| Alla
parola redattore si può affiancare un aggettivo?
La domanda non è ovvia se Ferruccio De Bortoli, Enrico
Mentana e Ryszard Kapuscinski (in momenti diversi degli ultimi
dieci anni) sono venuti fin qui per discuterne. “Qui”
è Capodarco
di Fermo, presso la comunità di accoglienza per
disabili che è sede, ormai dal 1994, del seminario
“Redattore sociale”.
Lo scopo ufficiale del convegno è molto semplice: “E’
quello di contribuire, a lungo termine, alla costruzione di
un giornalismo dall’atteggiamento più ‘sociale’,
quali che siano le notizie trattate” .
Sociale è sinonimo di migliore? La
polemica è antica quanto il mestiere di giornalista.
Non ha dubbi – ovviamente – Stefano
Trasatti, direttore dell’agenzia di stampa “Redattore
sociale” che organizza e ospita il seminario: “Essere
‘sociale’ è avere un approccio aperto,
non discriminatorio. Che anche un cronista sportivo dovrebbe
avere”.
Sceglie invece l’interpretazione restrittiva Carlo
Giorgi, direttore di Terre
di mezzo: “Se un giornalista si occupa di sociale
semplicemente sceglie una specializzazione. Sarà poi
il modo in cui si occupa di quei temi (ad esempio se sente
tutte le fonti o no, se cita dati impropri o no) a dirci se
un giornalista è o no obiettivo. Poi – aggiunge
– ma è un altro discorso, tutto il giornalismo
ha un ruolo ‘sociale’, perché aumenta la
conoscenza di un pezzo di realtà prima nascosta; e
questo arricchisce tutti e cambia, nel suo piccolo, la società”.
Il dibattito si ripropone in sordina fra gli stessi partecipanti
al convegno, con un dualismo di fondo che investe anche il
programma del seminario. Dove accanto alle lezioni di esperti
di vari temi sociali, che offrono veri e propri strumenti
tecnici (insegnano come si legge una statistica, illustrano
la legislazione sui minori) ha preso con gli anni sempre più
piede l’aspetto dell’autoesame e del dibattito:
di colleghi che si ritrovano attorno a un tavolo per riscoprire
la passione per il proprio mestiere.
C’era quest’anno anche Paolo Rumiz,
editorialista di Repubblica, che ha scelto di parlare della
lentezza e del gusto di guardare le cose da vicino. Di camminare
a piedi per vedere i volti delle persone, per sfatare con
l’esperienza i luoghi comuni, per ascoltare la voce
di chi non ha voce. E dalla passione del cronista è
rinata l’eterna domanda sui perché del mestiere:
cosa deve (o può fare) il giornalista?
Si può dire che abbia una missione?
Qualcuno in sala parla di rivoluzione dal basso. “Pensare
di cambiare il mondo è un assunto sbagliato”
ribatte Laura Gnocchi, direttrice del Venerdì
di Repubblica. “Il male è che troppe volte si
oscilla tra voler cambiare il mondo e crearsi alibi per la
poca serietà. Il primo è la mancanza di tempo:
una scusa fin troppo facile da smontare. Poi è vero
che i giornalisti, come tutti, sono espressione della propria
società; ma non possono autoassolversi se il sistema
va male. A cambiare idea sarà un lettore, magari due.
E già questo va considerato un successo”.
Resta poi almeno un altro aspetto, quello di staccarsi dalla
schermata fitta di agenzie per ritrovare il tempo di riflettere
sul mestiere. Idea rilanciata provocatoriamente da Roberto
Morrione, direttore di Rai News 24: “Anni fa
alla Rai si faceva, ci ritrovavamo sulle colline di Fiesole.
Oggi spesso il giornalista è troppo preso in un vortice.
Per questo vengo qui tutti gli anni. E torno a casa sempre
pieno di idee”.
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Link
Dieci anni di seminario
Intervista a Stefano Trasatti
Intervista a Carlo Giorgi
(4 dicembre 2003)
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