| Il presidente
della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha detto no al disegno
di legge Gasparri sulle telecomunicazioni. Era stato proprio
il Capo dello Stato a chiedere il 23 luglio 2002 una legge
che risolvesse il problema del pluralismo, disciplinasse il
sistema dell'informazione, salvaguardasse il ruolo del servizio
pubblico e desse voce alle Regioni.
Sono passati quindici mesi prima che il provvedimento studiato
ad hoc dal Consiglio dei ministri approdasse al Quirinale.
Quindici mesi di dure battaglie in Camera e Senato e di continui
rinvii. Alla fine Ciampi ha rispedito la legge al mittente
per una nuova delibera.
In cinque cartelle di accompagnamento il presidente della
Repubblica spiega l’irregolarità di alcuni articoli
del ddl rispetto alla giurisprudenza della Corte costituzionale
in materia radiotelevisiva. Ciampi sottolinea in particolare
il contrasto del provvedimento con la sentenza 466/2002 relativa
al trasferimento sul satellite o via cavo dei programmi che
superano i limiti antitrust fissati dall’Authority,
e con la 231/1985 sulla raccolta pubblicitaria.
Le Camere potrebbero riapprovare la legge così com’è
e il Capo dello Stato sarebbe costretto a firmarla. In questo
caso però non è escluso che quei soggetti che
hanno ottenuto la concessione a trasmettere in modalità
analogia ma sono esclusi di fatto dalle frequenze terrestri
in quanto occupate da Rai e Mediaset, sollevino una questione
di legittimità davanti alla Corte Costituzionale.
Articolo 25: il digitale terrestre
Secondo la sentenza 466/2002, il principio costituzionale
del pluralismo informativo non era all’epoca garantito
perché vigeva il duopolio di Rai e Mediaset. Secondo
la Corte, quella situazione doveva cessare entro il 31 dicembre
2003, giorno in cui Rete4 sarebbe dovuta passare sul satellite
e Raitre avrebbe dovuto rinunciare alla raccolta pubblicitaria,
per liberare risorse finanziarie e canali terrestri e dar
vita a un pluralismo accettabile. Invece di prendere atto
della insuperabilità di questo termine, la legge Gasparri
punta sulla moltiplicazione dei canali grazie alla tecnica
del digitale terrestre. In questo caso, in un panorama televisivo
più ampio, il sacrifico di Rete4 e Raitre sarebbe inutile.
Il ddl fissa un anno di proroga al termine del quale l’Autorità
per le comunicazioni dovrà intervenire per accertare
che, in base allo sviluppo delle nuove forme di trasmissione,
il pluralismo sia davvero cresciuto. La legge Gasparri, nota
il Quirinale, non detta nessun principio per stabilire cosa
accadrebbe se al termine di questa verifica il Garante dovesse
stabilire che il digitale non ha fatto passi sostanziali.
Resta dunque il rischio che la Corte costituzionale ribadisca
il suo rilievo.
Articolo 15: il Sic (Sistema integrato delle Comunicazioni)
“Per stabilire il limite antitrust – dice Stefano
Merlini, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università
di Firenze – la legge Gasparri ha sostanzialmente compiuto
una falsificazione, perché ha creato un paniere, un
sistema di riferimento del pluralismo del tutto irrazionale
ed eccessivo”. Il limite che lo Stato stabiliva per
quanto riguarda la trasmissione televisiva terrestre era,
fino alla legge Gasparri, del 20%. Questa percentuale rimane,
ma sono moltiplicate le risorse che i singoli operatori della
comunicazione possono sfruttare. Con il nuovo provvedimento
sarebbe pressoché impossibile controllare che un singolo
operatore non superi il 20% delle risorse del Sistema integrato
della comunicazione, all’interno del quale non c’è
soltanto la televisione digitale o terrestre, ma anche la
telefonia, la carta stampata, il cinema. E’ un calderone
talmente vasto, che chi arrivasse a detenere il 20% della
torta – il punto sottolineato dal presidente della Repubblica
– sarebbe in una posizione dominante. L’esistenza
di posizioni dominanti sul mercato, economico o dell’informazione,
è vietata anche dalla legislazione comunitaria.
Articolo 23: le telepromozioni
Il problema del pluralismo non va visto solo all’interno
del mercato radiotelevisivo ma anche in rapporto all’equilibrio
tra l’informazione radiotelevisiva e quella della carta
stampata. Per evitare l’effettiva sottrazione di risorse
pubblicitarie alla stampa e il riversamento di queste risorse
pubblicitarie nel sistema radiotelevisivo, la Corte (sentenza
231/1985) aveva posto limiti complessivi giornalieri e orari.
La legge Gasparri sottrae le telepromozioni al limite orario.
“E’ una questione tecnica – spiega Merlini
– ma molto importante, perché il massimo dell’ascolto
si concentra soprattutto in alcune fasce orarie, e se non
c’è un limite alla concentrazione di pubblicità
il prezzo degli spazi potrebbe salire in modo vertiginoso.
La legge Gasparri, non facendo rientrare le telepromozioni
nei limiti orari della pubblicità, finisce per facilitare
l’acquisizione di risorse attraverso pubblicità
e telepromozioni della televisione, a discapito della carta
stampata. Ciampi si è preoccupato di riequilibrare
il mercato”.
La posizione dominante
Secondo il professor Merlini il ddl Gasparri ha altri difetti
costituzionali: le norme che riguardano la nuova composizione
del Cda della Rai e quelle che riguardano la privatizzazione
della Rai che dovrebbe avvenire entro il 31 gennaio del 2004.
Rispetto alla nuova composizione del Cda Rai, le norme della
legge Gasparri danno un surplus di rappresentanza al governo
e alla maggioranza di governo. Su questo la Corte si era già
espressa in modo contrario. “Il panorama dell’informazione
– spiega – sarebbe sconvolto perché al
soggetto più forte, che è Mediaset, si darebbe
la possibilità, almeno teorica, di arrivare al 20%
del sistema integrato delle comunicazioni, e quindi di raggiungere
una posizione sicuramente dominante, che sarebbe poi rafforzata
da una privatizzazione della Rai (anche se solo formale perché
nessuno può detenere più dell’1%) e dal
sicuro predominio della maggioranza di governo nel Consiglio
di amministrazione della Rai. Quindi ci sarebbe una distorsione
del sistema informativo italiano contraria non solo alla giurisprudenza
della Corte e alla legislazione comunitaria, ma anche contraria
ai più elementari principi della democrazia politica.
Il difetto sarebbe reso ancora più evidente dal fatto
che i grandi gestori televisivi potrebbero fare incetta di
giornali, perché sarebbero gli unici a disporre delle
risorse finanziarie necessarie da comprare i grandi quotidiani
nazionali”.
Link esterni:
Testo
integrale della legge (in .pdf)
Il messaggio di Ciampi
(17 dicembre 2003)
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