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Dopo l'Iraq, misure di protezione da rivedere

Le vittime dell'informazione

Negli ultimi dieci anni, 366 giornalisti uccisi nel mondo

di Vittoria Scarpa

Uno dei conflitti più raccontati della storia si è forse rivelato anche il più pericoloso per i giornalisti. Con l'attacco americano all'Hotel Palestine, per cui hanno perso la vita un cameraman ucraino della Reuters, Taras Protsyuk, e un cameraman spagnolo di Telecinco, José Couso, il numero degli inviati uccisi in questa seconda guerra del Golfo è salito a 11, di cui due per cause non direttamente legate ad azioni di guerra: Gaby Rado, reporter della tv britannica Channel 4, caduto dal tetto di un albergo nel Kurdistan iracheno, e David Bloom, conduttore del programma Today della Nbc, morto per un embolia polmonare mentre era al seguito della terza divisione dell'esercito. Senza contare poi i feriti e i dispersi.

La cannonata sull'hotel dei giornalisti, preceduta, nella stessa mattinata, dal bombardamento aereo sugli uffici di Al Jazeera, in cui è rimasto ucciso il reporter Tareq Ayoub, ha scatenato polemiche a livello internazionale: l'ordinario compianto per la morte di giornalisti nello svolgimento del proprio mestiere, si è trasformato in un grido di dolore sulla scarsa tutela degli inviati di guerra. L'International federation of journalists ha classificato l'attacco statunitense come "crimine di guerra" e ha definito "preistoriche" le misure di sicurezza adottate per una guerra come questa, raccontata in tempo reale. Il Committee to protect journalists ha inviato una lettera a Donald Rumsfeld, segretario americano alla Difesa, richiedendo un'indagine immediata e accurata sull'accaduto e ribadendo che i giornalisti sono civili protetti dalla legge umanitaria internazionale e, come tali, non possono essere attaccati. Reporters sans frontières ha accusato l'armata americana di aver deliberatamente preso i giornalisti come bersaglio e ha denunciato l'ostilità, acuitasi negli ultimi giorni, delle truppe nei riguardi degli inviati non "incorporati". In Italia, la Federazione nazionale della stampa e l'Ordine dei giornalisti hanno sollecitato un intervento politico e diplomatico affinché il ruolo dell'informazione possa essere svolto in condizioni di sicurezza, come previsto, d'altronde, dalle convenzioni e dai trattati internazionali.

L'art. 79 del Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra, relativo alla protezione dei giornalisti, infatti, dice:

  • i giornalisti che svolgono missioni professionali nelle zone di conflitto armato saranno considerate come persone civili ai sensi dell'art. 50 paragrafo 1
  • essi saranno protetti in quanto tali a condizione che si astengano da qualsiasi azione ledente il loro statuto di persone civili, e senza pregiudizio del diritto dei corrispondenti di guerra accreditati presso le forze armate, di beneficiare dello statuto previsto dall'art. 4 A.4) della III Convenzione
  • essi potranno ottenere una carta d'identità che sarà rilasciata dal governo dello Stato di cui sono cittadini o sul cui territorio risiedono, o nel quale si trova l'agenzia o l'organo di stampa che li impiega, e che attesterà la qualifica di giornalista del suo titolare

La protezione dei giornalisti in missione pericolosa, insomma, è offerta dal diritto internazionale, ma in pratica i professionisti dell'informazione non ottengono, da parte delle parti belligeranti, alcuna garanzia sulla loro sicurezza. A volte dipende dalla discrezione del singolo soldato che, sentendosi in qualche modo minacciato, può decidere di aprire il fuoco. Per il resto, è responsabilità dei singoli media fornire ai propri inviati tutti i mezzi utili per limitare i rischi: l'addestramento, gli strumenti di comunicazione e di pronto soccorso, l'assicurazione e l'equipaggiamento adeguato (giubbotti anti-proiettile, caschi, veicoli protetti).

Ma quante sono state negli ultimi tempi le vittime dell'informazione? Il Committee to protect journalists stila ogni anno, a gennaio, una lista dei giornalisti uccisi nell'esercizio della loro professione. Secondo le statistiche, tra il 1993 e 2002 il totale delle morti confermate (da cui sono escluse quelle causate da incidenti stradali o aerei non dovuti ad azioni belliche) è di 366. Ma solo 60 di questi sono caduti sotto il fuoco delle armate, mentre 277 sono stati uccisi a causa dei loro reportage. Uno scenario inquietante sullo stato della libertà di stampa nel mondo. Alcuni di loro sono stati ammazzati prima che denunciassero fatti scomodi (quali corruzione o violazione dei diritti umani), altri in seguito al lavoro svolto. Il resto dei giornalisti è morto in situazioni che non possono essere definite propriamente di combattimento, quali, ad esempio, violente manifestazioni di strada. Soltanto in 21 casi, è stato accertato l'arresto dell'assassino o del mandatario del delitto; ciò vuol dire che per la stragrande maggioranza dei casi, gli omicidi di giornalisti rimangono impuniti. In 23 casi, sono stati dapprima rapiti e tenuti in vita da militanti, criminali, forze di guerriglia e governative, per poi essere uccisi. I giornalisti più a rischio risultano essere quelli locali, soprattutto in quei paesi dove l'illegalità è diffusa e l'impunità è la norma.

Sono cameramen e fotografi i più esposti al pericolo. Durante l'ultimo decennio ne sono morti 49. Molti di loro sono caduti durante combattimenti in Somalia, Georgia, Bosnia e Russia. Ma altri sono stati deliberatamente uccisi a causa delle immagini che hanno catturato. 45, invece, i giornalisti radiofonici. Ciò lascia intuire l'importanza della radio in alcune regioni del mondo, soprattutto in quelle più povere e meno alfabetizzate.

Gli anni più pericolosi sono stati il 1994, quando 66 giornalisti sono morti soprattutto in Algeria, Ruanda e Bosnia; 57 le uccisioni nel 1993; 51 nel 1995; 37 nel 2002 (inclusi gli otto inviati morti in Afghanistan) e 36 nel 1999 (tra cui i dieci giornalisti uccisi in Sierra Leone).

I peggiori paesi per un giornalista sono risultati, invece, essere l'Algeria (60 morti, 58 dei quali tra il 1993 e il 1996, al culmine della guerra civile), la Russia (31 uccisi, di cui 16 per mano mafiosa) e la Colombia (29 omicidi, nei quali sono implicati per lo più guerriglieri di sinistra, forze paramilitari, trafficanti di droga e membri corrotti del governo). A seguire, i Balcani, l'India, il Ruanda, la Sierra Leone, la Turchia e il Tajikistan.

Le 11 perdite in soli 20 giorni di conflitto, fanno temere che, nella lista del 2003, l'Iraq avrà una buona posizione in classifica.

(10 aprile 2003)

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