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Le date: 27 e 28 maggio. Per i ballottaggi si pensa al 3 e 4 giugno

Elezioni: ora tocca ai giornalisti

Dopo tre anni, al voto professionisti e pubblicisti. Prevista una bassa affluenza


di Giusi Sansone

I giornalisti italiani tornano a votare, dopo tre anni. L'appuntamento è per il 27 e 28 maggio (e in seconda battuta, se non si raggiungerà la maggioranza assoluta, il 3 e 4 giugno). Si vota per eleggere i Consigli regionali, composti da 6 professionisti e 3 pubblicisti, il Collegio dei Revisori dei conti (2 professionisti e 1 pubblicista) e il Consiglio nazionale, formato da professionisti e pubblicisti. Sono eleggibili e possono essere votati, anche se non hanno espresso la volontà di candidarsi, tutti gli iscritti all'Albo purché abbiano 5 anni di anzianità di iscrizione nel rispettivo elenco, come prevede l'art. 3 della legge professionale. I consiglieri uscenti sono rieleggibili. L'importante, comunque, è essere in regola con il pagamento delle quote annuali. Fin qui le norme. Ma il voto, per una categoria spesso coinvolta in mille polemiche, rappresenta anche un momento di bilanci e soprattutto di riflessione sul futuro della professione. Il Ducato on line ha provato ad aprire un piccolo forum sulle problematiche poste sul tappeto da sviluppo tecnologico e nuove esigenze dell'informazione. Ecco cosa affermano i presidenti di alcuni Ordini regionali e l'Ordine Nazionale.

Sulla necessità dell'Ordine e di una riforma

Mario Petrina (Ordine Nazionale): "L'Ordine, nella debolezza complessiva del sindacato, è una guarentigia per i colleghi, almeno per adesso. C'è una legge che lo tutela. Abbiamo realizzato alcuni risultati importanti, come la sostanziale modifica della legge per l'accesso alla professione, che sarà regolato dall'accordo con le Università. L'Ordine dovrà però mantenere il diritto di lavorare ai programmi, alle materie che si studiano e agli esami".

Bruno Tucci (Ordine del Lazio e Molise): "La riforma dell'Ordine di cui si parla spesso, ma che non riesce a decollare è la preoccupazione primaria. Noi stessi sentiamo l'esigenza di riformare, perché quella che ancora abbiamo è una legge del 1963. Sono passati 48 anni: significa 48 anni di giornalismo che, con l'avvento delle tecnologie, ci lasciano alla preistoria. Dobbiamo adeguarci. Vogliamo una riforma in cui poter dire la nostra. Dopo il referendum per abolire l'Ordine, fortunatamente fallito, i giornalisti hanno recuperato spirito di corpo, ora vogliono avere voce in capitolo e non solo in senso corporativistico. Bisogna garantire l'utente, che ha delle aspettative precise e attende una riforma concepita nel rispetto della libertà di stampa".

Franco Abruzzo (Ordine della Lombardia): "Sul nodo dell'accesso alla professione ci battiamo da anni. Abbiamo sostenuto il cambiamento, con i corsi di laurea specialistici in giornalismo. Dalle pagine del nostro giornale, "Tabloid", abbiamo condotto una vera campagna. Resta l'obiettivo principale".

Carlo D'Ettorre (Ordine delle Marche): "Non si poteva più prescindere dal titolo accademico per fare questo mestiere e la riforma universitaria ha inglobato la nostra proposta. Le scuole, ottima soluzione fino ad oggi, saranno sostituite dalla formula "tre più due" e il progetto andrà avanti. Nel quadro complessivo della riforma delle professioni, la difesa arroccata della categoria non deve trasformarsi però in corporativismo. Non dimentichiamo la tutela dell'utente finale".

I problemi

Petrina: "La riforma prima di tutto, ripeto. L'attuale presidenza ha puntato su alcuni aspetti, ma il lavoro da fare è ancora tanto. Convinti della necessità di una preparazione adeguata, assicurata nelle scuole di giornalismo in cui abbiamo creduto e investito, riteniamo che l'iniziativa debba passare ora al Parlamento italiano. Noi rimarremo garanti e osservatori attenti, perché la riforma si compia secondo le nostre indicazioni".

