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La
seconda guerra del golfo, molti la definiscono "internet war".
Più delle bombe intelligenti e delle esplosioni lontane la
cui eco arriva da Baghdad con le immagini del telegiornale
della sera, sembra che il fenomeno più appassionante
per gli spettatori sia la guerra dei tanti blog di informazione
dedicati al conflitto. Sono i warblog, che per la prima volta
strappano ai giornalisti la gestione esclusiva delle informazioni.
La prospettiva di chi sta sotto le bombe
Oltre ai giornalisti, in Iraq c'è infatti
gente che è andata a vedere coi propri occhi quello che accade,
come nel caso di Iraq
Peace Team, un gruppo di pacifisti trasferitisi a Baghdad
dal settembre 2002 e decisi a "vivere con gli iracheni
durante ogni aggressione a loro diretta".
Sempre dalla capitale irachena, si scopre addirittura
il blog
di un abitante di Baghdad che si fa chiamare Salam Pax
e offre un resoconto anche sul primo attacco americano del
20 marzo, tutto in inglese: "È stato del tutto inaspettato.
Quando le sirene hanno cominciato a suonare, abbiamo pensato
che saremmo stati colpiti dalle bombe sganciate su di noi
ma non è successo niente, almeno nella parte della città dove
vivevo io. Si sono sentiti per un po' colpi provenienti dagli
aerei, poi dopo un po' si sono fermati e allora si è sentita
chiarissima la sirena". Non solo le parole, ma Salam Pax offre
le foto dello schermo tv con l'ormai famosa apparizione di
Saddam Hussein all'indomani dall'attacco degli alleati. Nonostante
in molti
nutrano dubbi sul fatto che scriva le sue cronache davvero
dall'Iraq, altrettanti blogger
ritengono la sua una testimonianza affidabile. Ad ogni
modo, già il 21 marzo, Salam (il cui ultimo messaggio
è ormai del 24) chiede di "smettere di mandargli
email per chiedergli se lui sia 'vero' o no". Se non
gli si crede, si smetta di leggerlo: lui "non è
la tattica di propaganda di nessuno, beh... eccetto se stesso",
rincara.
L'ultima novità sta poi nei siti gestiti direttamente dai
soldati che si trovano in Iraq. Personaggi come il sergente
Stryker e il tenente
Smash sono ormai familiari a molti: tanto che il soldato
Smash si stupisce della popolarità del suo giornale e saluta
spesso i naviganti, di "Brasile, Argentina, Perù, Messico
(Hola!), Italia (Ciao!), Polonia, Russia, Germania (Hallo),
Giappone e sì, addirittura Francia (credeteci o no!)". Quello
di Stryker è invece un "sito di squadra"
a cui partecipano diversi soldati, firmandosi ognuno col proprio
nickname. E' per certi versi paradossale che Sparkey o il
capitano Mandrake scoprano particolari della guerra che essi
stessi stanno combattendo in Iraq dal sito di Yahoo
News, a cui rinviano ad esempio nel caso del ritrovamento
della soldatessa Jessica Lynch, fatta prigioniera il 23 marzo
e creduta morta, mentre era stata invece ricoverata in un
ospedale di Nassiriya.
"Il weblogging - affermava un anno fa dalle
pagine dell'Online
Journalism Rewiev J.D. Lasica - potrebbe andare incontro
all'esigenza di nuove forme di giornalismo e di discorso pubblico".
E sembra avesse ragione se oggi, in piena guerra del Golfo,
i siti-diario sono diventati la fonte di una grossa fetta
delle informazioni che ci arrivano dal fronte.
Ci sono i racconti di giornalisti embedded nell'esercito anglo-americano,
un esempio ne è il blog
di M.L. Lyke e Grant M. Haller, al seguito delle truppe
sulla portaerei Lincoln.
Ma a fornire giornalmente il proprio resoconto
sono anche free-lance come Christopher Allbritton, ex-Associated
Press, già inviato della prima guerra del Golfo, che ha deciso
di tornare in Iraq una seconda volta per "descrivere l'impatto
della guerra sulla popolazione civile". Dal suo Back
to Iraq 2.0, ha chiesto un aiuto economico ai suoi lettori
su internet ricevendo in pochi giorni più di 10 mila dollari
e ora sta per arrivare in Iraq. Nel suo ultimo messaggio (del
30 marzo) si sofferma a descrivere una visita a un bar curdo
in Turchia: parla del "saz", "uno strumento
a sette corde simile a un liuto, con un lungo manico e una
cassa profonda [...] dal suono ipnotico" e della tipica
danza curda, la "halay" in cui gli uomini presenti
si lanciano intonando una "canzone di libertà".
Albritton racconta del desiderio dei curdi di un Paese per
il loro popolo."una fragile cosa, protetta solo dagli
Stati Uniti e dalla Gran Bretagna finché per loro sarà
utile".
Immediatezza
a scapito di accuratezza e riflessione
Quello dei blog è un giornalismo spesso casereccio, ma ha
il pregio di essere una testimonianza immediata e fruibile
in ogni parte del mondo, seppure fatta più che altro di impressioni
personali dettate dalle proprie opinioni e emozioni piuttosto
che dalla tensione all'obiettività del giornalista professionista.
Già questo assicura a chi segue la guerra a distanza una quantità
notevole di notizie dall'interno del fronte. Per la prima
guerra del Golfo si parlò di uno sconvolgente conflitto visto
in diretta tv, mentre si trattava per lo più di immagini fisse
del profilo di una città e del cielo buio squarciato da sprazzi
di luci verdi. Oggi disponiamo di foto, video e resoconti
in prima persona, forniti in tempo reale da uomini e donne
che viaggiano con l'esercito o che si muovono a proprio rischio
e pericolo sulla terra di nessuno che è la landa desertica
irachena, di gente che vive i bombardamenti sulla propria
pelle, ci sta sotto e li fa vedere o li racconta nel momento
in cui avvengono.
Molti
punti di vista, ma quale verità?
J.D.
Lasica parla di una "nuova potente forma di giornalismo amatoriale"
che potrebbe soppiantare il giornalismo tradizionale. Dopo
le
perplessità sollevate dall'embedding di giornalisti
nell'esercito, fa discutere, dunque, anche il fenomeno
del weblogging di guerra. Quali sono le conseguenze del prendere
piede di questa tendenza, in termini di accuratezza e affidabilità
delle informazioni? Per Michael Stott, redattore della Reuters
per la regione del Medio Oriente, "le nuove tecnologie implicano
che nessuno sarà in grado di dominare la storia completamente
e di imporre il proprio punto di vista". Ma se certamente
aumenta la quantità delle informazioni e migliora la rapidità
di circolazione delle notizie, è pur vero che è impossibile
controllare la loro piena affidabilità.
(2 aprile 2003) [inizio]
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