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Il boom dei siti-diario sul conflitto in Iraq: cronisti che diventano protagonisti

Warblog, mille voci dal fronte

Gli improvvisati reporter di guerra che raccontano di sé e dei B52. E litigano coi lettori

di Simona Andronaco

La seconda guerra del golfo, molti la definiscono "internet war". Più delle bombe intelligenti e delle esplosioni lontane la cui eco arriva da Baghdad con le immagini del telegiornale della sera, sembra che il fenomeno più appassionante per gli spettatori sia la guerra dei tanti blog di informazione dedicati al conflitto. Sono i warblog, che per la prima volta strappano ai giornalisti la gestione esclusiva delle informazioni.

La prospettiva di chi sta sotto le bombe

Oltre ai giornalisti, in Iraq c'è infatti gente che è andata a vedere coi propri occhi quello che accade, come nel caso di Iraq Peace Team, un gruppo di pacifisti trasferitisi a Baghdad dal settembre 2002 e decisi a "vivere con gli iracheni durante ogni aggressione a loro diretta".

Sempre dalla capitale irachena, si scopre addirittura il blog di un abitante di Baghdad che si fa chiamare Salam Pax e offre un resoconto anche sul primo attacco americano del 20 marzo, tutto in inglese: "È stato del tutto inaspettato. Quando le sirene hanno cominciato a suonare, abbiamo pensato che saremmo stati colpiti dalle bombe sganciate su di noi ma non è successo niente, almeno nella parte della città dove vivevo io. Si sono sentiti per un po' colpi provenienti dagli aerei, poi dopo un po' si sono fermati e allora si è sentita chiarissima la sirena". Non solo le parole, ma Salam Pax offre le foto dello schermo tv con l'ormai famosa apparizione di Saddam Hussein all'indomani dall'attacco degli alleati. Nonostante in molti nutrano dubbi sul fatto che scriva le sue cronache davvero dall'Iraq, altrettanti blogger ritengono la sua una testimonianza affidabile. Ad ogni modo, già il 21 marzo, Salam (il cui ultimo messaggio è ormai del 24) chiede di "smettere di mandargli email per chiedergli se lui sia 'vero' o no". Se non gli si crede, si smetta di leggerlo: lui "non è la tattica di propaganda di nessuno, beh... eccetto se stesso", rincara.

L'ultima novità sta poi nei siti gestiti direttamente dai soldati che si trovano in Iraq. Personaggi come il sergente Stryker e il tenente Smash sono ormai familiari a molti: tanto che il soldato Smash si stupisce della popolarità del suo giornale e saluta spesso i naviganti, di "Brasile, Argentina, Perù, Messico (Hola!), Italia (Ciao!), Polonia, Russia, Germania (Hallo), Giappone e sì, addirittura Francia (credeteci o no!)". Quello di Stryker è invece un "sito di squadra" a cui partecipano diversi soldati, firmandosi ognuno col proprio nickname. E' per certi versi paradossale che Sparkey o il capitano Mandrake scoprano particolari della guerra che essi stessi stanno combattendo in Iraq dal sito di Yahoo News, a cui rinviano ad esempio nel caso del ritrovamento della soldatessa Jessica Lynch, fatta prigioniera il 23 marzo e creduta morta, mentre era stata invece ricoverata in un ospedale di Nassiriya.

"Il weblogging - affermava un anno fa dalle pagine dell'Online Journalism Rewiev J.D. Lasica - potrebbe andare incontro all'esigenza di nuove forme di giornalismo e di discorso pubblico". E sembra avesse ragione se oggi, in piena guerra del Golfo, i siti-diario sono diventati la fonte di una grossa fetta delle informazioni che ci arrivano dal fronte.
Ci sono i racconti di giornalisti embedded nell'esercito anglo-americano, un esempio ne è il blog di M.L. Lyke e Grant M. Haller, al seguito delle truppe sulla portaerei Lincoln.

Ma a fornire giornalmente il proprio resoconto sono anche free-lance come Christopher Allbritton, ex-Associated Press, già inviato della prima guerra del Golfo, che ha deciso di tornare in Iraq una seconda volta per "descrivere l'impatto della guerra sulla popolazione civile". Dal suo Back to Iraq 2.0, ha chiesto un aiuto economico ai suoi lettori su internet ricevendo in pochi giorni più di 10 mila dollari e ora sta per arrivare in Iraq. Nel suo ultimo messaggio (del 30 marzo) si sofferma a descrivere una visita a un bar curdo in Turchia: parla del "saz", "uno strumento a sette corde simile a un liuto, con un lungo manico e una cassa profonda [...] dal suono ipnotico" e della tipica danza curda, la "halay" in cui gli uomini presenti si lanciano intonando una "canzone di libertà". Albritton racconta del desiderio dei curdi di un Paese per il loro popolo."una fragile cosa, protetta solo dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna finché per loro sarà utile".

Immediatezza a scapito di accuratezza e riflessione

Quello dei blog è un giornalismo spesso casereccio, ma ha il pregio di essere una testimonianza immediata e fruibile in ogni parte del mondo, seppure fatta più che altro di impressioni personali dettate dalle proprie opinioni e emozioni piuttosto che dalla tensione all'obiettività del giornalista professionista. Già questo assicura a chi segue la guerra a distanza una quantità notevole di notizie dall'interno del fronte. Per la prima guerra del Golfo si parlò di uno sconvolgente conflitto visto in diretta tv, mentre si trattava per lo più di immagini fisse del profilo di una città e del cielo buio squarciato da sprazzi di luci verdi. Oggi disponiamo di foto, video e resoconti in prima persona, forniti in tempo reale da uomini e donne che viaggiano con l'esercito o che si muovono a proprio rischio e pericolo sulla terra di nessuno che è la landa desertica irachena, di gente che vive i bombardamenti sulla propria pelle, ci sta sotto e li fa vedere o li racconta nel momento in cui avvengono.

Molti punti di vista, ma quale verità?

J.D. Lasica parla di una "nuova potente forma di giornalismo amatoriale" che potrebbe soppiantare il giornalismo tradizionale. Dopo le perplessità sollevate dall'embedding di giornalisti nell'esercito, fa discutere, dunque, anche il fenomeno del weblogging di guerra. Quali sono le conseguenze del prendere piede di questa tendenza, in termini di accuratezza e affidabilità delle informazioni? Per Michael Stott, redattore della Reuters per la regione del Medio Oriente, "le nuove tecnologie implicano che nessuno sarà in grado di dominare la storia completamente e di imporre il proprio punto di vista". Ma se certamente aumenta la quantità delle informazioni e migliora la rapidità di circolazione delle notizie, è pur vero che è impossibile controllare la loro piena affidabilità.

 

(2 aprile 2003)

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