Giovanni Di Domenico
Il
lavoro per progetti: quale impatto sull’organizzazione della biblioteca e sulla
professione bibliotecaria?*
Vorrei proporre poche riflessioni, peraltro
ancora da sviluppare, sulle forme e sulle implicazioni professionali e
organizzative delle attività a progetto in biblioteca, considerando il termine
“progetto” in un’accezione molto vasta e tale da richiamare, insieme con il
concetto di progettazione strettamente inteso, l’intero complesso delle
attività che permettono di realizzare qualcosa di nuovo e di utile entro un
lasso di tempo determinato.
Per molto tempo la crescita delle biblioteche
(mi riferisco qui alla loro offerta di servizio, non tanto al loro
dimensionamento documentario) è avvenuta in modo prevalentemente graduale, per
piccoli passi, per progressivo e costante ampliamento e affinamento delle
soluzioni di volta in volta adottate allo scopo di mettere in relazione i
propri utenti con i documenti e con le informazioni da questi veicolate. A
partire dalla seconda metà del XX secolo, e in maniera oltremodo marcata negli
ultimi due decenni, questa modalità di crescita è stata affiancata, almeno
nelle situazioni avanzate, da forme più veloci di cambiamento, non progressive,
ma caratterizzate da veri e propri salti, sia nell’organizzazione e nella
gestione dei servizi tradizionali, sia nell’introduzione di nuovi servizi.[1]
Naturalmente, l’accelerazione di questi
processi risulta strettamente intrecciata con i grandi mutamenti di scenario
determinati dall’automazione e poi dall’impiego diffuso delle tecnologie
telematiche e digitali. Più in generale, le biblioteche si sono trovate a
operare in un contesto sempre più mutevole, competitivo e – non possiamo non
definirlo così - globale, in cui si rincorrono straordinarie innovazioni
tecnologiche; turbolenze e repentine trasformazioni dei mercati (si pensi,
nello specifico, a quello editoriale); modificazioni dei contesti
socio-demografici; nuovi stili di vita e di consumo; smaterializzazione del
lavoro e arricchimento dei suoi contenuti di conoscenza; nuovi ambienti e
modalità di produzione, presentazione e circolazione dei documenti; nuovi
bisogni e domande, ora individuali ora collettivi, di informazione e di sapere.
Molti di questi fenomeni assumono spesso il carattere dell’evento imprevisto,
impossibile da padroneggiare con la tradizionale filosofia di servizio e con la
politica dei piccoli passi. Occorrono iniziative di più rilevante impatto. Nel
settore delle biblioteche e dei servizi informativi non è mancata, in molti
casi, la capacità di adattamento e risposta, che si è segnatamente manifestata,
mi pare, in quattro direzioni: nello sforzo di mettere gli utenti, reali e
potenziali, al centro delle proprie strategie e delle proprie attività;
nell’assunzione della qualità come valore organizzativo primario; nell’adozione
consapevole di alcuni metodi e strumenti del management; nella proposta e/o
nella condivisione di progetti per nuovi prodotti e nuovi servizi, talvolta
personalizzati. Proprio i progetti rappresentano il più significativo veicolo
di crescita organizzativa per salti:[2]
la nascita di una biblioteca, l’avvio di un opac, la conseguente
retroconversione del catalogo cartaceo, la creazione di un sito Web o di un virtual
reference desk, il trasferimento della biblioteca in una nuova sede,
l’avvio di programmi di cooperazione, la digitalizzazione di una parte delle
raccolte, l’attivazione di nuove modalità di servizio (orari, procedure, ecc.)
