misura questa evoluzione (se c’è stata) risulta oltremodo contraddittoria. Dal 1932 in poi, la politica promossa da Roosevelt realizzò una serie di misure che contrastavano totalmente con l’economia politica e il credo politico liberale classico. Da questa iniziativa, che almeno inizialmente non può essere considerata come l’applicazione di un disegno politico complessivo, ma come una serie di manovre concepite e praticate ad hoc per far fronte ai mille problemi una congiuntura estremamente complessa e urgente, derivarono i lineamenti di una specifica figura della governamentalità avente come scopo la creazione di nuovi spazi e dimensioni della libertà (di mercato contro i monopoli; di lavoro, con gli interventi per contrastare la disoccupazione di massa e le leggi che autorizzavano le rappresentanze sindacali; biopolitica con i provvedimenti sulla previdenza, la sanità, la pianificazione urbana, ecc.). In tal senso, la governamentalità progressista ha rappresentato un modo per produrre politicamente delle libertà. La produzione volontaristica e “artificiale” di queste nuove libertà avrebbe dovuto impedire la distruzione di libertà provocata dal paradigma liberale classico tramite nuovi rapporti di potere i quali, a loro volta, animeranno nuove esigenze di libertà che verranno rivendicate da prospettive politiche opposte. Da destra e da sinistra, i dispositivi della governamentalità liberale progressista, questa “inflazione dei meccanismi di compensazione della libertà” (Foucault) saranno denunciati come metodi di una governamentalità, come la definisce Foucault, liberogena: creano nuove coercizioni, restringono lo spazio del possibile, identificano rigidamente chi può godere dei benefici delle nuove libertà create dalle politiche interventistiche, fanno proliferare le istituzioni, il personale e i costi di una gestione dell’economia e di un’amministrazione del sociale sempre più massicce e penetranti. La governamentalità progressista, ad un certo punto della sua crescita, diviene un enorme ostacolo per lo sviluppo del liberalismo.

Ogni forma di governamentalità mette in funzione determinati regimi di verità. Ad esempio: in che modo il referente della salute diviene un moltiplicatore di saperi specialistici (la medicina, la biologia, la biochimica e, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la genetica) e di determinate discorsività immanenti a specifici rapporti di potere (le misure amministrative a livello centrale e periferico, le campagne per l’igiene e la profilassi, la contabilità di stato per conoscere e regolare i costi delle malattie, delle endemie, delle spese farmaceutiche, delle degenze; i programmi per l’espansione e la riqualificazione delle infrastrutture sanitarie, ecc.). In che modo si formano le abilitazioni professionali e burocratiche e le trafile che autorizzano questo o quel locutore, questo o quell’agente a collocarsi in un quel punto della filiera del discorso e dell’organizzazione della retorica medico-sanitaria nelle strutture ministeriali, ai vertici della corporazione medica, nelle amministrazioni locali, ecc..? Che genere di controsemantiche, che tipo di discorsi alternativi o di antidiscorsi sono nati all’interno della governamentalità sanitaria come altrettante espressioni di nuclei di resistenza e di tentativi di rovesciamento di quel determinato regime di verità (antimedicina, medicina alternativa, critica della burocratizzazione della salute e della malattia)?

Ogni forma di governamentalità produce dei modi di assoggettamento. Essa però ad un tempo suscita delle soggettivazioni che guadagnano gradi più o meno ampi di autonomia radicandosi nelle tecniche di disciplinamento e di controllo, nei regimi di verità e nelle discorsività generali o locali in cui il soggetto è inscritto come in altrettanti campi di intelligibilità. Occorre cioè chiedersi in che modo le singolarità divengono oggetto di una normatività (come si diventa dei salariati nel fordismo e che cosa comporta questa condizione in termini di oneri e benefici in ambito familiare, nel rapporto con le istituzioni politiche, amministrative, ecc..). In che senso l’assoggettamento viene interiorizzato nei termini di un’autopercezione e un’autoidentificazione attraverso le opposizioni binarie tra malato e sano, tra normale e patologico, tra il godimento della cittadinanza e la marginalità, ecc? Come è potuto accadere che lungo tutta l’età progressista l’individualismo sia stato ciò che le tecnologie di potere e di sapere cercavano incessantemente di costruire e abbia animato un caleidoscopio di soggettivazioni antagonistiche e critiche? Mediante quali soluzioni tattiche, con quali griglie del discorso, dentro quali rapporti di potere l’individuo viene formattato dal sistema dei consumi in modo tale da sentirsi obbligato ad essere libero e tramite quali nodi di resistenza, con quali tipi di rovesciamenti si è cercato di evadere, di distruggere o di destrutturare dall’interno il sistema dei consumi come macchina produttiva della soggettività? In altri termini come è stato possibile che la soggettivazione mediata e costruita attraverso i consumi si sia configurata, ad un tempo, come un accesso alla cittadinanza e un’esperienza di dissidenza e di libertà?

Un ultimo esempio del nesso tra potere, verità e soggettivazione nell’epoca progressista. Verso la metà del XX secolo nelle scienze umane si afferma un’epistemologia caratterizzata da una singolare dialettica tra determinismo sociale e/o sociologico (la causa della normalità, dell’adattamento o dei loro contrari è sempre d’ordine “sociale”) e l’idea che è possibile retroagire efficacemente sull’ambiente mediante la programmazione politica adeguatamente sostenuta dal sapere scientifico e, in particolare, dalla scientifizzazione e professionalizzazione delle scienze umane. Non si tratta solo di un evento culturale. Questa epistemologia dell’assoggettamento è stata messa in funzione da un complesso di pratiche sperimentate all’interno di determinati assetti e contesti istituzionali (famiglia, scuola, lavoro, carceri, ospedali), è stata socializzata dai media in relazione a specifiche problematizzazioni della condotta (la normalità, la devianza, l’alienazione e il disadattamento, la lotta sociale e politica, ecc) ed è stato portata a regime nello spazio disciplinare, spazio striato e segmentato da tecniche di identificazioni, procedure per la costruzione e la registrazione dell’identità, da criteri di classificazione e validazione del “comportamento” e della “personalità” (le teorie economiche del capitale umano e del management, la pedagogia, la psicologia sociale, ecc.). Nel caso della criminalità e della devianza l’epoca progressista è dominata da una sorta di credo positivista nella capacità dei saperi specialistici, delle prestazioni delle burocrazie pubbliche e delle policies di comprendere le cause “sociali” che producono il disagio, la trasgressione e la malattia e di sanarle, per portare a termine il programma del “reinserimento” e della “reiscrizione sociale” avviato nelle istituzioni penali e/o della reclusione patologica, fisica e psichica. Credo che vi siano poche costellazioni di sapere e di potere che, nel nostro tempo, sono diventate così obsolete.

La genealogia della governamentalità progressista si propone dunque di analizzare determinate strategie e rapporti di potere, specifiche configurazioni del sapere e singoli nessi tra assoggettamento e soggettivazione. La governamentalità (il problema del potere) i regimi di verità (il problema del sapere) i nodi tra assoggettamento e soggettivazione (il problema del soggetto) possono essere assunti come i tre assi di riferimento di un approccio genealogico alla questione del progressismo.

Alessandro Pandolfi

 

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