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Alterazione delle foto: il caso Brian Walski

Dagli Stati Uniti all'Italia: le regole per i fotogiornalisti

Regole rigide per chi lavora negli Stati Uniti, solo verbali in Italia

di Teresa Potenza

La foto manipolata pubblicata dal Los Angeles TimesIl 31 marzo il Los Angeles Times (registrazione gratuita necessaria) pubblicava in prima pagina una foto scattata da uno dei suoi reporter in Iraq, Brian Walski: un soldato inglese fa cenno ad alcuni iracheni, tra i quali un uomo con un bambino in braccio, di mettersi al riparo dai bombardamenti iracheni Bassora. Il giorno dopo si scopre che Walski aveva unito due foto per ottenerne una "migliore". Il fotografo ammette il fatto ed è licenziato. Due mesi prima, era stato licenziato un fotografo del New York Times (registrazione gratuita necessaria), Ed Keating, per aver scattato una foto in posa: aveva messo un ragazzino a giocare con una pistola finta davanti a un negozio arabo di una cittadina dove erano stati arrestati alcuni presunti terroristi.

Casi limite? Qualche anno fa in Italia un collaboratore dell'Ansa fu allontanato perché aveva truccato una foto di Antonio Di Pietro, ma nel nostro Paese la situazione è diversa (molti free lance e pochi dipendenti) e più confusa sul piano dei codici etici.

Negli Stati Uniti molti giornali possiedono codici etici e regole di comportamento che precisano ciò che i fotogiornalisti non devono fare. Un esempio dal codice del New York Times, paragrafo Fotografie e immagini:

  • Le immagini devono sempre essere integre
  • Non devono essere aggiunti, ritoccati, distorti o rimossi dalla le persone e gli oggetti presenti
  • I miglioramenti della scala di colore o di grigio vanno limitati al minimo necessario, per pulire e rendere più accurata la riproduzione
  • Le immagini di foto di cronaca non devono essere messe in posa

L'alterazione di immagini capita in tutto il mondo, ma cambia il modo di affrontarla. Qualche anno fa, racconta Giosuè Magnasci, caporedattore del settore fotografico dell'Ansa, un collaboratore inviò all'agenzia una foto che ritraeva Antonio Di Pietro con un megafono. Dopo la pubblicazione, l'interessato protestò dicendo che si trattava di un falso: la mattina della presunta foto indossava abiti diversi. "Contattammo il collaboratore - precisa Magnasci - il quale ammise di aver scattato la foto un mese prima e di aver aggiunto dopo il megafono. Oggi quel collaboratore non lavora più per l'Ansa. I casi non gravi, invece, sono più frequenti. Basti pensare alle foto durante le partite di calcio. Al computer il fotografo può mettere la palla davanti alle gambe di un calciatore, o raddoppiare il numero delle persone nelle tribune di uno stadio. I casi di manipolazione di foto - ammette il caporedattore - sono frequenti. Ma nella nostra agenzia rispettiamo un rigoroso codice etico, anche se solo verbale. È raro che qualcuno lo infranga perché conosce i rischi a cui andrebbe incontro. Tra i quali anche un licenziamento, per quanto non sia mai capitato".

Grazia Neri, presidente e fondatrice dell'omonima agenzia fotografica milanese, è più ottimista: "Manipolazioni gravi non ne riscontro nell'attualità - assicura - e le foto sono alterate per essere 'ripulite', più belle. Ritengo che una manipolazione storica di fatti sia gravissima". Comunque "in Italia non ci sono fotografi dipendenti e quindi non ci sono licenziamenti. Eventualmente il fotografo pagherebbe i danni".

La storia che racconta Riccardo Venturi, fotogiornalista dal 1989 che da due anni lavora per l'agenzia Contrasto, mette in conto anche altri elementi: casi di manipolazione ci sono, ma non sempre dipendenti dalla fonte, dal fotografo: "Dopo aver inviato una mia foto a un giornale, l'ho vista tagliata e accompagnata da una didascalia addirittura sbagliata. Per fortuna la sostanza dell'immagine non era stata alterata.

Quanto alla messa in posa - dice Venturi - è opportuna nel caso dei ritratti. "Creare un set - precisa Venturi - e allestire a bella posta una situazione non lo ritengo giustificabile nelle foto di cronaca. Alcuni obiettano, però, che se la scena è reale ma la si ricrea in un altro posto o successivamente, allora non c'è nulla di male. Secondo me si gioca sul limite". "Non sono totalmente in disaccordo - aggiunge Giosuè Magnasci - ma solo se il fotografo cerca di evidenziare degli aspetti con una certa inquadratura. Non accetto i casi estremi. Un esempio: la spazzatura per le strade di Roma è un problema serio. Se un fotografo esalta un cumulo di rifiuti con un'inquadratura dal basso, è normale. Altro è spargere spazzatura per strade pulite".

Non sta tutto nelle mani del fotogiornalista, però. Dal momento in cui le foto arrivano a giornali e periodici, può ancora succedere di tutto alle immagini. "Basti pensare - racconta Riccardo Venturi - che si va diffondendo la linea di pensiero di alcuni fotoeditor di giornali: al fotografo si chiede di interpretare l'evento, non di rappresentarlo. Una teoria che io reputo aberrante".

In questi casi il fotografo, in quanto parte lesa, può naturalmente citare il giornale. Ma gli conviene? "Non credo - risponde Riccardo Venturi - anche se è un suo diritto. I fotogiornalisti non sono rappresentati da un Albo e non fanno parte di una categoria forte, così hanno poche chanches di avere la meglio sugli studi legali dei grandi giornali".

Intervista a Giosuè Magnasci

Intervista a Riccardo Venturi

Codici etici


Link esterni

Los Angeles Times

Il fatto di cronaca

New York Times

Ansa

Codici etici e regole di comportamento

Il codice del New York Times

Grazia Neri

(9 aprile 2003)

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