sono solo alcuni tra i tanti esempi possibili di iniziative che si configurano
inevitabilmente come progetti e che producono uno straordinario impatto
organizzativo. Non è possibile portare avanti efficacemente iniziative di
questo tipo, definiamole “ad alto tasso di innovazione”, attraverso le abituali
procedure standardizzate e la tradizionale organizzazione del lavoro: occorre
aggregare le risorse in modo originale e mirato, riscrivere l’agenda delle
priorità, adottare tecniche peculiari di individuazione e controllo degli
obiettivi, di valutazione delle prestazioni, di governo della spesa e del tempo
disponibile. Soprattutto, attorno alla gestione di un progetto possono
coagularsi nuove forme di collaborazione tra le persone: si scompaginano i
vincoli di dipendenza gerarchica, si accentuano le spinte motivanti, si
sviluppa la cultura del cambiamento, si fa strada il valore dell’apprendimento
continuo.[3]
Ma cosa
sono in realtà i progetti e come definirli? Che cosa in particolare li
caratterizza? Come distinguerli dalle operazioni correnti? Esaminando la ricca
letteratura scientifica e professionale che si è occupata di questo tema,[4]
possiamo elencare alcuni elementi-chiave di riconoscimento:
-
i progetti si presentano come sfide uniche, originali, circoscritte
nella durata e finalizzate al conseguimento di uno specifico risultato, laddove
le operazioni correnti si concretizzano prevalentemente in procedure
consolidate, con un ciclo di vita continuo. Aiutiamoci con un banale esempio:
l’attività corrente di catalogazione può essere considerata un processo
organizzativo stabile, perché si affida perlopiù a procedure conosciute in
anticipo e standardizzate e perché ha durata convenzionalmente illimitata; la
retroconversione di un catalogo cartaceo è invece un progetto: ha carattere
‘inedito’, di originalità e di unicità, e punta a un obiettivo specifico, da
conseguire entro un determinato arco temporale;
-
i progetti sono sforzi
complessi, si servono di un mix straordinario di risorse per raggiungere un
dato scopo, dipendono dall’impegno congiunto di più soggetti e dipendono anche
dalla determinazione con cui sono gestiti in presenza di precisi vincoli,
limitatezza di risorse, ostacoli di varia natura. Di più: tutti i progetti, anche quelli che sembrano di facile
realizzazione, propongono aspetti di rilevante complessità. Tale complessità è determinata da diversi
fattori: l’originalità dell’idea da cui nasce un progetto; il carattere
trasversale dello sforzo, rispetto all’ordinario funzionamento dei settori
organizzativi stabili; il coinvolgimento di risorse di diversa natura e
provenienza, in particolare di variegate professionalità, competenze e
conoscenze (il team di progetto); la necessità di rispettare budget e tempi
prefissati di realizzazione; la specificità di ciascuna delle fasi in cui si
articola, di norma, un progetto, specificità che reclama differenti soluzioni
gestionali;
-
i progetti nascono e vivono in ragione di obiettivi chiari e condivisi.
Un’idea di progetto può nascere da mille sollecitazioni diverse, ma in ogni caso occorre che essa si traduca al
più presto in obiettivi concreti, comunicabili e valutabili, obiettivi attorno
ai quali sia poi possibile verificare per tappe il grado di condivisione
raggiunto ai vari livelli: di utenza, istituzionali, organizzativi, di team. La
scarsa chiarezza e la non condivisione degli obiettivi sono sempre causa di
mancata approvazione, di rinuncia o di interruzione delle iniziative
progettuali;
-
i progetti sono processi articolati in fasi. La realizzazione di un
progetto necessita della capacità di adottare metodi e strumenti di
pianificazione e di controllo (delle risorse, dei costi, dei tempi, della
qualità) adeguati alle diverse fasi e sottofasi del suo sviluppo. Le fasi di
progetto sono suoi segmenti autonomi e omogenei, variamente denominati e
definiti in letteratura. A titolo esemplificativo, mi sentirei di accorparle in
sei macroinsiemi: ideazione, analisi di fattibilità, individuazione delle
responsabilità, pianificazione, esecuzione/controllo, chiusura. L’ordine di
successione, i legami e le sovrapposizioni tra queste fasi costituiscono la
cornice problematica entro cui collocare tutte le risposte gestionali
necessarie alla continuità del processo realizzativo e al suo completamento
entro il termine fissato.
