Un telefonino con videocamera, pesante circa 150 grammi. È
bastato per documentare e denunciare il pestaggio di un marocchino
da parte di due carabinieri, a Sassuolo, vicino Modena. Era il 22
febbraio ed è stato il primo importante caso italiano di
citizen journalism, il giornalismo fatto dai cittadini.
Una novità che molti aspettavano da tempo, anche se nel nostro
paese il "giornalismo partecipativo" è quasi inesistente.
Poco se ne fa e poco se ne discute. All'estero, invece, ci sono
realtà in fermento, una gran voglia di sperimentare e tanti
tentativi, fallimentari o fortunati. Come in Corea del Sud, dove
un quotidiano online arruola 40mila cittadini-reporter ed è
stato in grado di influenzare il risultato delle elezioni presidenziali.
Un giornale nato esattamente il 22 febbraio di sei anni fa.
Dalla
Corea con furore. "Ogni cittadino è un reporter"
è il motto di OhmyNews, giornale online
di Seul fondato nel 2000, grazie al visionario progetto editoriale
di Oh Yeon Ho. OhmyNews è stato il primo quotidiano al mondo
ad accettare, editare e pubblicare articoli inviati dai suoi lettori.
Circa il 20 per cento dei contenuti del sito è prodotto dalla
redazione, composta da 55 persone. Il resto è frutto del
lavoro di migliaia di citizen reporter, cronisti free-lance
che in larga maggioranza sono cittadini con un'altra attività
di lavoro. Pagati circa 20 dollari ad articolo, possono ricevere
donazioni fino a 10 dollari da ogni lettore. E se il pezzo piace
alla gente, si può arrivare a raccogliere anche 30mila dollari.
Come è successo al professore Kim Yong Ok, autore di un'aspra
critica a una sentenza della Corte costituzionale.
Mai più spettatori. I lettori coreani di
OhmyNews sono più di 700mila e, in un sondaggio del 2005
sui media nazionali più influenti, il giornale si èpiazzato
ottavo. La presenza atipica di OhmyNews ha avuto anche un peso importante
nelle combattute elezioni presidenziali del dicembre 2002. Tanto
che il nuovo presidente Roh Moo Hyun ha poi concesso la sua prima
intervista proprio al giovane quotidiano online. "Nel giornalismo
c'è voluto molto tempo prima che la democrazia partecipativa
divenisse una realtà", ha detto Oh Yeon Ho ai suoi citizen
reporter radunati a giugno per il primo Forum internazionale di
OhmyNews. "Il giornalismo a senso unico era considerato un
dato di fatto: i giornalisti di professione scrivevano i pezzi e
i cittadini li leggevano. Voi avete cambiato questa situazione.
Avete trasformato il giornalismo a senso unico in giornalismo a
doppio senso. I cittadini ora non sono più spettatori".
Giornalismo
d'esportazione. La chiave del successo, secondo Oh Yeon
Ho, è la sinergia tra il materiale fornito dai citizen reporter
e il lavoro di "cucina" svolto dagli editor. Ora questa
formula magica viene esportata anche all'estero. Non soltanto perché
già esiste una versione in inglese del sito di OhmyNews,
con cittadini-corrispondenti da tutto il mondo che inviano articoli.
Ma anche perché, a gennaio, la testata coreana ha stretto
un accordo con l'editore giapponese Softbank per esportare il modello
in altri paesi. Il primo passo sarà proprio la realizzazione
della versione nipponica del giornale online.
Il decalogo di Londra. Intanto, mentre in Asia
il giornalismo partecipativo cresce e si espande, in Europa di discute
sul progresso tecnologico e sulle nuove opportunità che esso
offre ai cittadini. Grazie a telefonini e computer portatili, blog
e fotocamere, anche il passante può assistere a un fatto
di cronaca e diventare creatore d'informazione. Ma questa nuova
libertà richiede anche maggiore responsabilità. Così
a gennaio la National Union of Journalists, il sindacato
nazionale dei giornalisti britannici, ha reso pubblico un codice
di condotta diretto soprattutto ai reporter professionisti. Quando
useranno materiale giornalistico prodotto dai citizen reporter,
i professional dovranno quindi rispettare alcune regole
per tutelare la privacy, verificare le fonti e rispettare i diritti
"d'autore" dei cittadini-cronisti.
