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Se ne vanno in giro a filmare le persone per strada, le intervistano
e poi fanno rivedere tutto in piazza su uno schermo: l'informazione
è sbarcata anche nella Sambinha, una delle undici favelas
di un quartiere di Rio de Janeiro, quello che qui chiamano
'il territorio degli esclusi', degli esclusi dallo Stato,
degli esclusi dalla legge, dalla politica e dalla società
civile. E Tv Avanter è nata nel tentativo estremo di
avviare un processo di coscienza civile, di consapevolezza
della propria realtà. "Da quando hanno fondato Tv Avanter
- dice Astrit Dakli, il caporedattore politico del
Manifesto che la Sambinha l'ha visitata di persona
- il Centro de Cooperaçao popular (il centro socio-culturale
che l'ha vista nascere) si è arricchito di nuovi stimoli e
di nuovi spunti per incentivare il progresso civile nella
favela".
La favela parla di sé
"Sono solo in tre - racconta il giornalista del Manifesto
- e lavorano con due televisori, due videoregistratori e un
vecchio mixer". Informazione allo stato puro, quindi, possibile
anche se ormai la notizia ai nostri giorni è 'tecnologizzata'
e sembra non poter prescindere dal progresso tecnico. "Il
risultato - dice Dakli - è molto semplice: i servizi hanno
un'aria elementare, ma insieme autentica. I filmati sono fatti
all'interno della favela e nello stesso tempo sono fatti per
la favela, per far emergere i problemi più gravi, come quelli
che riguardano salute e violenza". La rinascita della dimensione
locale, dello spazio piccolo, seppur in un mondo globalizzato;
e in questo Orfeo
Tv a Bologna e le altre televisioni del circuito italiano
di Telestreet hanno fatto scuola. "Lo spazio fuori
- dice Dakli - è molto modesto, ma lo scopo non è quello di
fornire informazioni da dentro a fuori, ma di far capire a
chi sta dentro la realtà in cui vive. Essere intervistati
per strada da persone che conosci e poi rivedersi sullo schermo
accelera a mio avviso il processo di consapevolezza di se
stessi e del meccanismo informativo interno ed esterno".
Il telegiornale di strada
Hector fa le interviste, Maurinho è l'addetto alla telecamera
e al mixer, un'annunciatrice 'cuce' le notizie e Roberto Dos
Santos coordina il lavoro: uno staff ben organizzato che ha
alle spalle un passato tutt'altro che giornalistico, ma che
crede moltissimo nel ruolo educativo dell'informazione. Cinque
servizi da cinque minuti l'uno e il telegiornale è pronto
per la messa in onda che avviene con modalità diverse. "Trasmettono
il notiziario - racconta il caporedattore del Manifesto
- inserendosi illegalmente su alcune frequenze, oppure sfruttando
spazi che le tv locali, a determinati orari della giornata,
danno loro in concessione. Ma il momento più caratteristico
è quello della trasmissione pubblica: a giorni alterni il
notiziario registrato viene proiettato su uno schermo in alcuni
punti della favela. Diventa un vero e proprio telegiornale
di strada".
Per decifrare la propaganda nessuna propaganda
Non è dato sapere nulla di più sui fondatori della televisione,
"perché - spiega Dakli - non vogliono che il Centro de
Cooperaçao popular e le persone che vi lavorano siano
identificabili. I rapporti con l'esterno sono difficili a
causa dei narcotrafficanti che sottomettono tutti con il terrore
e la violenza; all'interno, invece, una certa pressione è
esercitata dall'amministrazione della stessa favela che non
vede di buon occhio il loro lavoro sulle coscienze della gente".
E da quanto racconta il caporedattore del Manifesto
è chiaro che a qualcuno questo 'progetto educativo' può dar
fastidio, soprattutto quando si entra nel territorio dei diritti
e dei doveri. Durante le elezioni, per esempio, la televisione
non ha assolutamente fatto campagna elettorale, ma ha fornito
gli strumenti utili per decifrare la propaganda dei singoli
candidati, per comprenderne i programmi. "Anche se è un'informazione
ancorata al vissuto personale - sostiene Dakli - certamente
un buon giornalista dovrebbe fare anche questo: rendere coscienti
della propria condizione".
Informazione: la ricchezza dei poveri
Tv Avanter è stata accolta con calore dagli abitanti della
Sambinha che partecipano numerosi alle proiezioni del telegiornale.
"Da quello che ho visto stando nella favela - racconta Dakli
- i responsabili della tv hanno un rapporto molto buono con
tutti. Vengono fermati per la strada e ricevono apprezzamenti
positivi sul loro lavoro". L'informazione, quindi, è una risorsa
importante anche in un luogo che di risorse ne ha davvero
poche. E l'estensione del bacino d'utenza passa in secondo
piano secondo il caporedattore del Manifesto: "A causa
della globalizzazione non esistono più comunità chiuse in
se stesse: l'informazione riguarda solo l'esterno. Ma a mio
avviso è importante conservare anche l'informazione che riguarda
la propria comunità e l'esperimento della Sambinha dovrebbe
essere da esempio".
(20 Febbraio 2003)
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