Una definizione di sintesi potrebbe essere
formulata così:
un progetto è uno sforzo originale e complesso, di durata temporanea, nel quale interagiscono idee, risorse, processi e soluzioni organizzative e gestionali. Esso è concepito, organizzato e coordinato al fine di raggiungere, attraverso diverse fasi, un risultato specifico entro un termine stabilito e nel rispetto di vincoli di costo e di qualità.
L’introduzione di forti elementi di
progettualità corrisponde ormai a una diffusa esigenza di trovare soluzioni che
favoriscano il cambiamento e permettano alle organizzazioni di affrontare,
talvolta anticipare, le sfide di mercato e ambientali. Così, nell’ultimo
ventennio, si sono moltiplicate le iniziative di tipo progettuale, che stanno
interessando diversi ambiti di intervento: progetti di ricerca e sviluppo, di
comunicazione e marketing, di nuovi prodotti e servizi, di implementazione di
sistemi informativi e di gestione della conoscenza, progetti d’uso delle
tecnologie di rete e digitali, progetti di adozione di nuove tecniche e stili
gestionali e di modelli organizzativi post-gerarchici, progetti di formazione e
valorizzazione delle risorse umane, progetti “qualità”, ecc.[5]
Si tratta di tipologie progettuali tra loro
diverse per livello di complessità, grado di innovazione, costo, forza di
impatto, ma comunque comuni a quasi tutti i settori, sia pure con gerarchie di
priorità di volta in volta determinate dalla peculiare mission di
ciascuna organizzazione. Nel settore delle biblioteche hanno sin qui riscosso
particolare fortuna gli interventi riguardanti l’ampliamento e il rinnovamento
del portafoglio servizi, le politiche della qualità, l’uso espanso di strumenti
e risorse delle tecnologie informatiche telematiche e digitali (opac, banche e
basi di dati, Internet, ecc.), la
sperimentazione di modelli organizzativi di tipo sistemico e cooperativo e di
tecniche manageriali di pianificazione e valutazione delle collezioni e dei
servizi, le forme e i contenuti della
formazione professionale. Nella realtà, soprattutto italiana, molti di questi
interventi (con alcune significative
eccezioni, sorrette da adeguate premesse formative) si sono prevalentemente
manifestati in termini di innovazione interna alle attività di routine della
biblioteca, senza assumere una compiuta identità di progetti ad hoc. In
effetti, anche nelle biblioteche si riflette una generale tendenza a lavorare
per progetti nelle pieghe stesse della quotidianità, in virtù di una diffusa, e
sovente spontanea, crescita di
consapevolezza culturale e professionale, autonomia operativa, creatività del
personale bibliotecario. Resta però in gran parte da compiere - a livello
istituzionale prima e organizzativo poi - una decisa opzione a favore delle
metodologie e degli strumenti gestionali che possono assicurare ai progetti la
loro piena valenza ed efficacia strategica e di risultato: ciò che nelle
discipline organizzative va sotto il nome di “project management”.[6]
Un’opzione che è peraltro già consolidata nel patrimonio conoscitivo e
operativo della biblioteconomia anglosassone, britannica in particolare.[7]
In generale, i vantaggi del project management
non sono pochi, né di scarso peso: se correttamente applicato, esso permette,
in sintesi veloce, di ottenere:
-
chiarezza degli obiettivi e visione globale dei progetti;
-
stretta integrazione tra organizzazioni e gruppi di progetto;
-
adeguata formazione e coesione dei gruppi di progetto;
-
opportunità di elaborazione e scambio delle idee e della conoscenza
tra i soggetti coinvolti;
-
oculata ripartizione delle risorse;
-
ottimale circolazione delle informazioni necessarie allo sviluppo dei
progetti;
-
previsione e controllo degli eventi: mappe decisionali;
-
possibilità di intervenire tempestivamente sugli scostamenti tra ciò
che si sta realizzando e ciò che è stato pianificato;
-
rispetto dei tempi e dei costi;
-
efficacia di valutazione dei risultati;
-
crescita professionale e di autostima per coloro che partecipano ai
progetti;
-
soddisfazione tra i clienti e i committenti dei progetti.
