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Pur di non rivelare la sua fonte la reporter americana era finita in carcere
L'ultima notizia di Judith Miller

La cronista si dimette: ha coperto il Cia-gate, lo scandalo che minaccia la Casa Bianca?


La vicenda Cia-gate riserva un ultimo colpo di scena. Judith Miller, la celebre cronista del New York Times che era finita in carcere per non rivelare le sue fonti, lascia la celebre testata Newyorkese

di Gianluigi Torchiani [e-mail]

 

Le recentissime dimissioni di Judith Miller dal New York Times non chiudono il Cia-gate, lo scandalo legato alla guerra irachena che ha sconvolto il mondo dell’informazione americano e che rischia tuttora di travolgere i vertici dell’amministrazione Usa. Il rifiuto della Miller di rivelare le proprie fonti confidenziali è stato infatti prima salutato come uno dei momenti più alti della battaglia per la libertà d’informazione, poi col passare dei mesi la giornalista americana è stata sempre più indicata come la quinta colonna della Casa Bianca all’interno del giornale più liberal d’America.


Andiamo con ordine: l’affare Cia-gate è diretta conseguenza delle vicende che portarono nel 2003 alla guerra irachena e, in particolare, con la ricerca delle armi di distruzione di massa possedute dal regime Baath. E’ l’ottobre del 2001 quando il servizio segreto americano riceve un rapporto di un servizio di intelligence straniero (il Sismi, rivela un articolo del quotidiano La Repubblica) secondo cui Saddam Hussein starebbe cercando di acquisire tonnellate di uranio "yellowcake" in Niger. Il governo spedisce allora nel paese africano il diplomatico Joseph Wilson che, dopo poche settimane, torna negli Stati Uniti: secondo le sue indagini il dossier è un falso clamoroso privo di reale consistenza. Passano i mesi e l’ipotesi di una nuova guerra del Golfo prende sempre più consistenza. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2003 Bush afferma:

"Il governo britannico ha appreso che Saddam ha cercato di ottenere significative quantità di uranio yellowcake dall’Africa" ignorando il rapporto di Wilson. Il diplomatico in un primo momento tace, ma a guerra finita collabora all’inchiesta del settimanale New Yorker che svela la falsità del dossier sul Niger. In questo momento scoppia il Cia-gate: nel luglio del 2003 il columnist del Washington Post Robert Novak scrive per la prima volta che la moglie di Wilson, Valerie Plame, è un’agente federale della Cia. La notizia è ripresa da un giornalista del Time, Matthew Cooper e arriva anche alle orecchie di Judith Miller, fervente sostenitrice della guerra irachena e vicina agli ambienti dell’amministrazione repubblicana, che però su questa vicenda non scriverà mai una riga.

Rivelare l’identità di un agente segreto costituisce un grave reato negli Stati Uniti: i tre giornalisti vengono chiamati a testimoniare di fronte a un gran giurì , ma solo Cooper e la Miller finiscono sotto accusa. Entrambi si rifiutano infatti di rivelare i nomi delle proprie fonti, rischiando dai 4 a 18 mesi di carcere. Il caso arriva fino alla Corte della Suprema degli Stati Uniti ma, pochi giorni prima della sentenza, Cooper si arrende e rivela il nome della propria fonte, che lo avrebbe liberato dal vincolo del segreto: la "gola profonda" è Lewis Libby, capo dello staff del vicepresidente americano Dick Cheney. Judith Miller prosegue invece nel suo silenzio e il 6 luglio del 2005 viene arrestata. Il giudice Hogan, che condanna la donna al carcere, dichiara: "La signora Miller sta proteggendo un potenziale criminale che ha messo a rischio la vita di una persona, e i nostri principi costituzionali non le riconoscono questo diritto" .

Cui ribatte la stessa Miller: "Non esiste democrazia senza una stampa libera. E una stampa è libera se ha la fiducia delle proprie fonti e può proteggerne l’identità".

Col passare dei giorni anche nello stesso New York Times cominciano a levarsi le voci contro la giornalista, vista come troppo vicina all’esecutivo repubblicano: dopo 85 giorni di carcere, la Miller capitola e accetta di testimoniare di fronte al giudice e di rivelare il nome della sua fonte. Ed il 9 novembre, ormai isolata in quello che fu il suo regno per 25 anni, arrivano le dimissioni dal celebre quotidiano: "Ho scelto di dimettermi perché negli ultimi mesi ero diventata io la notizia, ovvero quello che un reporter del New York Times non vorrebbe mai diventare".

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(2 dicembre 2005)

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(20 maggio 2005)

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(23 febbraio 2005)

 

 

Guida alla rete

judithmiller.org

Npr

Al Jazeera

New York Times

The Huffington post