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Il congresso dei Ds
ha radunato il solito circo di giornalisti. Tutti insieme
chiusi in una fumosa sala stampa: strette di mano, un occhio
alle agenzie e un orecchio alle battute del vicino sui discorsi
di Fassino e compagni. Ogni quotidiano ha inviato le sue penne
più famose. Lavorando gomito a gomito, capita di fare proprie
battute altrui. E infatti, nei loro lavori, alcuni giornalisti
si sono citati a vicenda, come Ellekappa, vignettista di Repubblica,
che ha preso a prestito una battuta su Fassino dell'inviato
del Corriere della Sera
Gian Antonio Stella. Diversi i loro commenti sulla tre giorni
pesarese: qualcuno si è soffermato sulla scenografia, altri
sugli applausi, c'è chi ha espresso un giudizio politico e
chi ha parlato anche di...aperitivi (mancati).
Per Curzio Maltese, di Repubblica, questo congresso "è diverso
dagli altri, più povero. C'è stata anche maggiore schiettezza.
Prima era evidente una "guerra" tra Veltroni e D'Alema, i
diarchi, ora si preferisce il compromesso. Dai discorsi di
Coffertati e Bassolino è emerso il loro spirito di veri combattenti.
Più in generale, come in tutti i partiti sconfitti, anche
qui si nota una maggiore ricerca di dialogo con la stampa.
Ricordo che ai tempi di D'Alema i giornalisti erano relegati
in "gabbia". Ora invece gli stessi relatori citano noi giornalisti
nei loro interventi".
Paolo Franchi, opinionista del Corriere della Sera nota che
"la novità sta nel fatto che le mozioni e le diversità questa
volta sono dichiarate, trasparenti, e questo sgombera il campo
dagli orpelli propri del Pci prima e del Pds poi. Nuovo è
poi il fatto che il congresso si sia aperto con l'elezione
di Fassino: la tradizione vorrebbe che fosse in chiusura dei
lavori".
Crtitica la posizione di Cristina Boschetti di Stream Tv:
"Il tavolo ovale rappresenta un tentativo di offrire una comunicazione
circolare, non verticale, tentativo a mio parere rimasto tale.
Le vere comunicazioni sono state in realtà a latere, quando
i singoli correntisti avvicinavano la stampa. E, purtroppo,
i politici parlano solo con i giornalisti noti".
Per Sandro Curzi, direttore di Liberazione,
"qui ci sono due partiti con due diverse idee di riformismo,
e temo che la platea, applaudendo, non sempre abbia colto
le divergenze. Col paradosso della battuta sui ladri di biciclette
di Amato, che ha detto la cosa più di sinistra finora".
"Il clima è più rigoroso rispetto al congresso del Lingotto,
e lo si vede anche dal fatto che al bar l'unico alcolico presente
è la birra. Altro che aperitivi!" nota Lorenzo Paolini dell'Unione
sarda.
Francesco Verderami, del Corriere della Sera afferma che
"la democratizzazione qui è maggiore ma anche il disfacimento.
La scelta di abolire il palco non è nuova, già al congresso
di Roma nel '97 mancava. L'ulitima manifestazione scenografica
del Politburo, con un distacco proprio fisico tra la base
e i dirigenti risale al congresso di Rimini del '90. Comunque
non bisogna lasciarsi trarre in inganno dalla scenografia:
il mio collega Francesco Merlo aveva fatto notare anni fa
come la disposizione circolare delle sedie a un congresso
- erano gli anni di D'Alema - faceva pensare più alla corte
di Luigi XIV che a un ritrovo democratico".
"Tanti luoghi comuni, nessuna novità" è il lapidario commento
di Maria Laura Rodotà, firma della Stampa.
Per Paola Sacchi di Panorama
questo congresso è stato "di rottura ma freddo, paradossalmente
meno vivace di altri. Mi ha poi colpito che nessuno abbia
fischiato quando Amato ha nominato il partito socialista".
"Un grande interminabile funerale": non usa mezzi termini
Gianni Pennacchi del Giornale che aggiunge: "Tutti parlano
facendo finta di ignorare il defunto. Per il resto, ho visto
cose scontate e grottesche".
Gian Antonio Stella, firma del Corriere, lancia una delle
sue battute. "La reazione di noi giornalisti? C'è anche troppa
attenzione per quello che dicono! Fassino si ripete, e poi
c'è da dire che tutto qui è autoreferenziale. Dov'è la svolta?".
Elisabetta Fusco, di Radio
24 sostiene che " la platea è cupa, al Lingotto c'erano
emozioni, qui no".
Concorda Goffredo De Marchis: "c'è meno enfasi, si è preferito
dare spazio ai contenuti."
(20 novembre 2001)
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