Sarei favorevole a una lettura molto ampia e
‘integrata’ del project management, tale da tenere insieme i suoi aspetti
culturali e di comunicazione, la metodologia tecnica, i risvolti organizzativi,
l’ausilio delle tecnologie. Si tratta di un ventaglio di conoscenze e soluzioni
che può indubbiamente spaventare per la
sua minuziosità e complessità. Non si tratta però di adottarlo come una rigida sequenza
applicativa; piuttosto, possiamo considerarlo come un attendibile quadro di
riferimento cognitivo e operativo, che ci permette di tenere in evidenza sia
l’intero campo delle variabili e dei problemi che possono presentarsi nel corso
di un’attività progettuale nel settore delle biblioteche e dei servizi
informativi, sia il metodo per fronteggiarli. Proverei perciò a segnalare due o
tre dei problemi connessi all’introduzione sistematica del lavoro per progetti
in biblioteca.
Il primo è di natura organizzativa.
Naturalmente, non è nelle finalità e
nelle possibilità di questo intervento discutere i modelli organizzativi che le
biblioteche hanno adottato per il proprio funzionamento. Il discorso –
vastissimo per implicazioni e realtà di riferimento - porterebbe in ogni caso
troppo lontano. Tuttavia, l’innesto di una o più linee di attività a progetto
sull’assetto organizzativo di una biblioteca - quali che siano il suo profilo
tipologico, la sua mission, le sue dimensioni, il suo portafoglio-servizi –
comporta cambiamenti di tale rilevanza da rendere indispensabile almeno un
accenno alla questione. È fuor di dubbio che le biblioteche medio-grandi, in
particolare quelle italiane, siano
tradizionalmente organizzate per settori funzionali, cioè per distinte unità,
ciascuna delle quali è specializzata e si concentra su di una specifica
funzione (per esempio: acquisti, inventariazione e catalogazione, reference,
consultazione, prestito e document delivery, ecc.). Tale schema ha
conosciuto e conosce molte varietà di applicazione e di ulteriore
articolazione, quest’ultima talvolta in dipendenza della particolare natura dei
documenti (manoscritti e rari, periodici, materiali speciali, risorse
elettroniche e così via). E tuttavia, il modello rimane sostanzialmente lo
stesso. Esso si basa su di una distribuzione di tipo gerarchico delle
responsabilità, sulla centralizzazione delle decisioni, su di un forte
orientamento al compito delle attività lavorative. Nell’ultimo decennio, questo
modello è entrato decisamente in crisi e ciò in conseguenza di una crescita
inaudita della complessità ambientale, dovuta all’espansione delle tecnologie
digitali e di rete, a più alte
aspettative di servizio da parte degli utenti,
a una diffusa consapevolezza professionale dei bibliotecari, al sempre
più evidente primato delle componenti organizzative immateriali: conoscenza,
comunicazione, apprendimento, ecc. Le biblioteche richiedono (e sempre più
spesso praticano) una maggiore flessibilità organizzativa, una riduzione dei
livelli gerarchici in favore di forme ‘orizzontali’ di decentramento e coordinamento operativo, una più convinta
valorizzazione e un arricchimento delle professionalità e delle competenze, un
più deciso orientamento all’innovazione e al risultato di servizio, flussi di
comunicazione organizzativa meno burocratici e più improntati all’ascolto. È in
questo contesto di cambiamento che la cultura di progetto si sta facendo
strada, portando con sé ulteriori elementi di critica degli assetti
organizzativi rigidi, specifiche esigenze (nuove figure, funzioni e ruoli: in
particolare il project manager, cioè il responsabile del progetto), attività a
carattere trasversale (nel senso che quasi sempre un progetto coinvolge risorse
e competenze appartenenti a diversi settori funzionali). Un possibile tentativo
di risposta al conflitto organizzativo tra orientamento funzionale (i settori)
e innovazione di prodotto/servizio (i progetti) risiede nel modello detto “a
matrice”.[8]
La matrice è una griglia in cui le attività a progetto, che tendono a
svilupparsi orizzontalmente, incrociano i settori funzionali, che tendono
invece a organizzarsi in modo verticale. Questo schema è adattabile anche per
l’avvio di una o più linee di attività a progetto all’interno di sistemi
bibliotecari o di esperienze di cooperazione interbibliotecaria.
