| Le
parole sono importanti. Lo sbraitava Nanni Moretti in “Palombella
rossa” a una giornalista, colpevole di definire il proprio
ambiente molto cheap. Già, le parole sono
importanti, specie nei mezzi di comunicazione di massa. Anzi,
nei media. Che in televisione si pronuncia “midia”,
all’inglese. La lingua di Sua Maestà è
sempre più presente nelle colonne dei giornali italiani,
contribuendo ad aumentare la loro incomprensibilità.
Ma la colpa non è tutta, o solamente, dei termini stranieri.
Spesso sono anche alcune parole italiane a creare confusione.
Per farsi un’idea sommaria della situazione basta analizzare
le prime pagine dei quotidiani di un giorno qualunque, ad
esempio giovedì 15 gennaio. Quattordici testate a confronto.
Il record dell’inglese spetta al Riformista.
Il quotidiano di Antonio Polito spazia dal premier
(4 volte) al vicepremier (2), dal bipartisan
(2) allo share (2). C’è poi spazio per
l’election day, l’authority,
gli sketch e il lifting. Fino ad arrivare
alla rubrica Mail (le vecchie “lettere al direttore”)
e un intero articolo sull’uso del poco elegante fucking
nelle televisioni americane.
Se il Riformista ci dà dentro, il Foglio
non è da meno. Anche qui Berlusconi è il premier
(7 volte) e i capi di partito sono leader. Mentre
le banche d’affari sono merchant bank e a combattere
i monopoli c’è l’Antitrust. E
per chi si chiede chi siano Gianni Cuperlo e Pasquale Cascella,
la risposta esatta è: due “D’Alema
boys”. Ma i giornalisti di Giuliano Ferrara sono
più poliglotti. C’è spazio infatti anche
per qualche francesismo (foulard, debaucherie),
oltre a citazioni dal latino e dal tedesco. E se il
Riformista ha la sua rubrica Mail,
il Foglio punta su Andrea’s version.
La sovrabbondanza di termini stranieri in questi due quotidiani
era già stata segnalata in una tesi universitaria.
Francesca Lorandi, neodottoressa in Lettere all’Università
di Padova aveva contato in una settimana 223 forestierismi
nel Foglio e 294 nel Riformista.
Mentre il Corriere della Sera era fermo a
quota 56. Il vezzo della parola straniera non è comunque
solo di questi due giornali, considerati, tra l’altro,
“di nicchia”. Nel numero di giovedì 15
gennaio, quasi tutti i quotidiani (persino il Manifesto)
mettono in copertina i bond. Solo il Giornale
si ricorda delle vecchie obbligazioni. E ce n’è
per tutti. Dalla fiction (la Stampa)
al naif (la Repubblica), dall’establishment
(Corriere della Sera) al decoder
(il Messaggero), dal reportage (l’Unità)
al team (Italia Oggi), dal doping
(Gazzetta dello Sport) al pressing
(Corriere Adriatico). Senza tralasciare il
check-point del Sole-24 Ore. Solo
per fare qualche esempio.
In alcuni casi, certi termini non sono certo traducibili in
modo semplice ed efficace. E sono ormai entrati nell’uso
comune, come kamikaze, dossier, soubrette.
Più difficile spiegare alla vecchietta che a occuparsi
della sua pensione è il ministero del Welfare
(guidato da un leghista, gli stessi della devolution).
Mentre il risparmiatore che ha investito in obbligazioni Parmalat
avrà una sorpresa amara nello scoprire che il rischio
default dei suoi titoli significa, in pratica, che
non rivedrà un centesimo.
Ma la perdita di chiarezza dei giornali, a volte, è
dovuta anche a termini italiani. Tutti i lettori, ad esempio,
hanno probabilmente sentito parlare del lodo Schifani. In
pochi magari potranno aver capito i suoi contenuti. In pochissimi
certamente sanno che cos’è un lodo (sul vocabolario:
nel linguaggio giuridico, giudizio con valore di sentenza,
pronunziato da arbitri). Per non parlare delle sigle.
Che costringono il lettore a destreggiarsi continuamente tra
pmi (piccole e medie imprese), cda (consiglio
di amministrazione), cdl (Casa delle libertà),
ad (amministratore delegato) o cococo (collaborazione
coordinata e continuativa).
Il
sociologo: "Ma così facciamo tutti finta di capire"
(20 gennaio2004)
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