Glorie
e miserie americane. Ma il paese forse più vivace,
quello in cui il giornalismo "dal basso" è in grande
fermento, sono senza dubbio gli Stati Uniti. Se ne parla, ci si
confronta, si sperimenta, qualcuno prova anche a insegnare. A gennaio,
però, è arrivata una brutta notizia per i sostenitori
della "citizen revolution": Dan Gillmor, autore del profetico
We the Media, ha annunciato il suo fallimento. Più
di un anno fa Gillmor ha lasciato il suo posto al giornale californiano
St. Jose Mercury News (primo quotidiano al mondo con un’edizione
online) per fondare Bayosphere.com. È stato
il tentativo di fare un nuovo tipo di informazione, basato sul volontariato
di non professionisti. Dopo mille difficoltà, ha deciso di
rinunciare e mettere in vendita il sito. "Rispetto a quello
che speravo, molti meno cittadini hanno partecipato – ha spiegato
Gillmor - La risposta alle nostre iniziative è stata deludente".
In breve, lìidea è ancora valida ma la lezione è
chiara: primo, la tecnologia da sola non cambia il mondo; secondo,
non tutti vogliono fare i giornalisti, soprattutto se mancano gli
incentivi.
Stivali pronti e tastiera calda. Bayosphere è
dunque imploso, ma ovunque in America proliferano siti fondati sul
giornalismo partecipativo. La maggior parte si rivolgono a comunità
ristrette, pur coinvolgendo nei progetti anche ricchi investitori.
Alcuni siti prevedono la mediazione di un editor (come MyMissourian
e WestportNow). Altri invece danno piena libertà
di pubblicazione di testi, foto e video (Backfence
e GoSkokie). Infine, ci sono giornali come OhmyNews,
in cui i cronisti di strada affiancano quelli professionisti (BlufftonToday
e Greensboro News). Tentativi più o meno
riusciti, qualcuno con limiti evidenti nella qualità, nei
contenuti e nella correttezza dell’informazione. Carenze che
suscitano scetticismo e forti critiche da parte di accademici e
professionisti dell'informazione. Ma non tutti sono così
negativi. E c’è chi, come Ami Gahran e Adam Glenn,
ha deciso di insegnare giornalismo ai citizen reporter. "Afferrate
gli stivali e scaldate la tastiera, siete pronti ad andare a caccia
di notizie?", è scritto in apertura del loro sito I,Reporter.
Tricolore
sbiadito. L'entusiasmo in giro non sembra però aver
contagiato l'Italia. Nonostante la crisi di credibilità di
media e giornalisti, non ci sono stati grandi tentativi di rinnovare
sfruttando le potenzialità della Rete. Un primo esperimento
di citizen journalism è stato il Wikinotizie,
sezione italiana di Wikinews. Il progetto è applicare
la filosofia dell'open source, ossia del libero contributo degli
internauti nella creazione dei contenuti, anche al news reporting.
Tutti possono quindi pubblicare notizie senza alcun filtro. L'unico
impegno richiesto è il "rispetto di un punto di vista
neutrale". Wikinotizie è nato il 31 marzo 2005 e ha
raccolto finora circa 1.450 articoli. A fine gennaio, poi, su Sky
Tg24 è cominciato Reporter Diffuso, appuntamento
settimanale di giornalismo "dal basso". Il programma televisivo
è accompagnato da un blog che raccoglie commenti e segnalazioni.
È presto per fare bilanci, ma al momento la partecipazione
sembra abbastanza limitata.
Non è ancora chiaro se siamo di fronte a un cambiamento epocale
nel mondo dell’informazione. Alcuni sostengono che stiamo
andando verso un'informazione "atomizzata", un mondo in
cui tutti saranno contemporaneamente produttori e consumatori di
notizie. Certo, indietro non si torna e i media tradizionali dovranno
confrontarsi con la crescente domanda di partecipazione dei lettori.
Il filmato diffuso da Kataweb ha segnato certamente un
momento importante. Se non ci fosse stato quel videofonino, senza
la prova del pestaggio del marocchino, la denuncia dei testimoni
sarebbe rimasta una versione di parte. Una versione che il cronista
avrebbe affiancato al resoconto dei carabinieri: "Marocchino
ubriaco resiste all'arresto". E, probabilmente, non avremmo
mai saputo la verità.
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(6 marzo 2006)
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