Nell’organizzazione a matrice i settori mettono le proprie risorse (tecnologia,
tempo, spazio, competenze) parzialmente e temporaneamente a disposizione di uno
o più progetti. In particolare, nel team di progetto confluiscono persone che
provengono dai settori funzionali, che spesso continuano a operare anche nei settori
di provenienza e che a questi faranno
comunque ritorno, una volta completato il progetto. Alcune fasi di un progetto
possono peraltro essere interamente affidate a un settore funzionale e alla
responsabilità del relativo capo settore, ferma restando la responsabilità del
project manager sul progetto complessivamente inteso. La struttura a
matrice si è rivelata in più contesti sufficientemente efficace e flessibile.
Come è stato notato da più parti:
-
consente di mantenere una certa reattività e un certo grado di
dinamismo nei confronti delle sfide ambientali;
-
assicura il contemporaneo presidio di più processi;
-
permette di sopportare bene le variazioni dei carichi di lavoro;
-
valorizza l’apporto di più competenze nella realizzazione di un
progetto;
-
tiene conto sia dell’esigenza di autonomia del team di progetto, sia
della necessità di un coordinamento tra attività a progetto e attività
funzionali;
-
riconosce al project manager la funzione di punto di riferimento per tutti i problemi
riguardanti il progetto.
Non mancano, però, anche problemi e svantaggi:
-
possibili conflitti di competenza, o sulle priorità, tra project manager e responsabili di
settore;
-
incertezza per coloro che partecipano al progetto e che devono
contemporaneamente rispondere del proprio operato al project manager e
al responsabile di settore;
-
burocratismo in agguato;
-
rischi di cortocircuito organizzativo.
Probabilmente, agli svantaggi il management bibliotecario può ovviare,
purché sostenga l’organizzazione a matrice con alcune, chiare opzioni
culturali:
-
promuovere l’integrazione e lo scambio delle conoscenze tra le
diverse aree funzionali e di progetto;
-
creare in biblioteca un ambiente orientato all’apprendimento organizzativo,
comune a tutte le aree, dentro cui si sviluppino innovazione, cambiamento
continuo, progettualità, ridefinizione dei processi, ecc.;
-
assicurare la produttività del team e la composizione dei conflitti
attraverso la qualità della comunicazione organizzativa e l’impegno negoziale
del vertice della biblioteca.
In sintesi: è necessario porsi il problema
dell’impatto delle attività a progetto sugli assetti organizzativi tradizionali
della biblioteca. Vale perciò la pena di sperimentare modelli organizzativi più
duttili. La scelta dipenderà poi dalla congruità tra modelli (caratteristiche,
potenzialità, rischi e svantaggi) e tipologie bibliotecarie (tipologia
istituzionale, organizzativa, finalità di servizio, risorse disponibili,
livelli di autonomia, ecc.).