Tucci: "Sono molti. Oltre la riforma, oggi preoccupa l'assetto dell'on-line. La Fnsi ha stabilito (nel nuovo contratto) la registrazione di tutte le testate on-line. Forse la situazione sarà più chiara e l'obbligo di un direttore responsabile garantirà contro i siti anonimi, le regole democratiche che sanciscono la libertà di espressione. I giornalisti hanno sempre una responsabilità: avvicinarsi il più possibile alla verità".

Abruzzo: "La deontologia professionale. In questi anni abbiamo cercato di far prevalere la legge e alimentare le virtù civili dei giornalisti. Imparzialità, equidistanza dai fatti, fanno parte di una cultura della responsabilità che abbiamo contribuito a mantenere viva".

D'Ettorre: "Fra i problemi individuo la posizione dei pubblicisti nel panorama italiano. Temono oggi di essere cancellati: in realtà servirebbe una maggiore serietà nella ricognizione d'ufficio per l'esame di idoneità. Se uno vuole scrivere, non ha bisogno di una tessera professionale. Se invece vuole il fare il giornalista, la prospettiva cambia. Ma una effettiva riforma, in tal senso, credo sia ancora lungi da venire".

La nota dolente: l'affluenza alle urne

Petrina: "La maggior parte dei giornalisti non segue i problemi della categoria, non conosce tutte le le regole burocratiche. Auspico una maggiore partecipazione. Non si può delegare il voto, diritto insindacabile e trasparente".

Tucci: "Siamo specchio del paese, in tal senso. Queste elezioni coincideranno con i ballottaggi amministrativi in alcune capitali, molti colleghi potrebbero mancare all'appuntamento".

Abruzzo: "Nelle ultime elezioni in Lombardia ha votato il 33 % dei giornalisti professionisti e il 10 % dei pubblicisti. La rappresentanza è un fatto democratico. Crediamo che i numeri questa volta siano la dimostrazione di un accresciuto interesse per i propri diritti".

D'Ettorre: "Nella nostra regione, che è ancora possibile gestire, la percentuale degli elettori è bassa, ma superiore alla media. Nell'ultima tornata elettorale hanno votato il 45-46 % dei professionisti. L'invito alle urne è d'obbligo, proprio in un momento in cui il calo d'interesse per l'Ordine sembra prendere il sopravvento. Dovrebbe rinascere più forte un sanissimo spirito di categoria, quasi un senso di appartenenza".

Sul nuovo contratto di lavoro

Petrina: "Lo giudico negativamente, come la maggior parte dei giornalisti italiani. Il contratto è il portato di una mancata riflessione culturale in seno alla categoria, sulla professione di oggi e soprattutto sulle prospettive di questo lavoro. E' penalizzante, in particolare per i nuovi profili legati all'impiego della tecnologia".

Tucci: "In genere, su quello che fanno i miei colleghi al di fuori dell'Ordine non mi pronuncio, come vorrei che non si pronunciassero i colleghi del Sindacato. Sono due settori separati. C'è stata una Federazione della stampa che è riuscita a raggiungere dopo faticosi mesi di lavoro un'intesa contrattuale. La contestazione è rientrata dopo la riunione dei comitati di redazione. Tutto qui".

Abruzzo: "La mia posizione in merito è ormai nota. Ho espresso una serie di valutazioni di natura tecnico-giuridica. E' anticostituzionale. E poi non credo nella globalizzazione, che finirà per uccidere i diritti fondamentali dei cittadini. Le assunzioni a termine sono un terreno franoso, su cui i giovani giornalisti avanzeranno a stento".

D'Ettorre: "Fra Ordine e Sindacato cerchiamo di non creare frizioni. E la tensione che altrove è alta, qui nelle Marche è poco sentita. Devo però ammettere che alcune parti del contratto non possono essere definite delle conquiste. Il mio giudizio è tiepido. Se parliamo invece dei traguardi ottenuti dall'accordo sui teleradiogiornalisti dell'emittenza privata, che risale all'ottobre del 2000, il discorso cambia. In quell'occasione il Sindacato ha dato una prova di forza".

 

(22 maggio 2001)

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