| Nei negozi
occidentali, di fianco alle scarpe Nike ecco spuntare berretti
cinesi. “Tra dieci anni saremo tutti cinesizzati”
dicono i super manager riuniti al World Economic Forum 2004,
a Davos in Svizzera. E Pechino sarà la fabbrica del
pianeta. 
Ma chi pensa che crescita economica, democrazia e diritti
umani vadano a braccetto dovrà ricredersi. E’
il messaggio del nuovo
rapporto di Amnesty International ( febbraio 2004). Cresce
il numero dei prigionieri accusati di usare internet illegalmente.
E si stringono le maglie della censura. Allo stesso tempo
sono 79 milioni gli utenti del web, con un più 39 per
cento rispetto a un anno fa. La voglia di democrazia spinge
molti dissidenti a rischiare il carcere.
Attenta alla chat
Dopo una mattinata passata sui libri di psicologia, la studentessa
Liu Di, esce di casa. Due passi tra le vie di Pechino e una
sosta dentro un internet caffè. Si collega a una chat
e scrive: “Il governo non doveva incarcerare Huang Qi”.
Queste sette parole le sono costate un anno di carcere. L’accusa:
aver criticato il governo cinese per l’arresto dell’amico
– dissidente Huang Qi. Liu Di è uscita di prigione
nel novembre 2003 grazie alle proteste di oltre 3000 navigatori.
Ma quattro persone, gli organizzatori di questa campagna di
solidarietà, sono tuttora in carcere.
Prigionieri politici
“Ognuno ha diritto alla libertà di espressione:
libertà di cercare, ricevere, e fornire informazioni
e idee di ogni tipo attraverso tutti i mezzi di comunicazione”.
E’ scritto nell’Accordo internazionale sui diritti
politici e civili, firmato (ma non ancora ratificato) dalla
Cina nel 1998.
Invece: “cresce il numero delle persone arrestate e
condannate per aver fatto circolare le proprie opinioni in
rete o aver curiosato dentro siti considerati top secret dal
governo”. Secondo il rapporto di Amnesty sono 54 i prigionieri
targati internet. Un aumento del 60 per cento rispetto a novembre
2002. Rischiano fino a 12 anni di carcere.
Dietro le sbarre studenti, operai, scrittori, avvocati, insegnanti,
ex agenti di polizia e ingegneri. Alcuni sono accusati di
aver aderito a petizioni online per la difesa dei diritti
civili in Cina. Altri di aver tentato di far nascere nuovi
partiti. Altri ancora di aver chiesto riforme, o la fine alla
persecuzione della Falun
Gong. “Il governo colpisce – spiega Francesco
Visioli, coordinatore per la Cina della sezione italiana di
Amnesty – chi naviga nei siti delle organizzazioni umanitarie.
O chi rivela notizie che mettono in cattiva luce il governo
cinese”.
Censura
“La Cina è il paese con il livello più
alto di censura al mondo”. E’ il grido di allarme
di Amnesty. Tutto il materiale messo in rete è setacciato
dagli esperti informatici del governo. Per questo non è
raro che alcuni siti – giudicati “sovversivi”
o “pericolosi” nascano e muoiano in appena trenta
minuti. Una ricerca della Harvard Law School ha scoperto che
50.000 siti (su 204.000 esaminati) sono inaccessibili da almeno
una città della Cina. Eppure in America sono tutti
visibili .
Nei motori di ricerca parole come Taiwan,
Tibet, dissidente, o diritti
umani non danno nessun risultato. E’
recente (8 dicembre 2003) un accordo tra 30 aziende di informazione
on line. Promettono di obbedire alla linea governativa e di
non pubblicare notizie che “ violino le tradizioni culturali
e i codici morali della Repubblica Popolare Cinese”.
Braccio destro della censura è il monitoraggio della
rete. Lo scorso ottobre il ministro cinese della Cultura ha
annunciato che, entro un anno, in 110.000 internet caffè
saranno installati “software di controllo”. “Sarà
possibile – mette in guardia Amnesty - ottenere nome
e cognome degli utenti. Sapere quali siti navigano e avvisare
il governo in caso si visitino pagine web proibite”.
Intervista a Francesco Visioli
(25 febbraio 2004)
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