Una seconda questione attiene alla necessità di
riconoscere nuove forme di esercizio della professione. Penso intanto alla
figura del project manager. In un ambiente di progetto controllato c’è chi si
assume la diretta e formale responsabilità di esecuzione del progetto e dunque
del raggiungimento dei suoi obiettivi nel rispetto dei vincoli di costo e di
tempo prefissati.
Tradizionalmente, a questa figura si richiede la
capacità di integrare in un insieme coerente e poi di coordinare tutte le risorse
organizzative messe a disposizione del progetto. Il project manager come
integratore di informazioni e di conoscenza, leader di gruppo, negoziatore,
coordinatore di processi e di attività, analista e solutore di problemi: è la
figura chiave del project management.[9]
A definirla concorrono elementi della personalità, doti intellettuali e un
composito bagaglio professionale. Nel settore delle biblioteche e dei servizi
informativi ad essa si devono richiedere competenze trasversali, di varia
natura: biblioteconomiche, tecnico-gestionali (cioè relative alle tecniche e
alle procedure PM strettamente intese: diagrammi, schedulazione, ecc.),
organizzative, tecnologiche e
relazionali. In altre parole: l’introduzione del project management in
biblioteca presuppone e implica processi di apprendimento e formazione che
oltrepassano i confini tradizionali, presentano un evidente profilo
interdisciplinare e guardano all’integrazione di più contenuti. Ma il discorso è ancora più ampio. La forza
di un progetto risiede in primo luogo nella sua componente umana. In altri
termini: investire sui progetti significa investire sulle persone. Sarebbe
sbagliato assegnare questo primato agli aspetti tecnici del project management,
che pure rivestono straordinaria importanza. Il segreto del successo è
soprattutto nella qualità degli individui, nella loro competenza, nella loro
disponibilità a collaborare, nel loro spirito imprenditivo e di proposta, nel
loro grado di adesione alle finalità e agli obiettivi di un’impresa comune,
nella loro capacità di conferirle senso. Quando si lavora con gli altri alla
realizzazione di un progetto, si affronta un’esperienza organizzativa
particolarmente intensa e coinvolgente, ricca di scambi intellettuali e
professionali e di contenuti di sapere e di apprendimento, tesa alla soluzione
di problemi in parte inediti piuttosto che alla semplice esecuzione di un
insieme di compiti. Un progetto si sostanzia nell’attuazione di processi
materiali, naturalmente, ma ancor prima vive di processi di condivisione delle
informazioni e di elaborazione, integrazione, conversione di idee e di conoscenza.
Non c’è terreno più fertile di questo in biblioteca e in tutti i servizi
documentari per la maturazione di competenze individuali e collettive in
qualche modo ‘trasversali’. I progetti sono veicolo di innovazione e
cambiamento nei servizi, ma anche nei comportamenti organizzativi e nella
consapevolezza professionale dei bibliotecari: rappresentano il più efficace
momento di saldatura tra valorizzazione delle loro competenze, arricchimento
della loro cultura di servizio, vitalità della biblioteca e legittimazione
della sua attività nell’ambito delle strategie dell’istituzione (autonomia
locale, università, beni culturali, anche impresa) di cui essa è componente.
Nelle esperienze di progetto in corso
stanno probabilmente prendendo forma i più significativi processi di
attivazione di nuovi ambienti in cui
rendere disponibili agli utenti risorse e accessi all’informazione e alla
conoscenza. Attraverso i loro progetti le biblioteche stanno cioè contribuendo
alla costruzione, allo sviluppo e alla diffusione della società della
conoscenza. Al tempo stesso, nelle esperienze di progetto si esprime al meglio
quella figura di bibliotecario/lavoratore della conoscenza che sta emergendo in
particolare nei contesti gestionali e di servizio più avanzati (biblioteca
digitale, documentazione scientifica,
cooperazione, ecc.), che ama interagire con gli utenti e con altre
figure professionali, che manifesta forti esigenze di creatività e autonomia,
che vuole investire nella professione, che sa apprendere e automotivarsi. Le
caratteristiche dei progetti biblioteconomici di ultima generazione e delle
figure professionali che se ne occupano sconsigliano fortemente il ricorso alle
tradizionali forme di gestione delle risorse umane orientate al controllo e
suggeriscono invece un approccio diverso, motivante e valorizzante, basato
sulla fiducia e sulla responsabilità. Anche in biblioteca il lavoro per
progetti comporta la necessità di ripensare gli stili di leadership
tradizionali e ciò vale sia nel rapporto tra organizzazione e gruppo di
progetto, sia nei rapporti interni al gruppo stesso.
