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Nuovo rapporto di Amnesty International

In Cina cresce la censura e il controllo del web

Sono 54 gli attivisti di internet dietro le sbarre

di Stefano Benfenati

Nei negozi occidentali, di fianco alle scarpe Nike ecco spuntare berretti cinesi. “Tra dieci anni saremo tutti cinesizzati” dicono i super manager riuniti al World Economic Forum 2004, a Davos in Svizzera. E Pechino sarà la fabbrica del pianeta.
Ma chi pensa che crescita economica, democrazia e diritti umani vadano a braccetto dovrà ricredersi. E’ il messaggio del nuovo rapporto di Amnesty International ( febbraio 2004). Cresce il numero dei prigionieri accusati di usare internet illegalmente. E si stringono le maglie della censura. Allo stesso tempo sono 79 milioni gli utenti del web, con un più 39 per cento rispetto a un anno fa. La voglia di democrazia spinge molti dissidenti a rischiare il carcere.

Attenta alla chat
Dopo una mattinata passata sui libri di psicologia, la studentessa Liu Di, esce di casa. Due passi tra le vie di Pechino e una sosta dentro un internet caffè. Si collega a una chat e scrive: “Il governo non doveva incarcerare Huang Qi”. Queste sette parole le sono costate un anno di carcere. L’accusa: aver criticato il governo cinese per l’arresto dell’amico – dissidente Huang Qi. Liu Di è uscita di prigione nel novembre 2003 grazie alle proteste di oltre 3000 navigatori. Ma quattro persone, gli organizzatori di questa campagna di solidarietà, sono tuttora in carcere.


Prigionieri politici

“Ognuno ha diritto alla libertà di espressione: libertà di cercare, ricevere, e fornire informazioni e idee di ogni tipo attraverso tutti i mezzi di comunicazione”. E’ scritto nell’Accordo internazionale sui diritti politici e civili, firmato (ma non ancora ratificato) dalla Cina nel 1998.

Invece: “cresce il numero delle persone arrestate e condannate per aver fatto circolare le proprie opinioni in rete o aver curiosato dentro siti considerati top secret dal governo”. Secondo il rapporto di Amnesty sono 54 i prigionieri targati internet. Un aumento del 60 per cento rispetto a novembre 2002. Rischiano fino a 12 anni di carcere.
Dietro le sbarre studenti, operai, scrittori, avvocati, insegnanti, ex agenti di polizia e ingegneri. Alcuni sono accusati di aver aderito a petizioni online per la difesa dei diritti civili in Cina. Altri di aver tentato di far nascere nuovi partiti. Altri ancora di aver chiesto riforme, o la fine alla persecuzione della Falun Gong. “Il governo colpisce – spiega Francesco Visioli, coordinatore per la Cina della sezione italiana di Amnesty – chi naviga nei siti delle organizzazioni umanitarie. O chi rivela notizie che mettono in cattiva luce il governo cinese”.


Censura
“La Cina è il paese con il livello più alto di censura al mondo”. E’ il grido di allarme di Amnesty. Tutto il materiale messo in rete è setacciato dagli esperti informatici del governo. Per questo non è raro che alcuni siti – giudicati “sovversivi” o “pericolosi” nascano e muoiano in appena trenta minuti. Una ricerca della Harvard Law School ha scoperto che 50.000 siti (su 204.000 esaminati) sono inaccessibili da almeno una città della Cina. Eppure in America sono tutti visibili .
Nei motori di ricerca parole come Taiwan, Tibet, dissidente, o diritti umani non danno nessun risultato. E’ recente (8 dicembre 2003) un accordo tra 30 aziende di informazione on line. Promettono di obbedire alla linea governativa e di non pubblicare notizie che “ violino le tradizioni culturali e i codici morali della Repubblica Popolare Cinese”.
Braccio destro della censura è il monitoraggio della rete. Lo scorso ottobre il ministro cinese della Cultura ha annunciato che, entro un anno, in 110.000 internet caffè saranno installati “software di controllo”. “Sarà possibile – mette in guardia Amnesty - ottenere nome e cognome degli utenti. Sapere quali siti navigano e avvisare il governo in caso si visitino pagine web proibite”.

Intervista a Francesco Visioli


(25 febbraio 2004)

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