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Quattordici testate a confronto. Foglio e Riformista i più anglofili

Il bond? Sui giornali è più trendy dell'obbligazione

Le parole straniere affollano i quotidiani. A scapito della chiarezza

di Roberto Tallei

Le parole sono importanti. Lo sbraitava Nanni Moretti in “Palombella rossa” a una giornalista, colpevole di definire il proprio ambiente molto cheap. Già, le parole sono importanti, specie nei mezzi di comunicazione di massa. Anzi, nei media. Che in televisione si pronuncia “midia”, all’inglese. La lingua di Sua Maestà è sempre più presente nelle colonne dei giornali italiani, contribuendo ad aumentare la loro incomprensibilità. Ma la colpa non è tutta, o solamente, dei termini stranieri. Spesso sono anche alcune parole italiane a creare confusione.

Per farsi un’idea sommaria della situazione basta analizzare le prime pagine dei quotidiani di un giorno qualunque, ad esempio giovedì 15 gennaio. Quattordici testate a confronto. Il record dell’inglese spetta al Riformista. Il quotidiano di Antonio Polito spazia dal premier (4 volte) al vicepremier (2), dal bipartisan (2) allo share (2). C’è poi spazio per l’election day, l’authority, gli sketch e il lifting. Fino ad arrivare alla rubrica Mail (le vecchie “lettere al direttore”) e un intero articolo sull’uso del poco elegante fucking nelle televisioni americane.


Se il Riformista ci dà dentro, il Foglio non è da meno. Anche qui Berlusconi è il premier (7 volte) e i capi di partito sono leader. Mentre le banche d’affari sono merchant bank e a combattere i monopoli c’è l’Antitrust. E per chi si chiede chi siano Gianni Cuperlo e Pasquale Cascella, la risposta esatta è: due “D’Alema boys”. Ma i giornalisti di Giuliano Ferrara sono più poliglotti. C’è spazio infatti anche per qualche francesismo (foulard, debaucherie), oltre a citazioni dal latino e dal tedesco. E se il Riformista ha la sua rubrica Mail, il Foglio punta su Andrea’s version.


La sovrabbondanza di termini stranieri in questi due quotidiani era già stata segnalata in una tesi universitaria. Francesca Lorandi, neodottoressa in Lettere all’Università di Padova aveva contato in una settimana 223 forestierismi nel Foglio e 294 nel Riformista. Mentre il Corriere della Sera era fermo a quota 56. Il vezzo della parola straniera non è comunque solo di questi due giornali, considerati, tra l’altro, “di nicchia”. Nel numero di giovedì 15 gennaio, quasi tutti i quotidiani (persino il Manifesto) mettono in copertina i bond. Solo il Giornale si ricorda delle vecchie obbligazioni. E ce n’è per tutti. Dalla fiction (la Stampa) al naif (la Repubblica), dall’establishment (Corriere della Sera) al decoder (il Messaggero), dal reportage (l’Unità) al team (Italia Oggi), dal doping (Gazzetta dello Sport) al pressing (Corriere Adriatico). Senza tralasciare il check-point del Sole-24 Ore. Solo per fare qualche esempio.


In alcuni casi, certi termini non sono certo traducibili in modo semplice ed efficace. E sono ormai entrati nell’uso comune, come kamikaze, dossier, soubrette. Più difficile spiegare alla vecchietta che a occuparsi della sua pensione è il ministero del Welfare (guidato da un leghista, gli stessi della devolution). Mentre il risparmiatore che ha investito in obbligazioni Parmalat avrà una sorpresa amara nello scoprire che il rischio default dei suoi titoli significa, in pratica, che non rivedrà un centesimo.


Ma la perdita di chiarezza dei giornali, a volte, è dovuta anche a termini italiani. Tutti i lettori, ad esempio, hanno probabilmente sentito parlare del lodo Schifani. In pochi magari potranno aver capito i suoi contenuti. In pochissimi certamente sanno che cos’è un lodo (sul vocabolario: nel linguaggio giuridico, giudizio con valore di sentenza, pronunziato da arbitri). Per non parlare delle sigle. Che costringono il lettore a destreggiarsi continuamente tra pmi (piccole e medie imprese), cda (consiglio di amministrazione), cdl (Casa delle libertà), ad (amministratore delegato) o cococo (collaborazione coordinata e continuativa).

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(20 gennaio2004)

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