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I lavori di fine corso del biennio1998-2000
   
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Youssef Fadel, giornalista, spiega chi sono i censori e cosa tagliano

Arabia saudita: giornalismo sotto censura

La situazione non è migliore negli altri Paesi arabi. Nemmeno in Egitto

di Chiara Cazzaniga

Sono stati accusati di ateismo dal Gran Muftì, la più alta autorità religiosa dell’Arabia Saudita. Il motivo? Hanno pubblicato foto di donne saudite a capo scoperto: non era mai successo prima. Ora, un gruppo di giornalisti, deve chiedere perdono e redimersi.
È successo al termine del Forum di Economia di Jeddah. Alcune donne, autorizzate dal governo a presentarsi a capo scoperto, sono state invitate dai colleghi uomini a intervenire nella discussione. I giornalisti presenti le hanno immortalate, ma non sapevano di incorrere nell’ira del Mufti.
Devono ritornare ad Allah” ha detto. E, per un musulmano, questo equivale ad una sorta di “scomunica”. In pratica gli atei giornalisti dovrebbero fare pubblica ammenda e chiedere scusa per le foto pubblicate.
“Eppure sembrava che in Arabia Saudita qualcosa stesse cambiando” dice Youssef Fadel, giornalista free-lance che, con Arab Press Freedom Watch (APFW), combatte per la libertà d’espressione nel mondo arabo. E prosegue: “Dieci giorni fa hanno lanciato Al Ikhbariyya, una nuova tv satellitare saudita. E per la prima volta nella storia del Paese la conduttrice era una donna”.
Ma come viene regolata la stampa nel Paese?


Il decreto reale
Il decreto reale M/20, emanato nel settembre 2001, “dice ai giornalisti come fare il loro lavoro” ha scritto Abdulaziz Al Khamis, giornalista saudita, alla conferenza annuale di APFW del 2002. E ha ricordato che la sua presenza a quel convegno, come giornalista saudita, era un crimine punibile dalla legge.

Ma cosa dice questo decreto?
- l’organizzazione dell’istituto per la stampa è di competenza del ministero dell’informazione. Il che significa che è difensore e giudice allo stesso tempo;
- nessuno può pubblicare qualcosa senza il previo consenso del governo. Inoltre le pubblicazioni devono essere conformi alle regole della politica di governo. Questa è una violazione della libertà di espressione;
- il direttore del giornale deve essere “legalmente” e “moralmente” competente. Questo permette al ministero di escludere chiunque non gli sia gradito;
- il direttore del giornale deve avere una laurea, cosa non richiesta ai ministri;
- i non sauditi non possono avere pubblicazioni nel regno, mentre i sauditi possiedono pubblicazioni in tutto il mondo;
- il prezzo delle pubblicazioni è concordato col governo, mentre riso, farina, olio o zucchero non sono sotto il controllo del governo.

Il caso dell’Arabia saudita sembra paradossale. I quotidiani di proprietà saudita pubblicati a Londra, come al Hayat (La vita) o al Sharq al awsat (Il medio oriente), sembrano essere abbastanza liberi.
“Purtroppo non è così” rivela Youssef Fadel. “Mesi fa, uno dei maggiori editorialisti del giornale ha scritto qualcosa non gradito al governo. Il risultato? Gli è stato impedito di scrivere ancora. Su qualsiasi giornale”.
Inoltre, spiega Youssef, in Arabia saudita e nei paesi del Golfo non possono essere venduti giornali esteri, a meno che tutti gli articoli non siano stati letti e controllati attentamente durante la mattinata. “Questo vale anche per al Hayat”.

Ma non è solo l’Arabia saudita: la censura è una piaga di tutti i paesi del Medioriente. Dal Marocco all'Iraq nulla sfugge alle forbici del censore; e nel "moderno" Egitto la situazione non è di certo migliore, come conferma Youssef Fadel. Che inoltre spiega i meccanismi della censura e quali sono gli argomenti tabù.


La macchina della censura

Islam, sesso e politica: i tabù della stampa araba

 

(23 gennaio2004)

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