| “Non
credo che non esistano più gli Ettore Mo, i Peter Arnett
o chicchessia. Non so chi lo affermi. Il problema è
come il mestiere viene affrontato, come si va alla guerra
armati di penna, macchina fotografica o dell’indispensabile
telecamera”.
Ennio Remondino
L’inviato che fu
Il reportage di guerra nasce nel 1854, quando il Times di
Londra invia un proprio corrispondente, l’irlandese
William Russel, in Crimea per seguire la guerra che da un
anno vede contrapposta la coalizione composta da Gran Bretagna,
Francia, impero Ottomano e Regno di Sardegna alla Russia.
Fino ad allora le notizie pervenute dal fronte, grazie ai
servizi di alcuni ufficiali, erano piene di retorica e di
verità di comodo. Russel, invece, incominciò
a raccontare i corpi straziati dalle granate, le urla, il
caos della prima linea e gli errori strategici. Nelle sue
lettere in cui informava il direttore del quotidiano, Russel
descriveva la crisi delle forze britanniche, incitato dal
suo direttore che però non pubblicò mai i suoi
reportage. Fu la prima esperienza di censura
di guerra.
Il presente – futuro di Ennio Remondino
“Essere inviato era uno status permanente. Eravamo
un gruppo nobile con forte contrattualità, capaci di
imporci, quando serviva, per fare o partire. Oggi la situazione
è cambiata. Il giornalista dipende dal direttore, non
esiste più la qualifica d’inviato. Chiunque può
diventarlo, con tutto quello che comporta. Se ti adegui al
volere di chi ti è sopra è possibile che tu
parta per l’estero, ma non devi uscire dai parametri
di rete”.
- Meno credibilità e meno autonomia, quindi, ma
che cosa può raccontare l’inviato veramente?
“Una domanda che fino a qualche anno fa avrei respinto
e in malo modo. L’inviato sul campo prima della spettacolarizzazione
degli ultimi conflitti si giocava la reputazione, la carriera
e molto spesso la vita. È inconcepibile quello a cui
stiamo assistendo. Dirette dai balconi, collegamenti conditi
con pashmine e sfilate di moda. Non è questo il mestiere
che da quindici anni perseguo”.
- Quindi…
“L’inviato sul campo era il comandante generale.
Nessun taglio, nessuna influenza, libertà di cronaca.
Oggi no. È cambiata la realtà, è cambiato
il format d’informazione, è cambiato il concetto
da informazione a comunicazione”.
- Termini simili che però sottintendono una grande
differenza
“Fare informazione di guerra oggi significa creare
un racconto alla Domenica In. Se l’inviato, o meglio
il collega in servizio all’estero, è costretto
a fare 180 dirette al giorno, come si può pretendere
che informi? La vergogna della narrazione televisiva è
proprio questa. Non è un problema del singolo reporter,
è cambiato l’utilizzo della tv in guerra: è
diventata uno strumento tecnico delle battaglie, uno strumento
operativo nella gestione della guerra”.
- Perché Remondino non è andato in Iraq?
“L’abitudine di un inviato televisivo è
di collegarsi alle 13 e alle 20. Qesta scansione temporale
non è casuale ma necessaria. Se uno vuole effettuare
i controlli che fanno di un fatto una notizia, ha bisogno
di tempo per le opportune verifiche. Oggi questo non è
possibile e se tu rifiuti di fare le venti dirette al giorno
– progetto editoriale - torni a casa e parte un altro.
Tanto il ruolo dell’inviato non è più
garantito o specifico. C’è il giornalista che
ha un determinato rapporto con il direttore e abbassa le sue
pretese, c’è quello che non vuole mettere in
gioco la sua reputazione e si rifiuta. Il risultato, molto
spesso, è che vieni esiliato o messo a tacere. Del
resto oggi in guerra l’importante è ricreare
uno studio televisivo che ti permetta di inserirti in tutti
i contenitori video, dalla ‘Vita in Diretta’ a
‘Piazza Grande’”.
- Chi censura chi, chi censura come?
"Quella che ci riguarda è la ‘censura occidentale’.
