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Uno
dei conflitti più raccontati della storia si è forse rivelato
anche il più pericoloso per i giornalisti. Con l'attacco
americano all'Hotel Palestine, per cui hanno perso la
vita un cameraman ucraino della Reuters, Taras Protsyuk,
e un cameraman spagnolo di Telecinco, José Couso,
il numero degli inviati
uccisi in questa seconda guerra del Golfo è salito a 11,
di cui due per cause non direttamente legate ad azioni di
guerra: Gaby Rado, reporter della tv britannica Channel
4, caduto dal tetto di un albergo nel Kurdistan iracheno,
e David Bloom, conduttore del programma Today
della Nbc, morto per un embolia polmonare mentre era
al seguito della terza divisione dell'esercito. Senza contare
poi i
feriti e i dispersi.
La cannonata sull'hotel dei giornalisti, preceduta, nella
stessa mattinata, dal bombardamento aereo sugli uffici di
Al Jazeera, in cui è rimasto ucciso il reporter Tareq
Ayoub, ha scatenato polemiche a livello internazionale:
l'ordinario compianto per la morte di giornalisti nello svolgimento
del proprio mestiere, si è trasformato in un grido di dolore
sulla scarsa tutela degli inviati di guerra. L'International
federation of journalists ha classificato l'attacco statunitense
come "crimine di guerra" e ha definito "preistoriche"
le misure di sicurezza adottate per una guerra come questa,
raccontata in tempo reale. Il Committee
to protect journalists ha inviato una lettera
a Donald Rumsfeld, segretario americano alla Difesa, richiedendo
un'indagine immediata e accurata sull'accaduto e ribadendo
che i giornalisti sono civili protetti dalla legge umanitaria
internazionale e, come tali, non possono essere attaccati.
Reporters
sans frontières ha accusato l'armata americana di aver
deliberatamente preso i giornalisti come bersaglio e ha denunciato
l'ostilità, acuitasi negli ultimi giorni, delle truppe nei
riguardi degli inviati non "incorporati". In Italia,
la Federazione
nazionale della stampa e l'Ordine
dei giornalisti hanno sollecitato un intervento politico
e diplomatico affinché il ruolo dell'informazione possa essere
svolto in condizioni di sicurezza, come previsto, d'altronde,
dalle convenzioni e dai trattati internazionali.
L'art.
79 del Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra,
relativo alla protezione dei giornalisti, infatti,
dice:
- i giornalisti che svolgono missioni professionali nelle
zone di conflitto armato saranno considerate come persone
civili ai sensi dell'art. 50 paragrafo 1
- essi saranno protetti in quanto tali a condizione che
si astengano da qualsiasi azione ledente il loro statuto
di persone civili, e senza pregiudizio del diritto
dei corrispondenti di guerra accreditati presso le forze
armate, di beneficiare dello statuto previsto dall'art.
4 A.4) della III Convenzione
- essi potranno ottenere una carta
d'identità che sarà rilasciata dal governo dello Stato
di cui sono cittadini o sul cui territorio risiedono, o
nel quale si trova l'agenzia o l'organo di stampa che li
impiega, e che attesterà la qualifica di giornalista del
suo titolare
La protezione dei giornalisti in missione pericolosa, insomma,
è offerta dal diritto internazionale, ma in pratica i professionisti
dell'informazione non ottengono, da parte delle parti belligeranti,
alcuna garanzia sulla loro sicurezza. A volte dipende dalla
discrezione del singolo soldato che, sentendosi in qualche
modo minacciato, può decidere di aprire il fuoco. Per il resto,
è responsabilità dei singoli media fornire ai propri inviati
tutti i mezzi utili per limitare i rischi: l'addestramento,
gli strumenti di comunicazione e di pronto soccorso, l'assicurazione
e l'equipaggiamento adeguato (giubbotti anti-proiettile, caschi,
veicoli protetti).
Ma quante sono state negli ultimi tempi le vittime dell'informazione?
Il Committee
to protect journalists stila ogni anno, a gennaio, una
lista dei giornalisti uccisi nell'esercizio della loro professione.
Secondo le statistiche,
tra il 1993 e 2002 il totale delle morti confermate
(da cui sono escluse quelle causate da incidenti stradali
o aerei non dovuti ad azioni belliche) è di 366. Ma
solo 60 di questi sono caduti sotto il fuoco delle
armate, mentre 277 sono stati uccisi a causa dei loro
reportage. Uno scenario inquietante sullo stato della libertà
di stampa nel mondo. Alcuni di loro sono stati ammazzati prima
che denunciassero fatti scomodi (quali corruzione o violazione
dei diritti umani), altri in seguito al lavoro svolto. Il
resto dei giornalisti è morto in situazioni che non possono
essere definite propriamente di combattimento, quali, ad esempio,
violente manifestazioni di strada. Soltanto in 21 casi,
è stato accertato l'arresto dell'assassino o del mandatario
del delitto; ciò vuol dire che per la stragrande maggioranza
dei casi, gli omicidi di giornalisti rimangono impuniti. In
23 casi, sono stati dapprima rapiti e tenuti in vita
da militanti, criminali, forze di guerriglia e governative,
per poi essere uccisi. I giornalisti più a rischio risultano
essere quelli locali, soprattutto in quei paesi dove l'illegalità
è diffusa e l'impunità è la norma.
Sono cameramen e fotografi i più esposti al
pericolo. Durante l'ultimo decennio ne sono morti 49.
Molti di loro sono caduti durante combattimenti in Somalia,
Georgia, Bosnia e Russia. Ma altri sono stati deliberatamente
uccisi a causa delle immagini che hanno catturato. 45,
invece, i giornalisti radiofonici. Ciò lascia intuire l'importanza
della radio in alcune regioni del mondo, soprattutto in quelle
più povere e meno alfabetizzate.
Gli anni più pericolosi sono stati il 1994, quando
66 giornalisti sono morti soprattutto in Algeria, Ruanda
e Bosnia; 57 le uccisioni nel 1993; 51
nel 1995; 37 nel 2002 (inclusi gli otto
inviati morti in Afghanistan) e 36 nel 1999
(tra cui i dieci giornalisti uccisi in Sierra Leone).
I peggiori paesi per un giornalista sono risultati, invece,
essere l'Algeria (60 morti, 58 dei quali
tra il 1993 e il 1996, al culmine della guerra
civile), la Russia (31 uccisi, di cui 16
per mano mafiosa) e la Colombia (29 omicidi,
nei quali sono implicati per lo più guerriglieri di sinistra,
forze paramilitari, trafficanti di droga e membri corrotti
del governo). A seguire, i Balcani, l'India,
il Ruanda, la Sierra Leone, la Turchia
e il Tajikistan.
Le 11 perdite in soli 20 giorni di conflitto, fanno temere
che, nella lista del 2003, l'Iraq avrà una buona posizione
in classifica.
(10 aprile 2003)
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