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L'inviato tv tra controllo delle notize e collegamenti

Reporter di guerra: le verità nascoste

Ennio Remondino: "La tv è un'arma di distruzione di massa"

di Raffaele Vitali

“Non credo che non esistano più gli Ettore Mo, i Peter Arnett o chicchessia. Non so chi lo affermi. Il problema è come il mestiere viene affrontato, come si va alla guerra armati di penna, macchina fotografica o dell’indispensabile telecamera”.

Ennio Remondino

 

 

L’inviato che fu

Il reportage di guerra nasce nel 1854, quando il Times di Londra invia un proprio corrispondente, l’irlandese William Russel, in Crimea per seguire la guerra che da un anno vede contrapposta la coalizione composta da Gran Bretagna, Francia, impero Ottomano e Regno di Sardegna alla Russia. Fino ad allora le notizie pervenute dal fronte, grazie ai servizi di alcuni ufficiali, erano piene di retorica e di verità di comodo. Russel, invece, incominciò a raccontare i corpi straziati dalle granate, le urla, il caos della prima linea e gli errori strategici. Nelle sue lettere in cui informava il direttore del quotidiano, Russel descriveva la crisi delle forze britanniche, incitato dal suo direttore che però non pubblicò mai i suoi reportage. Fu la prima esperienza di censura di guerra.

Il presente – futuro di Ennio Remondino

“Essere inviato era uno status permanente. Eravamo un gruppo nobile con forte contrattualità, capaci di imporci, quando serviva, per fare o partire. Oggi la situazione è cambiata. Il giornalista dipende dal direttore, non esiste più la qualifica d’inviato. Chiunque può diventarlo, con tutto quello che comporta. Se ti adegui al volere di chi ti è sopra è possibile che tu parta per l’estero, ma non devi uscire dai parametri di rete”.

- Meno credibilità e meno autonomia, quindi, ma che cosa può raccontare l’inviato veramente?

“Una domanda che fino a qualche anno fa avrei respinto e in malo modo. L’inviato sul campo prima della spettacolarizzazione degli ultimi conflitti si giocava la reputazione, la carriera e molto spesso la vita. È inconcepibile quello a cui stiamo assistendo. Dirette dai balconi, collegamenti conditi con pashmine e sfilate di moda. Non è questo il mestiere che da quindici anni perseguo”.

- Quindi…

“L’inviato sul campo era il comandante generale. Nessun taglio, nessuna influenza, libertà di cronaca. Oggi no. È cambiata la realtà, è cambiato il format d’informazione, è cambiato il concetto da informazione a comunicazione”.

- Termini simili che però sottintendono una grande differenza

“Fare informazione di guerra oggi significa creare un racconto alla Domenica In. Se l’inviato, o meglio il collega in servizio all’estero, è costretto a fare 180 dirette al giorno, come si può pretendere che informi? La vergogna della narrazione televisiva è proprio questa. Non è un problema del singolo reporter, è cambiato l’utilizzo della tv in guerra: è diventata uno strumento tecnico delle battaglie, uno strumento operativo nella gestione della guerra”.

- Perché Remondino non è andato in Iraq?

“L’abitudine di un inviato televisivo è di collegarsi alle 13 e alle 20. Qesta scansione temporale non è casuale ma necessaria. Se uno vuole effettuare i controlli che fanno di un fatto una notizia, ha bisogno di tempo per le opportune verifiche. Oggi questo non è possibile e se tu rifiuti di fare le venti dirette al giorno – progetto editoriale - torni a casa e parte un altro. Tanto il ruolo dell’inviato non è più garantito o specifico. C’è il giornalista che ha un determinato rapporto con il direttore e abbassa le sue pretese, c’è quello che non vuole mettere in gioco la sua reputazione e si rifiuta. Il risultato, molto spesso, è che vieni esiliato o messo a tacere. Del resto oggi in guerra l’importante è ricreare uno studio televisivo che ti permetta di inserirti in tutti i contenitori video, dalla ‘Vita in Diretta’ a ‘Piazza Grande’”.

- Chi censura chi, chi censura come?

