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Orfeo Tv
Quattro amici, un trasmettitore, un'antenna, un mixer e una
videocamera. E' iniziata così, lo scorso giugno, l'avventura
di Orfeo Tv, la prima televisione di quartiere italiana che
trasmette in un'area di circa 200 metri nell'omonima via di
Bologna. Il tutto con un budget non superiore ai 1000 euro.
Orfeo Tv non ha una propria frequenza, utilizza un "cono d'ombra"
di Mtv. Quando il segnale radiotelevisivo incontra un ostacolo
(colline, palazzi, dislivelli) si crea uno spazio vuoto, una
frequenza libera in cui è possibile trasmettere senza disturbare
nessuna emittente.
Adesso, seguendo l'esempio di Orfeo tv, sono quindici le televisioni
di quartiere funzionanti e molte altre stanno nascendo.
Una tv senza Pippo Baudo
Niente canone, poca pubblicità, non ci sono letterine né
il Processo di Biscardi. I protagonisti delle tv di strada
sono le persone comuni come il barista di un locale bolognese,
il primo intervistato da Orfeo tv. E i problemi trattati sono
quelli del quartiere: la chiusura di un negozio, l'esigenza
di strutture ricreative per i giovani. Ma non solo: "Oltre
a denunciare la trasformazione di un giardino in un parcheggio
- dice Giancarlo Vitali, uno dei fondatori di Orfeo tv insieme
a Stefano Bonaga e a Franco Berardi - ci siamo occupati dei
fatti di Genova, di Cofferati o della guerra in Iraq". Televisione
di quartiere, è per chi la fa sinonimo di libertà e autonomia
contro il monopolio dell'informazione. "Ognuno trasmette quello
che vuole - continua Vitali - in modo indipendente. Le tv
di strada non sono un partito politico. Sono le idee a unire,
la voglia di fare una televisione diversa da quella che ci
offrono la Rai e Mediaset".
Il progetto telestreet
Il 14 dicembre a Bologna si è svolto un incontro tra i rappresentanti
di tutte le tv di strada, quelle già esistenti e quelle ancora
in lista di attesa. "Erano presenti - dice Vitali - 500 persone
rimaste per 12 ore immobilizzate sulla sedia". Si è discusso
del progetto telestreet
che si propone di collegare tra loro le redazioni delle tv
di quartiere. Una redazione estesa da Torino a Palermo, e
un segnale unico trasmesso su un canale satellitare in onda
anche in Europa. "Questa idea - commenta Vitali - ha preso
forza il 10 dicembre scorso, quando in occasione della giornata
contro la guerra indetta da Emergency, tv Orfeo e Telefabbrica
si sono collegati trasmettendo sul canale satellitare affittato
per l'occasione". I dati auditel non appartengono alla realtà
di telestreet. "La ricchezza vera - conclude Vitali - non
sono i pochi utenti che ci ricevono ma il movimento culturale
e sociale che dà continua energia alle tv di quartiere".
La legge Mammì
Centinaia di coni d'ombra potrebbero far nascere altrettante
televisioni di strada? L'articolo 195 stabilisce che senza
autorizzazione non è possibile "installare, stabilire né esercitare
impianti di telecomunicazioni". Per il proprietario di una
tv di strada non in regola, è prevista una sanzione amministrativa
dai 250 ai 10.000 euro fino all'arresto da 6 a 18 mesi. Le
quindici tv di quartiere che attualmente trasmettono sul territorio
italiano sono illegali. Perché non richiedono l'autorizzazione?
"Il mercato - dice Giancarlo Vitali - è chiuso, non ci sono
più frequenze disponibili. Non solo, ma il bando per avere
le concessioni è ogni cinque anni. L'ultimo è stato fatto
nel 2002. Si dovrebbe aspettare quindi fino al 2006. Altrimenti
c'è la via processuale. Ad esempio, un'ordinanza del ministero
delle Comunicazioni ha oscurato Telefabbrica, la tv degli
operai di Termini Imerese. Ma con un processo avremmo vinto
appellandoci all'articolo 21 della Costituzione che garantisce
la libertà di pensiero con ogni mezzo di diffusione".
Il futuro
Di recente è stato presentato un emendamento di modifica
della legge Mammì per garantire l'esistenza delle tv di strada.
Promotore è il comitato promosso da Giovanna Grignaffini,
capogruppo dei Ds in commissione Cultura e formato da senatori,
deputati e non parlamentari. "È importante - dice l'on. Grignaffini
- salvaguardare questo patrimonio di sottofrequenze perché
sono uno strumento di pluralismo e di informazione dal basso".
(28 gennaio 2003)
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