| Lavoro a progetto,
lavoro a chiamata, lavoro ripartito, lavoro occasionale accessorio.
Sono solo alcune delle nuove forme di flessibilità
introdotte dal decreto
legislativo 276/03, la cosiddetta “legge Biagi”.
Era stata annunciata come una rivoluzione, capace di rendere
il mercato del lavoro italiano “tra i più flessibili
d’Europa”, di aumentare l’occupazione, di
far emergere il lavoro nero, di attenuare le incertezze per
i precari. Nella professione giornalistica, nella quale l’incidenza
di forme di lavoro “atipiche” è molto elevata,
la legge Biagi cambia comunque ben poco. Almeno per ora.
I co.co.co.
La novità più importante della riforma è
l’abolizione dei contratti di collaborazione coordinata
e continuativa. Ma non per tutti. I cosiddetti co.co.co. –
che in Italia sono circa 2,5 milioni – erano stati introdotti
come forme di lavoro autonomo. Nella pratica si sono in molti
casi trasformati in rapporto di lavoro subordinato, ma più
a buon mercato. Bassi contributi previdenziali, niente ferie
o malattie pagate, niente tredicesime, orari incerti, facilità
nell’essere mandati a casa. Con la riforma Biagi queste
forme contrattuali dovranno essere trasformate in lavoro a
progetto, collegando la prestazione alla realizzazione, appunto,
di uno specifico progetto definito nei modi e nei tempi (per
quanto la circolare interpretativa 1/04 del ministero
del Lavoro lascia le maglie piuttosto larghe). L’alternativa
è il contratto di lavoro subordinato.
L’abolizione dei co.co.co. non è però
prevista per alcune forme particolari di lavoro. Tra queste
c’è anche quella giornalistica. Si legge infatti
all’articolo 61 del decreto “sono escluse... le
professioni intellettuali per l’esercizio delle quali
è necessaria l’iscrizione in appositi albi”.
Fuori dunque sia i pubblicisti che i professionisti, per i
quali le collaborazioni coordinate e continuative sono ancora
valide. Il lavoro a progetto sarebbe invece l’unica
via per quelle collaborazioni giornalistiche svolte da persone
non iscritte all’Ordine. C’è però
anche un’interpretazione differente della norma, per
ora minoritaria. Secondo Franco
Abruzzo, presidente dell’Ordine dei giornalisti
della Lombardia, sarebbero esclusi dall’applicazione
del decreto (e quindi potrebbero ancora essere contrattualizzati
come co.co.co.) i soli giornalisti professionisti.
L’esercito dei precari
Ma il permanere di queste forme contrattuali di collaborazione
è un bene o un male? “Dipende dall’alternativa”,
risponde il direttore della Fnsi,
Giancarlo Tartaglia. “Molte aziende, in caso di abolizione
dei co.co.co. sarebbero pronte a chiedere al giornalista l’apertura
della partita Iva per continuare a lavorare. E allora probabilmente
si rimpiangerebbe il passato”.
Ma quanti sono i giornalisti disoccupati o precari? I primi
sono facilmente individuabili. Nelle liste dei professionisti
senza lavoro della Fnsi se ne contano circa 2.500. Sui precari
è più difficile fare valutazioni precise. Gli
iscritti alla gestione separata dell’Inpgi
– quella riservata a chi non ha lavoro di tipo subordinato
– sono ormai circa 13mila, più o meno quanti
sono i giornalisti iscritti alla gestione principale. Il dato
è comunque da prendere con le pinze, anche perché
è possibile anche l’iscrizione contestuale nelle
due gestioni.
Le altre
opportunità
Per tutte le altre forme di flessibilità introdotte
dalla legge Biagi, si attendono i risultati della contrattazione
collettiva. La Fnsi, circa due mesi fa, ha chiesto alla Fieg
di valutare insieme le nuove opportunità aperte dal
decreto. Ora bisogna attendere che le due parti si mettano
intorno a un tavolo a discutere. Ma sui tempi non c’è
alcuna certezza. E non è detto che queste nuove forme
di lavoro siano adattabili alla professione giornalistica,
nella quale la prestazione, spesso, è strettamente
legata alla persona. Il lavoro interinale, ad esempio, ha
fatto flop. “Nell’ultimo contratto – spiega
ancora Tartaglia – l’abbiamo introdotto, ma è
stato utilizzato in pochissimi casi, tre o quattro in tutta
Italia”. Per questo, secondo il direttore della Fnsi,
sarà difficile vedere applicate in ambito giornalistico
figure quali il lavoro
condiviso. Più adatte sono invece altre possibilità,
come il lavoro
a chiamata.
Dall’altra parte, gli editori non si sbottonano più
di tanto. Spiega Roberto Cilenti, dirigente della Fieg: “Le
forme di flessibilità introdotte dalla riforma Biagi
sono interessanti e le guardiamo con favore. Ma bisogna vedere
poi quali termini di applicazione concreta si potranno definire
in fase di contrattazione”.
(29 gennaio 2004)
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