Il terzo e ultimo punto che vorrei toccare è
strettamente collegato al secondo. Riguarda
appunto gli stili organizzativi e operativi e le dinamiche dei gruppi di progetto in
biblioteca. Va detto che nel settore delle biblioteche processi di questo tipo
presentano un grado di difficoltà minore che in altre realtà, soprattutto
pubbliche. Rispetto al passato, c’è oggi una maggiore propensione dei
bibliotecari
italiani a interagire tra loro e con altre figure, a integrarsi nei gruppi di lavoro. Ciò segnala evidentemente un’evoluzione professionale; evoluzione che, con qualche forzatura schematica, potremmo riassumere così: dalla pratica individuale, alle cultura di coppia, all’integrazione ‘orizzontale’ e ‘trasversale’ della propria esperienza e delle proprie conoscenze con quelle altrui (dentro e oltre la biblioteca). La pratica individuale connota storicamente la professione bibliotecaria nel nostro Paese (si può dire fino agli anni Sessanta del Novecento): essa si basava sul rapporto privilegiato bibliotecario/libro e sulla precettistica, e ciò nella sostanziale assenza di un assetto organizzativo della biblioteca pensato in funzione del servizio e degli utenti. La cultura di coppia è legata al rapporto di assoluta dipendenza del collaboratore dal capo e corrisponde all’organizzazione di tipo gerarchico/piramidale che le biblioteche italiane, pressoché in tutti i contesti e con rarissime eccezioni, hanno mutuato dai modelli ministeriali.[10] Negli ultimi due decenni abbiamo però assistito all’accelerazione di alcuni processi che hanno sensibilmente ridotto questo ritardo culturale: maturazione di una maggiore consapevolezza dei risvolti organizzativi e gestionali della professione, lettura sistemica dei servizi bibliotecari e del loro rapporto con l’ambiente, ricerca della qualità dei servizi stessi, più forte ‘sentimento’ di appartenenza a una comunità professionale, curiosità e apertura verso altri linguaggi e ad altre espressioni professionali, spinta alla cooperazione, ecc., fino all’affiorare di vere e proprie comunità di pratica operanti in rete. È questo l’humus ideale su cui può consolidarsi l’abitudine a pensare e a lavorare per progetti. Naturalmente, ciò non significa che tutto avvenga placidamente e senza difficoltà. La formazione del gruppo di lavoro, quale che sia il contesto produttivo o di servizio, presenta sempre aspetti di una certa problematicità e alcune costanti che bisogna imparare a governare: la presenza di un basso tasso di routine, la riduzione delle distanze gerarchiche, l’autoapprendimento come motore, la tensione verso i risultati, l’evoluzione continua, il confronto e l’integrazione come valori, il conflitto come elemento problematico. Il lavoro per progetti cambia insomma la biblioteca e cambia i bibliotecari: occorre averne consapevolezza culturale, professionale e gestionale, per renderne stabile e sistematico l’importante contributo a una migliore qualità organizzativa e di servizio.
* Intervento consegnato per gli atti del convegno “Costruire la conoscenza. Nuove biblioteche pubbliche dal progetto al servizio” (Pistoia, 6-7 dicembre 2001).
