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Sono 15 le tv di strada e altre 51 sono pronte a partire

Telestreet, l'informazione di quartiere sul satellite

"Una televisione alternativa alla Rai e a Mediaset"

di Stefano Benfenati

Orfeo Tv

Quattro amici, un trasmettitore, un'antenna, un mixer e una videocamera. E' iniziata così, lo scorso giugno, l'avventura di Orfeo Tv, la prima televisione di quartiere italiana che trasmette in un'area di circa 200 metri nell'omonima via di Bologna. Il tutto con un budget non superiore ai 1000 euro.
Orfeo Tv non ha una propria frequenza, utilizza un "cono d'ombra" di Mtv. Quando il segnale radiotelevisivo incontra un ostacolo (colline, palazzi, dislivelli) si crea uno spazio vuoto, una frequenza libera in cui è possibile trasmettere senza disturbare nessuna emittente.
Adesso, seguendo l'esempio di Orfeo tv, sono quindici le televisioni di quartiere funzionanti e molte altre stanno nascendo.

Una tv senza Pippo Baudo

Niente canone, poca pubblicità, non ci sono letterine né il Processo di Biscardi. I protagonisti delle tv di strada sono le persone comuni come il barista di un locale bolognese, il primo intervistato da Orfeo tv. E i problemi trattati sono quelli del quartiere: la chiusura di un negozio, l'esigenza di strutture ricreative per i giovani. Ma non solo: "Oltre a denunciare la trasformazione di un giardino in un parcheggio - dice Giancarlo Vitali, uno dei fondatori di Orfeo tv insieme a Stefano Bonaga e a Franco Berardi - ci siamo occupati dei fatti di Genova, di Cofferati o della guerra in Iraq". Televisione di quartiere, è per chi la fa sinonimo di libertà e autonomia contro il monopolio dell'informazione. "Ognuno trasmette quello che vuole - continua Vitali - in modo indipendente. Le tv di strada non sono un partito politico. Sono le idee a unire, la voglia di fare una televisione diversa da quella che ci offrono la Rai e Mediaset".

Il progetto telestreet

Il 14 dicembre a Bologna si è svolto un incontro tra i rappresentanti di tutte le tv di strada, quelle già esistenti e quelle ancora in lista di attesa. "Erano presenti - dice Vitali - 500 persone rimaste per 12 ore immobilizzate sulla sedia". Si è discusso del progetto telestreet che si propone di collegare tra loro le redazioni delle tv di quartiere. Una redazione estesa da Torino a Palermo, e un segnale unico trasmesso su un canale satellitare in onda anche in Europa. "Questa idea - commenta Vitali - ha preso forza il 10 dicembre scorso, quando in occasione della giornata contro la guerra indetta da Emergency, tv Orfeo e Telefabbrica si sono collegati trasmettendo sul canale satellitare affittato per l'occasione". I dati auditel non appartengono alla realtà di telestreet. "La ricchezza vera - conclude Vitali - non sono i pochi utenti che ci ricevono ma il movimento culturale e sociale che dà continua energia alle tv di quartiere".

La legge Mammì

Centinaia di coni d'ombra potrebbero far nascere altrettante televisioni di strada? L'articolo 195 stabilisce che senza autorizzazione non è possibile "installare, stabilire né esercitare impianti di telecomunicazioni". Per il proprietario di una tv di strada non in regola, è prevista una sanzione amministrativa dai 250 ai 10.000 euro fino all'arresto da 6 a 18 mesi. Le quindici tv di quartiere che attualmente trasmettono sul territorio italiano sono illegali. Perché non richiedono l'autorizzazione? "Il mercato - dice Giancarlo Vitali - è chiuso, non ci sono più frequenze disponibili. Non solo, ma il bando per avere le concessioni è ogni cinque anni. L'ultimo è stato fatto nel 2002. Si dovrebbe aspettare quindi fino al 2006. Altrimenti c'è la via processuale. Ad esempio, un'ordinanza del ministero delle Comunicazioni ha oscurato Telefabbrica, la tv degli operai di Termini Imerese. Ma con un processo avremmo vinto appellandoci all'articolo 21 della Costituzione che garantisce la libertà di pensiero con ogni mezzo di diffusione".

Il futuro

Di recente è stato presentato un emendamento di modifica della legge Mammì per garantire l'esistenza delle tv di strada. Promotore è il comitato promosso da Giovanna Grignaffini, capogruppo dei Ds in commissione Cultura e formato da senatori, deputati e non parlamentari. "È importante - dice l'on. Grignaffini - salvaguardare questo patrimonio di sottofrequenze perché sono uno strumento di pluralismo e di informazione dal basso".

(28 gennaio 2003)

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