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Riforma della normativa del '63 vicina al varo: il problema della formazione

"Legge Gonella, un'automobile che perde i pezzi"

Il presidente dell’Ordine Del Boca: “Così cambierà la professione”

di Roberto Ciarapica

La riforma è (quasi) servita. Ordine dei giornalisti, sindacato (Fnsi) e Parlamento stanno per trovare una strada comune: la legge n.69 del 3 febbraio 1963 - legge che da quarant’anni regola la professione giornalistica in Italia - sarà presto emendata. E molte cose cambieranno: parola di Lorenzo Del Boca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine.

I perché della riforma

Dal capo dello Stato al papa, negli ultimi mesi è stato spesso invocato il rispetto di una piena libertà di stampa. Ma tale libertà, secondo Del Boca, “rischia di essere limitata da una legge (la cosiddetta legge Gonella del ’63 appunto, ndr) sbagliata”. Spiega: “E’ passato troppo tempo dalla sua emanazione, si scriveva ancora col calamaio. E’ ormai un'automobile che perde i pezzi da tutte le parti. Già sei mesi dopo la sua promulgazione, c’era chi chiedeva emendamenti. Oggi finalmente posso dire che siamo vicini al bivio: vedo una solidarietà trasversale. Tutti hanno capito che questa professione deve essere tutelata, non lasciata alla mercè di una legge che non può più difenderla perché troppo vecchia”. La parola d’ordine per Del Boca è: “Ottenere una riforma integrale e ben fatta della Gonella. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Bonaiuti dovrebbe mettere su un unico tavolo di confronto con i giornalisti tutte le questioni: in questo modo risolveremmo ogni problema”. E’ d’accordo il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri: "Mi auguro che ci sia una accelerazione relativamente alla discussione sulla nuova legge".

Tre questioni fondamentali

Sul tavolo tre questioni fondamentali. “Anzitutto – continua Del Boca – serve un istituto della rettifica per estinguere il reato di diffamazione a mezzo stampa: è anacronistica la pena detentiva connessa al reato. Per questo e tutti gli altri temi penali c’è un dibattito in atto al Ministero della Giustizia. Poi, è necessario un Giurì che faccia da cerniera tra il mondo dell’informazione e quello dei lettori (se ne parla alla Commissione cultura di Camera e Senato). Infine, c’è da pensare a un meccanismo di accesso alla professione: questo aspetto è affidato al sottosegretario Maria Grazia Siliquini, del Ministero dell’Istruzione”.

Il problema della formazione

Il problema della formazione trova ampio spazio nella proposta di riforma avanzata dall'Ordine. “Serve un accesso scolastico alla professione”, spiega Del Boca. “I laureati seguiranno un corso da praticanti (come si fa già adesso negli istituti per la formazione al giornalismo) dove oltre a far pratica avranno anche l’occasione di approfondire certe materie. I diplomati frequenteranno un corso di laurea pensato appositamente per questo sbocco. Non ci saranno altre strade possibili in futuro. I giornalisti del domani dovranno possedere gli strumenti indispensabili per fare questa professione. Ad esempio: conoscenza di altre lingue, oltre all’inglese; nozioni sul mondo arabo, indispensabili per capire ciò di cui oggi più si parla; e così via”. Il percorso formativo obbligatorio pensato per gli aspiranti giornalisti del domani ha pure un’altra finalità: evitare che ci sia tanta gente (per lo più giovani) senza contratto, mal tutelata, poco autonoma e perciò spesso “ricattabile”. “Se non hai regole d’accesso chiare – conclude Del Boca -, se costruisci case senza permessi, senza progetto, poi non stanno in piedi. Tra gente che offre competenze da ingegnere, pretendendo al contempo contratti da ingegnere, e gente che per tirare avanti si accontenta di poco, c’è un marasma, un’ambiguità professionale in cui tutto è lecito. Presto non sarà più così”.

(14 Febbraio 2003)

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