[1] Si leggano, a tal proposito, le considerazioni, non scevre da timori, svolte da F. Wilfrid Lancaster in un ancora recente convegno italiano: Bibliotecari, tecnologia e servizio per il pubblico, in La biblioteca amichevole: nuove tecnologie per un servizio orientato all’utente, atti del convegno (Milano, 11-12 marzo 1999), a c. di Ornella Foglieni, Milano, Editrice Bibliografica, 2000, p. 19-26.
[2] V. Russell D. Archibald, Project management: la gestione di progetti e programmi complessi, intr. di Sandro Miscia, Milano, Franco Angeli, 1997, p. 39-40.
[3] Cfr. Alfredo Biffi, Organizzare e gestire progetti: aspetti introduttivi, in Organizzare e gestire progetti: competenze per il project management, Milano, ETAS, 1999, p. 1-5.
[4] Accanto alla citata monografia di Archibald (p. 62; 67), alla relativa introduzione di Miscia (p. 27) e al contributo di Biffi (p. 3), si consultino almeno gli excerpts di Project Management Institute, A guide to project management body of knowledge., 2000 ed., http://www.pmi.org/publictn/download/2000welcome.htm [ultima consultazione: 23/9/2002]. V. anche Alberto Nepi, Introduzione al project management: che cos’è, come si applica, tecniche e metodologie, Milano, Guerini e Associati, 1997, p. 16-18.
[5] Cfr. Rocco Amato, Roberto Chiappi, Tecniche di project management: pianificazione e controllo dei progetti, 7. ed., Milano, Franco Angeli, 2000, p. 19.
[6] Una sintesi, apprezzabilmente chiara, delle ragioni che giustificano l’opportunità di sperimentare metodi e strumenti del project management anche nel settore delle biblioteche e dei servizi informativi si trova in Filippa Marullo Anzalone, Project management: a technique for copying with change, “Law library journal” 92, 2000, n. 1, p. 53-70. Sulle rare applicazioni italiane v. Paolo Bellini, Project management: un sistema gestionale orientato ai risultati, “Biblioteche oggi” 15, 1997, n. 10, p. 14-20 e Massimo Accarisi, Cinisello Balsamo: un caso di studio: il progetto “La biblioteca verso la qualità”, in: AIB 99: atti del XLV Congresso nazionale dell’Associazione italiana biblioteche (Roma, 16-19 maggio 1999), a c. di Enzo Frustaci e Mauro Guerrini, Roma, AIB, 2001, p. 58-73.
[7] V. soprattutto Shirley Chambers, David Perrow, Project management tools and techniques in UK university libraries, London, British Library Research and Innovation Centre, 1998.
[8] Cfr. Robert J, Graham, Project management: cultura e tecniche per la gestione efficace, a c. di Nicola Deligu, Milano, Guerini e Associati, 1990, p. 181-192; Alberto Nepi, op. cit., p. 65-73. L’opzione per un modello a matrice ha accompagnato l’esperienza di organizzazione del sistema bibliotecario di ateneo dell’Università di Firenze: v. Laura Vannucci, Cambiare la gestione e gestire il cambiamento, “Biblioteche oggi” 17, 1999, n. 7, p. 14-22. Cfr. infine Alessandro Sardelli, Dalla certificazione alla qualità totale, Milano, Editrice Bibliografica, p. 181-186.
[9] V. J. Rodney Turner, Kristoffer V. Grude, Lynn Thurloway, The project manager as change agent: leadership, influence and negotiation, New York, McGraw Hill Book, 1999.
[10] Tra le eccezioni, una su tutte: la BNCF diretta da Emanuele Casamassima. Sia consentito qui rimandare a Giovanni Di Domenico, Problemi e prospettive della biblioteconomia in Italia, “Bibliotime” 4, 2001, n. 2, http://www.spbo.unibo.it/bibliotime/num-iv-2/didomeni.htm [ultima consultazione: 23/9/2002], poi in “Culture del testo e del documento” 2, 2001, n. 6, p. 83-100, in part. p. 83-86.