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I lavori di fine corso del biennio1998-2000
   
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Per le nuove forme di flessibilità si attende l'accordo Fnsi-Fieg

Legge Biagi, la rivoluzione
che non tocca i giornalisti


I contratti co.co.co. rimangono ancora possibili

di Roberto Tallei

Lavoro a progetto, lavoro a chiamata, lavoro ripartito, lavoro occasionale accessorio. Sono solo alcune delle nuove forme di flessibilità introdotte dal decreto legislativo 276/03, la cosiddetta “legge Biagi”. Era stata annunciata come una rivoluzione, capace di rendere il mercato del lavoro italiano “tra i più flessibili d’Europa”, di aumentare l’occupazione, di far emergere il lavoro nero, di attenuare le incertezze per i precari. Nella professione giornalistica, nella quale l’incidenza di forme di lavoro “atipiche” è molto elevata, la legge Biagi cambia comunque ben poco. Almeno per ora.

I co.co.co.
La novità più importante della riforma è l’abolizione dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Ma non per tutti. I cosiddetti co.co.co. – che in Italia sono circa 2,5 milioni – erano stati introdotti come forme di lavoro autonomo. Nella pratica si sono in molti casi trasformati in rapporto di lavoro subordinato, ma più a buon mercato. Bassi contributi previdenziali, niente ferie o malattie pagate, niente tredicesime, orari incerti, facilità nell’essere mandati a casa. Con la riforma Biagi queste forme contrattuali dovranno essere trasformate in lavoro a progetto, collegando la prestazione alla realizzazione, appunto, di uno specifico progetto definito nei modi e nei tempi (per quanto la circolare interpretativa 1/04 del ministero del Lavoro lascia le maglie piuttosto larghe). L’alternativa è il contratto di lavoro subordinato.
L’abolizione dei co.co.co. non è però prevista per alcune forme particolari di lavoro. Tra queste c’è anche quella giornalistica. Si legge infatti all’articolo 61 del decreto “sono escluse... le professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi”. Fuori dunque sia i pubblicisti che i professionisti, per i quali le collaborazioni coordinate e continuative sono ancora valide. Il lavoro a progetto sarebbe invece l’unica via per quelle collaborazioni giornalistiche svolte da persone non iscritte all’Ordine. C’è però anche un’interpretazione differente della norma, per ora minoritaria. Secondo Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, sarebbero esclusi dall’applicazione del decreto (e quindi potrebbero ancora essere contrattualizzati come co.co.co.) i soli giornalisti professionisti.

L’esercito dei precari
Ma il permanere di queste forme contrattuali di collaborazione è un bene o un male? “Dipende dall’alternativa”, risponde il direttore della Fnsi, Giancarlo Tartaglia. “Molte aziende, in caso di abolizione dei co.co.co. sarebbero pronte a chiedere al giornalista l’apertura della partita Iva per continuare a lavorare. E allora probabilmente si rimpiangerebbe il passato”.
Ma quanti sono i giornalisti disoccupati o precari? I primi sono facilmente individuabili. Nelle liste dei professionisti senza lavoro della Fnsi se ne contano circa 2.500. Sui precari è più difficile fare valutazioni precise. Gli iscritti alla gestione separata dell’Inpgi – quella riservata a chi non ha lavoro di tipo subordinato – sono ormai circa 13mila, più o meno quanti sono i giornalisti iscritti alla gestione principale. Il dato è comunque da prendere con le pinze, anche perché è possibile anche l’iscrizione contestuale nelle due gestioni.

Le altre opportunità
Per tutte le altre forme di flessibilità introdotte dalla legge Biagi, si attendono i risultati della contrattazione collettiva. La Fnsi, circa due mesi fa, ha chiesto alla Fieg di valutare insieme le nuove opportunità aperte dal decreto. Ora bisogna attendere che le due parti si mettano intorno a un tavolo a discutere. Ma sui tempi non c’è alcuna certezza. E non è detto che queste nuove forme di lavoro siano adattabili alla professione giornalistica, nella quale la prestazione, spesso, è strettamente legata alla persona. Il lavoro interinale, ad esempio, ha fatto flop. “Nell’ultimo contratto – spiega ancora Tartaglia – l’abbiamo introdotto, ma è stato utilizzato in pochissimi casi, tre o quattro in tutta Italia”. Per questo, secondo il direttore della Fnsi, sarà difficile vedere applicate in ambito giornalistico figure quali il lavoro condiviso. Più adatte sono invece altre possibilità, come il lavoro a chiamata.
Dall’altra parte, gli editori non si sbottonano più di tanto. Spiega Roberto Cilenti, dirigente della Fieg: “Le forme di flessibilità introdotte dalla riforma Biagi sono interessanti e le guardiamo con favore. Ma bisogna vedere poi quali termini di applicazione concreta si potranno definire in fase di contrattazione”.

 

(29 gennaio 2004)

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