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Il giornalismo degli "esclusi da tutto"

Nelle favelas a guardare il tg

Pochi mezzi, tante idee e la rinascita della coscienza civile

di Daniela Corneo

Se ne vanno in giro a filmare le persone per strada, le intervistano e poi fanno rivedere tutto in piazza su uno schermo: l'informazione è sbarcata anche nella Sambinha, una delle undici favelas di un quartiere di Rio de Janeiro, quello che qui chiamano 'il territorio degli esclusi', degli esclusi dallo Stato, degli esclusi dalla legge, dalla politica e dalla società civile. E Tv Avanter è nata nel tentativo estremo di avviare un processo di coscienza civile, di consapevolezza della propria realtà. "Da quando hanno fondato Tv Avanter - dice Astrit Dakli, il caporedattore politico del Manifesto che la Sambinha l'ha visitata di persona - il Centro de Cooperaçao popular (il centro socio-culturale che l'ha vista nascere) si è arricchito di nuovi stimoli e di nuovi spunti per incentivare il progresso civile nella favela".

La favela parla di sé

"Sono solo in tre - racconta il giornalista del Manifesto - e lavorano con due televisori, due videoregistratori e un vecchio mixer". Informazione allo stato puro, quindi, possibile anche se ormai la notizia ai nostri giorni è 'tecnologizzata' e sembra non poter prescindere dal progresso tecnico. "Il risultato - dice Dakli - è molto semplice: i servizi hanno un'aria elementare, ma insieme autentica. I filmati sono fatti all'interno della favela e nello stesso tempo sono fatti per la favela, per far emergere i problemi più gravi, come quelli che riguardano salute e violenza". La rinascita della dimensione locale, dello spazio piccolo, seppur in un mondo globalizzato; e in questo Orfeo Tv a Bologna e le altre televisioni del circuito italiano di Telestreet hanno fatto scuola. "Lo spazio fuori - dice Dakli - è molto modesto, ma lo scopo non è quello di fornire informazioni da dentro a fuori, ma di far capire a chi sta dentro la realtà in cui vive. Essere intervistati per strada da persone che conosci e poi rivedersi sullo schermo accelera a mio avviso il processo di consapevolezza di se stessi e del meccanismo informativo interno ed esterno".

Il telegiornale di strada

Hector fa le interviste, Maurinho è l'addetto alla telecamera e al mixer, un'annunciatrice 'cuce' le notizie e Roberto Dos Santos coordina il lavoro: uno staff ben organizzato che ha alle spalle un passato tutt'altro che giornalistico, ma che crede moltissimo nel ruolo educativo dell'informazione. Cinque servizi da cinque minuti l'uno e il telegiornale è pronto per la messa in onda che avviene con modalità diverse. "Trasmettono il notiziario - racconta il caporedattore del Manifesto - inserendosi illegalmente su alcune frequenze, oppure sfruttando spazi che le tv locali, a determinati orari della giornata, danno loro in concessione. Ma il momento più caratteristico è quello della trasmissione pubblica: a giorni alterni il notiziario registrato viene proiettato su uno schermo in alcuni punti della favela. Diventa un vero e proprio telegiornale di strada".

Per decifrare la propaganda nessuna propaganda

Non è dato sapere nulla di più sui fondatori della televisione, "perché - spiega Dakli - non vogliono che il Centro de Cooperaçao popular e le persone che vi lavorano siano identificabili. I rapporti con l'esterno sono difficili a causa dei narcotrafficanti che sottomettono tutti con il terrore e la violenza; all'interno, invece, una certa pressione è esercitata dall'amministrazione della stessa favela che non vede di buon occhio il loro lavoro sulle coscienze della gente". E da quanto racconta il caporedattore del Manifesto è chiaro che a qualcuno questo 'progetto educativo' può dar fastidio, soprattutto quando si entra nel territorio dei diritti e dei doveri. Durante le elezioni, per esempio, la televisione non ha assolutamente fatto campagna elettorale, ma ha fornito gli strumenti utili per decifrare la propaganda dei singoli candidati, per comprenderne i programmi. "Anche se è un'informazione ancorata al vissuto personale - sostiene Dakli - certamente un buon giornalista dovrebbe fare anche questo: rendere coscienti della propria condizione".

Informazione: la ricchezza dei poveri

Tv Avanter è stata accolta con calore dagli abitanti della Sambinha che partecipano numerosi alle proiezioni del telegiornale. "Da quello che ho visto stando nella favela - racconta Dakli - i responsabili della tv hanno un rapporto molto buono con tutti. Vengono fermati per la strada e ricevono apprezzamenti positivi sul loro lavoro". L'informazione, quindi, è una risorsa importante anche in un luogo che di risorse ne ha davvero poche. E l'estensione del bacino d'utenza passa in secondo piano secondo il caporedattore del Manifesto: "A causa della globalizzazione non esistono più comunità chiuse in se stesse: l'informazione riguarda solo l'esterno. Ma a mio avviso è importante conservare anche l'informazione che riguarda la propria comunità e l'esperimento della Sambinha dovrebbe essere da esempio".

(20 Febbraio 2003)

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