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Un lavoro che viene ancora scelto per vocazione. Snobbato Internet

Scuole di giornalismo, non solo praticantato

Il Censis: professionisti soddisfatti e con buone prospettive occupazionali

di Roberto Tallei

Negli ultimi cinque anni l'Ordine dei giornalisti ha "sfornato" 4412 nuovi professionisti. Più di uno su dieci (478, per la precisione) aveva svolto il praticantato in una delle scuole riconosciute in Italia. Introdotte a partire dal 1990, queste strutture stanno pian piano trasformando il mercato del lavoro giornalistico, in termini quantitativi e qualitativi. Se n'è accorto anche il Censis, che ha svolto insieme all'Unione cattolica della stampa italiana (Ucsi) il secondo "Rapporto annuale sulla comunicazione in Italia". Un capitolo è dedicato proprio alle scuole di specializzazione in giornalismo, con un'indagine condotta su un campione di 212 giovani che le hanno frequentate. E che hanno deciso di raccontare la loro esperienza, non senza qualche sorpresa.

Chi sono, che sanno, cosa fanno

Il giornalista proveniente dalle scuole ha dei tratti ben diversi dai professionisti che si sono formati nelle redazioni. In genere ha meno di trent'anni (73,4 percento) e una buona cultura accademica alle spalle. Sempre più spesso si tratta di una donna (53,8%). Conosce la tecnologia, ma snobba l'informazione online, alla quale preferisce la più classica carta stampata. A inizio carriera ha avuto bisogno di studiare economia e diritto e ancora giudica carente la conoscenza delle lingue straniere. Sente la sua professione come una vocazione, che può offrire grandi soddisfazioni personali. Ma, soprattutto, chi proviene da una scuola riesce ad ottenere un contratto di lavoro con una certa facilità, vista la completezza della formazione.

La carica dei laureati

La laurea è il titolo di studio del 90% di questi nuovi giornalisti. In passato le scuole di specializzazione erano infatti aperte anche a diplomati, oggi non più. Uno su tre proviene da Lettere, gli altri soprattutto da Sociologia, Scienze della Comunicazione e Scienze Politiche. Ma è proprio quest'ultima ad essere ritenuta la più idonea, per la buona preparazione generale che fornisce. Si ritiene dunque sempre più importante la capacità di saper spiegare i fatti con chiarezza, mentre perde peso il culto della buona scrittura.

Al lavoro!

Sotto il profilo occupazionale le scuole funzionano. Il 77,9% di chi le ha terminate da un anno ha un lavoro come giornalista, indice che sale al 96,4% tra coloro che hanno finito la specializzazione da due o più anni. E solo un lavoratore su tre deve accontentarsi di un contratto di collaborazione. Riguardo ai mezzi, nel 60% dei casi questi giornalisti scrivono per la carta stampata, quotidiani e periodici. Seguono la tv, la radio, le agenzie. Anche l'informazione online offre discrete opportunità, con un 12,5% di occupati. Ma è ultima in termini di attrattività della professione. La massima ambizione è infatti un quotidiano nazionale o, al massimo, una trasmissione televisiva di approfondimento.

La scuola, che bella

Chi sceglie di frequentare una scuola di giornalismo lo fa soprattutto per ottenere il praticantato (43,9%). Chi l'ha terminata, invece, si dichiara generalmente soddisfatto per la preparazione ottenuta e per le occasioni di inserimento professionali. Non sono dunque due anni persi, ma una buona palestra per il futuro. Da integrare, ovviamente, con occasioni direttamente sul campo. Ed è per questo che gli stage previsti sono considerati molto importanti, sotto il profilo formativo e occupazionale. Risultati, questi, che erano stati evidenziati anche da un'indagine simile curata lo scorso anno dalla Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia. Anche lì, quasi nel 90% dei casi le scuole venivano giudicate utili per il futuro professionale e gli stage addirittura "fondamentali" per i contatti e le esperienze offerte. Oltre agli aspetti positivi, il Censis ne rileva comunque anche qualcuno negativo. Ad esempio, tra i professionisti di provenienza "scolastica", uno su cinque ha riscontrato una certa diffidenza nelle redazioni da parte di chi invece si è formato sul campo.

Missione giornalista

Quella di giornalista rimane una professione che si sceglie soprattutto per vocazione (63,2% dei casi). Pochi quelli che si ritrovano ad esercitarla "per caso" e pochissimi quelli che lo fanno per seguire le orme familiari. I giovani professionisti, riguardo alle ambizioni, hanno le idee chiare: scelgono questa strada soprattutto per le soddisfazioni personali che se ne possono trarre. Più della metà, con una punta di idealismo, lo fa anche per la possibilità di svolgere un ruolo utile alla società. Decisamente meno importanti - ci credete? - sono considerati invece l'aspetto economico e la notorietà.

(4 febbraio 2003)

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