| La conferenza
stampa che George Bush ha tenuto il 6 marzo 2003, è
stata definita dalla New York Press “una piccola Alamo
per il giornalismo americano”. Dei 94 giornalisti presenti,
infatti, nessuno ha posto “la” domanda: cosa provasse
cioè una connessione tra l’Iraq e Al Qaeda, sebbene
anche la Cia l’avesse già messa in dubbio. Nessuno
ha intervistato il presidente sui problemi di politica interna
del paese o su come pensasse di gestire il dopoguerra. Il
corrispondente della Abc ha commentato la vitalità
dei giornalisti definendoli “simili a zombie”.
Dal racconto di questo episodio particolarmente pietoso si
avviano entrambe le analisi dei media statunitensi, uscite
a novembre sulle due più importanti riviste di giornalismo
americane, la Columbia Journalism
Review (Cjr) e la American
Journalism Review (Ajr).
Secondo l’Ajr, questo atteggiamento passivo è
dovuto all’onda di patriottismo che ha attraversato
gli Stati Uniti dopo gli attentati terroristici dell’11
settembre, ma anche ad un fenomeno di “Foxizzazione”
dei media: radio e tv “neocon” come la Fox
avrebbero acquistato infatti sempre più influsso sull’opinione
pubblica.
“Se gli Stati Uniti possono mostrare in televisione
che stanno vincendo, allora stanno vincendo” spiega
Dennis Redmont, corrispondente a Roma per
la Associated Press. E aggiunge: “Durante la guerra
in Afghanistan i giornalisti hanno avuto solo le informazioni
che il governo forniva loro. Il ministro della difesa Rumsfeld
è stato la voce della guerra”. Anche tra settembre
2002 e marzo 2003, secondo gli studi dell’analista Andrei
Tyndall, solo l’8 % delle notizie sulla guerra derivavano
da fonti che non fossero la Casa Bianca, il Pentagono o il
Dipartimento di stato.
Ma anche quando si hanno più fonti differenti, limitarsi
a dare le varie versioni di un fatto, invece di verificarlo
è, secondo Brent Cunningham della Cjr, una scorciatoia
fin troppo diffusa: stringe i tempi, ma non porta all’obiettività,
che dovrebbe “distinguere i media statunitensi dalla
faziosità senza freni della stampa europea”.
Studiando i motivi della debolezza della stampa nei confronti
del governo Bush, l’Ajr considera che Clinton
è stato attaccato più direttamente, perché
lo si poteva fare sul piano personale, quello del pettegolezzo,
argomento più accattivante del terrorismo. Ma la stessa
rivista sottolinea anche che il governo attuale ha investito
in comunicazione più di qualsiasi altro, con “ancor
più potenza scenica di Reagan”, servendosi anche
di esperti del mondo della televisione.
L’atterraggio del presidente degli Stati Uniti sulla
piattaforma Lincoln nel mezzo del Pacifico, il primo maggio,
è stato salutato della Fox, come “Storico, spettacolare”,
e dalla Msnbc: “E’ la storia che si sta svolgendo
sotto i nostri occhi”.
Simili commenti hanno accompagnato anche le immagini del lancio
dei mille paracadutisti americani nel nord dell’Iraq,
“immagini spettacolari che nascondono il significato
più profondo degli eventi” spiega Redmont: quei
paracadutisti rappresentavano infatti un fallimento per gli
Stati Uniti, dato che i soldati sarebbero dovuti giungere
a piedi dalla Turchia e non sono arrivati per un mancato accordo
con Ankara.
Questi eventi mediatici sono preferiti dal governo alle conferenze
stampa: secondo la Towson University, a fine agosto
Bush ne aveva tenute solo 58, la metà rispetto a Clinton
e a Bush padre nello stesso periodo. Ancora meno le conferenze
in cui il presidente appariva da solo, senza un rappresentante
straniero o un ufficiale dell’amministrazione al fianco:
9 rispetto alle 63 del padre e le 34 di Clinton.
“Ma il pubblico - fa notare Redmont - apprezza il dibattito:
se i media americani si sono mostrati troppo timidi, si rivolge
altrove”. Metà dei visitatori del sito britannico
Guardian Unlimited erano americani, ricorda
Redmont, e il termine ‘Al Jazeera’
è stato il più ricercato in aprile sul motore
di ricerca Lycos (tre volte più di sex).
La stampa si è svegliata, secondo l’Ajr, solo
a luglio, dato il numero crescente di vittime nel dopoguerra
iracheno e l’assenza di prove sulle armi di distruzione
di massa. A quel punto le inchieste sulle discutibili motivazioni
della guerra dei giornalisti del Washington
Post, Walter Pincus e Dana Millbank,
sono passate dalle ultime pagine a spazi di più rilievo.
Ma anche il clamore che la stampa ha fatto attorno alla questione
dell’uranio si è spento presto. E’ bastata
la morte di Uday e Qusay a seppellire tutto.
(9 dicembre 2003)
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