| Sono stati accusati
di ateismo dal Gran Muftì, la più
alta autorità religiosa dell’Arabia Saudita.
Il motivo? Hanno pubblicato foto di donne saudite a capo scoperto:
non era mai successo prima. Ora, un gruppo di giornalisti,
deve chiedere perdono e redimersi.
È successo al termine del Forum
di Economia di Jeddah. Alcune donne, autorizzate dal governo
a presentarsi a capo scoperto, sono state invitate dai colleghi
uomini a intervenire nella discussione. I giornalisti presenti
le hanno immortalate, ma non sapevano di incorrere nell’ira
del Mufti.
“Devono ritornare ad Allah” ha
detto. E, per un musulmano, questo equivale ad una sorta di
“scomunica”. In pratica gli atei giornalisti dovrebbero
fare pubblica ammenda e chiedere scusa per le foto pubblicate.
“Eppure sembrava che in Arabia Saudita qualcosa stesse
cambiando” dice Youssef Fadel, giornalista free-lance
che, con Arab Press Freedom Watch (APFW),
combatte per la libertà d’espressione
nel mondo arabo. E prosegue: “Dieci giorni fa hanno
lanciato Al Ikhbariyya, una nuova tv satellitare
saudita. E per la prima volta nella storia del Paese la conduttrice
era una donna”.
Ma come viene regolata la stampa nel Paese?
Il decreto reale
Il decreto reale M/20, emanato nel settembre 2001, “dice
ai giornalisti come fare il loro lavoro” ha scritto
Abdulaziz Al Khamis, giornalista saudita, alla conferenza
annuale di APFW del 2002. E ha ricordato che la sua presenza
a quel convegno, come giornalista saudita, era un crimine
punibile dalla legge.
Ma cosa dice questo decreto?
- l’organizzazione dell’istituto per la stampa
è di competenza del ministero dell’informazione.
Il che significa che è difensore e
giudice allo stesso tempo;
- nessuno può pubblicare qualcosa senza il previo consenso
del governo. Inoltre le pubblicazioni devono essere conformi
alle regole della politica di governo. Questa è una
violazione della libertà di espressione;
- il direttore del giornale deve essere “legalmente”
e “moralmente” competente. Questo
permette al ministero di escludere chiunque non gli sia gradito;
- il direttore del giornale deve avere una laurea, cosa non
richiesta ai ministri;
- i non sauditi non possono avere pubblicazioni
nel regno, mentre i sauditi possiedono pubblicazioni in tutto
il mondo;
- il prezzo delle pubblicazioni è
concordato col governo, mentre riso, farina, olio o zucchero
non sono sotto il controllo del governo.
Il caso dell’Arabia saudita sembra paradossale.
I quotidiani di proprietà saudita pubblicati a Londra,
come al Hayat
(La vita) o al
Sharq al awsat (Il medio oriente), sembrano essere
abbastanza liberi.
“Purtroppo non è così” rivela Youssef
Fadel. “Mesi fa, uno dei maggiori editorialisti del
giornale ha scritto qualcosa non gradito al governo. Il risultato?
Gli è stato impedito di scrivere ancora. Su qualsiasi
giornale”.
Inoltre, spiega Youssef, in Arabia saudita e nei paesi del
Golfo non possono essere venduti giornali esteri, a meno che
tutti gli articoli non siano stati letti e controllati attentamente
durante la mattinata. “Questo vale anche per al
Hayat”.
Ma non è solo l’Arabia saudita: la censura
è una piaga di tutti i paesi
del Medioriente. Dal Marocco all'Iraq nulla sfugge alle forbici
del censore; e nel "moderno" Egitto la situazione
non è di certo migliore, come conferma Youssef Fadel.
Che inoltre spiega i meccanismi della censura e quali sono
gli argomenti tabù.
La macchina
della censura
Islam,
sesso e politica: i tabù della stampa araba
(23 gennaio2004)
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