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La riforma è (quasi) servita. Ordine
dei giornalisti, sindacato (Fnsi)
e Parlamento stanno per trovare una strada comune: la legge
n.69 del 3 febbraio 1963 - legge che da quarant’anni regola
la professione giornalistica in Italia - sarà presto emendata.
E molte cose cambieranno: parola di Lorenzo Del Boca, presidente
del Consiglio nazionale dell’Ordine.
I perché della riforma
Dal capo dello Stato al papa, negli ultimi mesi è stato spesso
invocato il rispetto di una piena libertà di stampa. Ma tale
libertà, secondo Del Boca, “rischia di essere limitata da
una legge (la cosiddetta legge Gonella del ’63 appunto, ndr)
sbagliata”. Spiega: “E’ passato troppo tempo dalla sua emanazione,
si scriveva ancora col calamaio. E’ ormai un'automobile che
perde i pezzi da tutte le parti. Già sei mesi dopo la sua
promulgazione, c’era chi chiedeva emendamenti. Oggi finalmente
posso dire che siamo vicini al bivio: vedo una solidarietà
trasversale. Tutti hanno capito che questa professione deve
essere tutelata, non lasciata alla mercè di una legge che
non può più difenderla perché troppo vecchia”. La parola d’ordine
per Del Boca è: “Ottenere una riforma integrale e ben fatta
della Gonella. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio
Bonaiuti dovrebbe mettere su un unico tavolo di confronto
con i giornalisti tutte le questioni: in questo modo risolveremmo
ogni problema”. E’ d’accordo il ministro delle Comunicazioni,
Maurizio Gasparri: "Mi auguro che ci sia una accelerazione
relativamente alla discussione sulla nuova legge".
Tre questioni fondamentali
Sul tavolo tre questioni fondamentali. “Anzitutto – continua
Del Boca – serve un istituto della rettifica per estinguere
il reato di diffamazione a mezzo stampa: è anacronistica la
pena detentiva connessa al reato. Per questo e tutti gli altri
temi penali c’è un dibattito in atto al Ministero della Giustizia.
Poi, è necessario un Giurì che faccia da cerniera tra il mondo
dell’informazione e quello dei lettori (se ne parla alla Commissione
cultura di Camera e Senato). Infine, c’è da pensare a un meccanismo
di accesso alla professione: questo aspetto è affidato al
sottosegretario Maria Grazia Siliquini, del Ministero dell’Istruzione”.
Il problema della formazione
Il problema della formazione trova ampio spazio nella proposta
di riforma avanzata dall'Ordine. “Serve un accesso scolastico
alla professione”, spiega Del Boca. “I laureati seguiranno
un corso da praticanti (come si fa già adesso negli istituti
per la formazione al giornalismo) dove oltre a far pratica
avranno anche l’occasione di approfondire certe materie. I
diplomati frequenteranno un corso di laurea pensato appositamente
per questo sbocco. Non ci saranno altre strade possibili in
futuro. I giornalisti del domani dovranno possedere gli strumenti
indispensabili per fare questa professione. Ad esempio: conoscenza
di altre lingue, oltre all’inglese; nozioni sul mondo arabo,
indispensabili per capire ciò di cui oggi più si parla; e
così via”. Il percorso formativo obbligatorio pensato per
gli aspiranti giornalisti del domani ha pure un’altra finalità:
evitare che ci sia tanta gente (per lo più giovani) senza
contratto, mal tutelata, poco autonoma e perciò spesso “ricattabile”.
“Se non hai regole d’accesso chiare – conclude Del Boca -,
se costruisci case senza permessi, senza progetto, poi non
stanno in piedi. Tra gente che offre competenze da ingegnere,
pretendendo al contempo contratti da ingegnere, e gente che
per tirare avanti si accontenta di poco, c’è un marasma, un’ambiguità
professionale in cui tutto è lecito. Presto non sarà più così”.
(14 Febbraio 2003)
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