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"Oggi le immagini fotografiche sono clonate, ripetitive
e banali. Il fatto è che guardare, vedere e fotografare sono
azioni che presumono una morale, una coscienza e una precisa
esigenza politica. Tutte cose che negli ultimi due decenni
di neo-liberismo, sono semplicemente scomparse" è il commento
di Edgar Roskis, giornalista e docente universitario all'università
Parigi X, apparso su Le Monde Diplomatique.
Una critica all'essere fotogiornalisti oggi, nel mondo dei
media di massa, che inglobano e convogliano le immagini in
un unico format.
L'accusa alla categoria è di essere diventata fornitrice di
un prodotto pubblicitario. La ricerca di un lavoro adatto
a ogni canale mediatico ha comportato la perdita dell'esclusività
che possedeva la fotografia.
"Gli individui non entrano più nell'inquadratura dell'immagine
per la loro eccezionalità, ma vengono scelti per la facilità
a conformarsi ai canoni della visione occidentale, pubblicitaria
del mondo. Per raggiungere il target richiesto le nuove tecnologie
permettono anche fini manipolazioni".
In America Edward Keating, vincitore del premio Pulitzer
per un servizio sui fatti dell'11 settembre, ha perso il lavoro
al New York Times in seguito a una foto "ritoccata". Durante
un servizio sull'arresto di alcuni presunti membri di Al Qaeda,
scattò una
foto di fronte a un negozio di alimentari arabo, con un
ragazzino che teneva in mano una pistola giocattolo. Tre colleghi
presenti sul posto lo hanno accusato di avere scattato la
foto in posa. Il codice deontologico dei media americani vieta
ogni forma di manipolazione. Benchè abbia sempre negato, Keating
è stato spinto alle dimissioni.
Per Francesca
Sciarra, da sei anni fotogiornalista, pubblicista freelance,
in Italia un caso del genere non si sarebbe potuto verificare.
"Il giornalista non risponde né in ambito civile, né in
quello penale delle immagini pubblicate. Non esiste un codice
etico che regoli il lavoro del fotogiornalista".
"Di una foto pubblicata rispondono il direttore dell'Agenzia
e del giornale. Il fotografo viene nominato nella querela,
ma non si presenta in tribunale", conferma Laura
Costantini, giornalista pubblicista di Italfoto.
Ma con l'arrivo del digitale è quasi impossibile riconoscere
un'immagine ritoccata. "Si fanno le cose più incredibili
e non si possiede un vero originale. Del resto - continua
Sciarra - il fotogiornalista è un commerciante che deve
vendere un prodotto e adeguarsi a ciò che è richiesto. Non
sempre viene scelta la foto migliore, ma quella più commerciabile".
Per prevenire possibili truffe, l'Associated
Press, che fornisce immagini a oltre 1500 giornali in
tutto il mondo, ha adottato un codice etico scritto che garantisce
i lettori sull'intangibilità delle immagini prodotte.
In Italia la situazione non è differente anche se l'Ansa,
principale agenzia di stampa del Paese, non ha nessun codice
scritto. La garanzia di autenticità delle proprie immagini
è 'morale'. Assenza di regole scritte anche per l'Italfoto
Press Agency, una delle principali fornitrici di immagini
dei periodici.
"Non vi è nulla di scritto. Ci si basa sul codice etico
dell'Ordine dei giornalisti. Nessuna fotografia riguardante
argomenti di attualità viene ritoccata; diversa è la situazione
nei periodici dove le imperfezioni devono essere eliminate"
dice Laura Costantini.
Roskis rimpiange nella sua analisi le foto che hanno fatto
la storia: quella di Larry Burrows, pubblicata su Life, che
riprendeva un marine
ferito mentre tentava di soccorrere un suo commilitone,
o quella di Alberto
Korda, divenuta l'icona del Che.
Gli anni sessanta e settanta hanno rappresentato l'età dell'oro
del mestiere. C'erano solo trenta fotoreporter che lavoravano
per le agenzie, fra cui Gamma, Magnum, Upi ed Associated Press
o per i grandi periodici come Life e Paris Match. Era il periodo
in cui una foto poteva cambiare la percezione di un evento
storico. Alla base del lavoro ben fatto c'erano due regole:
la prima teorizzata da Cartier-Bresson, è quella dell'istante
decisivo; la seconda di Robert Capa è che "se la tua
foto non è buona, è perché non eri abbastanza vicino".
Capa
è diventato famoso perché durante la guerra del Vietnam
(1954) per scattare una foto si è gettato in un fossato dove
c'erano delle mine. Quello era il luogo migliore per il suo
servizio. Non a caso proprio in Vietnam ha perso la vita.
Ma oggi è ancora possibile realizzare scatti così originali?
"È difficile fotografare. C'era più rispetto della professione.
Oggi o si è eroi o per le missioni disagiate nessuno vuole
partire. Una volta non si sparava ai giornalisti" conclude
Francesca Sciarra. Più che crisi della professione è in atto
un cambiamento radicale dovuto in parte alle tecnologie, in
parte alle esigenze del mercato, ma come sottolinea Marie-Monique
Robin: " la memoria è alimentata dall'immagine fissa. Se
davvero, come tante volte è stato annunciato, ci dovesse essere
una crisi del fotogiornalismo, sarebbe messa in discussione
la nostra memoria".
(29 gennaio 2003)
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