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Negli ultimi cinque anni l'Ordine
dei giornalisti ha "sfornato" 4412 nuovi professionisti.
Più di uno su dieci (478, per la precisione) aveva svolto
il praticantato in una delle scuole riconosciute in Italia.
Introdotte a partire dal 1990, queste strutture stanno pian
piano trasformando il mercato del lavoro giornalistico, in
termini quantitativi e qualitativi. Se n'è accorto anche il
Censis,
che ha svolto insieme all'Unione cattolica della stampa italiana
(Ucsi) il
secondo "Rapporto annuale sulla comunicazione in Italia".
Un capitolo è dedicato proprio alle scuole di specializzazione
in giornalismo, con un'indagine condotta su un campione di
212 giovani che le hanno frequentate. E che hanno deciso di
raccontare la loro esperienza, non senza qualche sorpresa.
Chi sono, che sanno, cosa fanno
Il giornalista proveniente dalle scuole ha dei tratti ben
diversi dai professionisti che si sono formati nelle redazioni.
In genere ha meno di trent'anni (73,4 percento) e una buona
cultura accademica alle spalle. Sempre più spesso si tratta
di una donna (53,8%). Conosce la tecnologia, ma snobba l'informazione
online, alla quale preferisce la più classica carta stampata.
A inizio carriera ha avuto bisogno di studiare economia e
diritto e ancora giudica carente la conoscenza delle lingue
straniere. Sente la sua professione come una vocazione, che
può offrire grandi soddisfazioni personali. Ma, soprattutto,
chi proviene da una scuola riesce ad ottenere un contratto
di lavoro con una certa facilità, vista la completezza della
formazione.
La carica dei laureati
La laurea
è il titolo di studio del 90% di questi nuovi giornalisti.
In passato le scuole di specializzazione erano infatti aperte
anche a diplomati, oggi non più. Uno su tre proviene da Lettere,
gli altri soprattutto da Sociologia, Scienze della Comunicazione
e Scienze Politiche. Ma è proprio quest'ultima ad essere ritenuta
la più idonea, per la buona preparazione generale che fornisce.
Si ritiene dunque sempre più importante la capacità di saper
spiegare i fatti con chiarezza, mentre perde peso il culto
della buona scrittura.
Al lavoro!
Sotto il profilo occupazionale
le scuole funzionano. Il 77,9% di chi le ha terminate da un
anno ha un lavoro come giornalista, indice che sale al 96,4%
tra coloro che hanno finito la specializzazione da due o più
anni. E solo un lavoratore su tre deve accontentarsi di un
contratto di collaborazione. Riguardo ai mezzi,
nel 60% dei casi questi giornalisti scrivono per la carta
stampata, quotidiani e periodici. Seguono la tv, la radio,
le agenzie. Anche l'informazione online offre discrete opportunità,
con un 12,5% di occupati. Ma è ultima in termini di attrattività
della professione. La massima ambizione è infatti un quotidiano
nazionale o, al massimo, una trasmissione televisiva di approfondimento.
La scuola, che bella
Chi sceglie di frequentare una scuola di giornalismo lo fa
soprattutto per ottenere il praticantato (43,9%). Chi l'ha
terminata, invece, si dichiara generalmente soddisfatto per
la preparazione
ottenuta e per le occasioni di inserimento professionali.
Non sono dunque due anni persi, ma una buona palestra per
il futuro. Da integrare, ovviamente, con occasioni direttamente
sul campo. Ed è per questo che gli stage previsti sono considerati
molto importanti, sotto il profilo formativo e occupazionale.
Risultati, questi, che erano stati evidenziati anche da un'indagine
simile curata lo scorso anno dalla Scuola
di giornalismo radiotelevisivo di Perugia. Anche lì, quasi
nel 90% dei casi le scuole venivano giudicate utili per il
futuro professionale e gli stage addirittura "fondamentali"
per i contatti e le esperienze offerte. Oltre agli aspetti
positivi, il Censis ne rileva comunque anche qualcuno negativo.
Ad esempio, tra i professionisti di provenienza "scolastica",
uno su cinque ha riscontrato una certa diffidenza nelle redazioni
da parte di chi invece si è formato sul campo.
Missione giornalista
Quella di giornalista rimane una professione che si sceglie
soprattutto per vocazione (63,2% dei casi). Pochi quelli che
si ritrovano ad esercitarla "per caso" e pochissimi quelli
che lo fanno per seguire le orme familiari. I giovani professionisti,
riguardo alle ambizioni,
hanno le idee chiare: scelgono questa strada soprattutto per
le soddisfazioni personali che se ne possono trarre. Più della
metà, con una punta di idealismo, lo fa anche per la possibilità
di svolgere un ruolo utile alla società. Decisamente meno
importanti - ci credete? - sono considerati invece l'aspetto
economico e la notorietà.
(4 febbraio 2003)
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