Il mezzo più semplice e più efficace è
la conferenza stampa. Ci sono zone in cui
l’unico sistema per avere notizie sono le conferenze
stampa, dei militari o del potere politico. Limitarsi a questi
resoconti significa non informare. L’abilità
degli addetti stampa - era così anche Jame Shea in
Kosovo - è inserire un 10% di bugie in mezzo al 90%
di verità. Bugie strategiche e mirate che coinvolgono
il giornalista. Un altro mezzo è la difficoltà
di trasmissione. Non far accedere stazioni satellitari
in determinate zone significa impedire al reporter di fare
il proprio lavoro, e questo, soprattutto in Iraq, è
accaduto spesso. Il terzo mezzo è la censura
che può essere imposta o autocensura.
Torniamo al concetto d’inviato. Se uno è disposto
a rischiare per informare s’impone, altrimenti si adagia
alla linea editoriale, al volere pubblico o semplicemente
alla notizia più comoda. L’autocensura invece
è più sottile: diverse le condizioni. Mentre
ero in Afghanistan a seguire i mujahiddin, da Roma mi chiedevano
di fare un servizio sulla condizione della donna nel paese.
Ma a cosa serve, pensavo io? Mentre piovono le bombe, quella,
che è una notizia vera, è irrilevante di fronte
al dramma della guerra. Io ho continuato a seguire i mujahiddin.
Questo è un esempio di autocensura: non rovinarsi l’immagine
sul campo per offrire spettacolarizzazione”. Ma è
anche autocensura quella che ti convince a tagliare immagini
che sarebbero scabrose per il pubblico o che ti invoglia a
non dare una notizia per non allarmare inutilmente".
- Il problema dell’informazione di guerra è
quindi la spettacolarizzazione dell’inviato?
“Quando tu cominci a sentir dire: ‘secondo il
comando americano’, ‘secondo il palazzo di giustizia’
sai che l’informazione non è diretta ma filtrata
da fonti di potere. Se il giornalista alle nove del mattino
ha una notizia, magari esclusiva, non può che sezionarla
e darla ‘take per take’ condendola con parole
per renderla appetibile e fresca”.
- L’invito è destinato a scomparire?
“Molti pongono speranze nell’inviato del quotidiano,
ma in realtà la sua è una verità priva
d’interesse, perché è quella del giorno
dopo. Ormai il quotidiano lavora come un settimanale e il
settimanale come periodico mensile. Non si riesce a rappresentare
il contesto attraverso il quotidiano, perché la cronaca
non è tempestiva. Il giorno dopo si trova a commentare
più che fotografare la realtà”.
- Ma Remondino che cosa non ha mai raccontato?
“Non molto in realtà. Magari non dicevo tutte
le volte che Milosevic era un macellaio, ma questo mi ha permesso
di rimanere sul campo, ed ero voce unica. I trucchi del mestiere
servono anche a questo, a capire quando ‘non dire’.
Poi ti capita di non poter raccontare anche perché
non hai le immagini, e lì ti senti impotente, diversamente
dall’inviato in carta e penna”.
C’era una volta…
…l’inviato che spalla a spalla con l’operatore
o il fotografo andava incontro alla notizia. Non si preoccupava
del come, ma seguiva una pista fino al traguardo. Non lo fanno
tutti: ci sono reporter che scendono in strada, e altri che
attendono la notizia; ci sono le Ilaria Alpi o i Miroslav
Hrovatin, quelli che hanno perso la vita, anche in circostanze
poco chiare. Di loro non rimane che il ricordo, un premio,
un messaggio per chi vuole intraprendere un mestiere o per
chi da fuori pensa: “Ma sarà vero quello
che vediamo?” La televisione, che per Remondino
“è un’arma di distruzione di massa”,
può aiutare un mestiere che necessita della credibilità,
che si basa sulla fiducia dell’ascoltatore oltre che
su una coerenza interiore. L’inviato documentando la
realtà ha favorito le grandi manifestazioni anti-Vietnam
o quelle pro guerra del Kosovo, ma ha anche favorito il mito
delle armi di distruzione di massa in Iraq. La carenza d’informazione
non è legata solamente al giornalista embedded,
figura del presente - futuro dei media, ma alla mancanza di
voci, varie e contrastanti, fra cui possa spiccare quella
del vecchio inviato, nato nel 1854.
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(2 febbraio 2004)
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