"Quella che ci riguarda è la ‘censura occidentale’. Il mezzo più semplice e più efficace è la conferenza stampa. Ci sono zone in cui l’unico sistema per avere notizie sono le conferenze stampa, dei militari o del potere politico. Limitarsi a questi resoconti significa non informare. L’abilità degli addetti stampa - era così anche Jame Shea in Kosovo - è inserire un 10% di bugie in mezzo al 90% di verità. Bugie strategiche e mirate che coinvolgono il giornalista. Un altro mezzo è la difficoltà di trasmissione. Non far accedere stazioni satellitari in determinate zone significa impedire al reporter di fare il proprio lavoro, e questo, soprattutto in Iraq, è accaduto spesso. Il terzo mezzo è la censura che può essere imposta o autocensura. Torniamo al concetto d’inviato. Se uno è disposto a rischiare per informare s’impone, altrimenti si adagia alla linea editoriale, al volere pubblico o semplicemente alla notizia più comoda. L’autocensura invece è più sottile: diverse le condizioni. Mentre ero in Afghanistan a seguire i mujahiddin, da Roma mi chiedevano di fare un servizio sulla condizione della donna nel paese. Ma a cosa serve, pensavo io? Mentre piovono le bombe, quella, che è una notizia vera, è irrilevante di fronte al dramma della guerra. Io ho continuato a seguire i mujahiddin. Questo è un esempio di autocensura: non rovinarsi l’immagine sul campo per offrire spettacolarizzazione”. Ma è anche autocensura quella che ti convince a tagliare immagini che sarebbero scabrose per il pubblico o che ti invoglia a non dare una notizia per non allarmare inutilmente".


- Il problema dell’informazione di guerra è quindi la spettacolarizzazione dell’inviato?

“Quando tu cominci a sentir dire: ‘secondo il comando americano’, ‘secondo il palazzo di giustizia’ sai che l’informazione non è diretta ma filtrata da fonti di potere. Se il giornalista alle nove del mattino ha una notizia, magari esclusiva, non può che sezionarla e darla ‘take per take’ condendola con parole per renderla appetibile e fresca”.

- L’invito è destinato a scomparire?

“Molti pongono speranze nell’inviato del quotidiano, ma in realtà la sua è una verità priva d’interesse, perché è quella del giorno dopo. Ormai il quotidiano lavora come un settimanale e il settimanale come periodico mensile. Non si riesce a rappresentare il contesto attraverso il quotidiano, perché la cronaca non è tempestiva. Il giorno dopo si trova a commentare più che fotografare la realtà”.

- Ma Remondino che cosa non ha mai raccontato?

“Non molto in realtà. Magari non dicevo tutte le volte che Milosevic era un macellaio, ma questo mi ha permesso di rimanere sul campo, ed ero voce unica. I trucchi del mestiere servono anche a questo, a capire quando ‘non dire’. Poi ti capita di non poter raccontare anche perché non hai le immagini, e lì ti senti impotente, diversamente dall’inviato in carta e penna”.

C’era una volta…

…l’inviato che spalla a spalla con l’operatore o il fotografo andava incontro alla notizia. Non si preoccupava del come, ma seguiva una pista fino al traguardo. Non lo fanno tutti: ci sono reporter che scendono in strada, e altri che attendono la notizia; ci sono le Ilaria Alpi o i Miroslav Hrovatin, quelli che hanno perso la vita, anche in circostanze poco chiare. Di loro non rimane che il ricordo, un premio, un messaggio per chi vuole intraprendere un mestiere o per chi da fuori pensa: “Ma sarà vero quello che vediamo?” La televisione, che per Remondino “è un’arma di distruzione di massa”, può aiutare un mestiere che necessita della credibilità, che si basa sulla fiducia dell’ascoltatore oltre che su una coerenza interiore. L’inviato documentando la realtà ha favorito le grandi manifestazioni anti-Vietnam o quelle pro guerra del Kosovo, ma ha anche favorito il mito delle armi di distruzione di massa in Iraq. La carenza d’informazione non è legata solamente al giornalista embedded, figura del presente - futuro dei media, ma alla mancanza di voci, varie e contrastanti, fra cui possa spiccare quella del vecchio inviato, nato nel 1854.
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(2 febbraio 2004)

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