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Italia, America: le divide il codice etico

Il giornalismo fotografico è morto?

Da Bresson a oggi: l'evoluzione di una professione

di Raffaele Vitali

"Oggi le immagini fotografiche sono clonate, ripetitive e banali. Il fatto è che guardare, vedere e fotografare sono azioni che presumono una morale, una coscienza e una precisa esigenza politica. Tutte cose che negli ultimi due decenni di neo-liberismo, sono semplicemente scomparse" è il commento di Edgar Roskis, giornalista e docente universitario all'università Parigi X, apparso su Le Monde Diplomatique.
Una critica all'essere fotogiornalisti oggi, nel mondo dei media di massa, che inglobano e convogliano le immagini in un unico format.
L'accusa alla categoria è di essere diventata fornitrice di un prodotto pubblicitario. La ricerca di un lavoro adatto a ogni canale mediatico ha comportato la perdita dell'esclusività che possedeva la fotografia.
"Gli individui non entrano più nell'inquadratura dell'immagine per la loro eccezionalità, ma vengono scelti per la facilità a conformarsi ai canoni della visione occidentale, pubblicitaria del mondo. Per raggiungere il target richiesto le nuove tecnologie permettono anche fini manipolazioni".

In America Edward Keating, vincitore del premio Pulitzer per un servizio sui fatti dell'11 settembre, ha perso il lavoro al New York Times in seguito a una foto "ritoccata". Durante un servizio sull'arresto di alcuni presunti membri di Al Qaeda, scattò una foto di fronte a un negozio di alimentari arabo, con un ragazzino che teneva in mano una pistola giocattolo. Tre colleghi presenti sul posto lo hanno accusato di avere scattato la foto in posa. Il codice deontologico dei media americani vieta ogni forma di manipolazione. Benchè abbia sempre negato, Keating è stato spinto alle dimissioni.

Per Francesca Sciarra, da sei anni fotogiornalista, pubblicista freelance, in Italia un caso del genere non si sarebbe potuto verificare.
"Il giornalista non risponde né in ambito civile, né in quello penale delle immagini pubblicate. Non esiste un codice etico che regoli il lavoro del fotogiornalista".
"Di una foto pubblicata rispondono il direttore dell'Agenzia e del giornale. Il fotografo viene nominato nella querela, ma non si presenta in tribunale", conferma Laura Costantini, giornalista pubblicista di Italfoto.

Ma con l'arrivo del digitale è quasi impossibile riconoscere un'immagine ritoccata. "Si fanno le cose più incredibili e non si possiede un vero originale. Del resto - continua Sciarra - il fotogiornalista è un commerciante che deve vendere un prodotto e adeguarsi a ciò che è richiesto. Non sempre viene scelta la foto migliore, ma quella più commerciabile".

Per prevenire possibili truffe, l'Associated Press, che fornisce immagini a oltre 1500 giornali in tutto il mondo, ha adottato un codice etico scritto che garantisce i lettori sull'intangibilità delle immagini prodotte.

In Italia la situazione non è differente anche se l'Ansa, principale agenzia di stampa del Paese, non ha nessun codice scritto. La garanzia di autenticità delle proprie immagini è 'morale'. Assenza di regole scritte anche per l'Italfoto Press Agency, una delle principali fornitrici di immagini dei periodici.
"Non vi è nulla di scritto. Ci si basa sul codice etico dell'Ordine dei giornalisti. Nessuna fotografia riguardante argomenti di attualità viene ritoccata; diversa è la situazione nei periodici dove le imperfezioni devono essere eliminate" dice Laura Costantini.

Roskis rimpiange nella sua analisi le foto che hanno fatto la storia: quella di Larry Burrows, pubblicata su Life, che riprendeva un marine ferito mentre tentava di soccorrere un suo commilitone, o quella di Alberto Korda, divenuta l'icona del Che.

Gli anni sessanta e settanta hanno rappresentato l'età dell'oro del mestiere. C'erano solo trenta fotoreporter che lavoravano per le agenzie, fra cui Gamma, Magnum, Upi ed Associated Press o per i grandi periodici come Life e Paris Match. Era il periodo in cui una foto poteva cambiare la percezione di un evento storico. Alla base del lavoro ben fatto c'erano due regole: la prima teorizzata da Cartier-Bresson, è quella dell'istante decisivo; la seconda di Robert Capa è che "se la tua foto non è buona, è perché non eri abbastanza vicino". Capa è diventato famoso perché durante la guerra del Vietnam (1954) per scattare una foto si è gettato in un fossato dove c'erano delle mine. Quello era il luogo migliore per il suo servizio. Non a caso proprio in Vietnam ha perso la vita.

Ma oggi è ancora possibile realizzare scatti così originali?
"È difficile fotografare. C'era più rispetto della professione. Oggi o si è eroi o per le missioni disagiate nessuno vuole partire. Una volta non si sparava ai giornalisti" conclude Francesca Sciarra. Più che crisi della professione è in atto un cambiamento radicale dovuto in parte alle tecnologie, in parte alle esigenze del mercato, ma come sottolinea Marie-Monique Robin: " la memoria è alimentata dall'immagine fissa. Se davvero, come tante volte è stato annunciato, ci dovesse essere una crisi del fotogiornalismo, sarebbe messa in discussione la nostra memoria".

(29 gennaio 2003)

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