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"La pena di morte? Sì, sì, sì". Così titolavano,
domenica, i giornali del gruppo Riffeser: Il Giorno, Il Resto
del Carlino e Nazione. Sì, sbatti il mostro in prima pagina.
Il mostro, questa volta, c'è davvero. E c'è pure il corpo
di un bambina di 9 anni, che si chiamava Sara Jay ed è finita
in una cantina, nascosta dietro un vecchio armadio, come un
mucchio di stracci. Uccisa dopo aver subito quello che il
medico legale descrive come "uno strazio delle carni". Sì
il mostro c'è davvero, ma davanti a quel titolo, urlato all'unisono
come uno slogan da tre delle più importanti testate italiane,
si è scatenato il putiferio nel mondo del giornalismo. Non
è la prima volta che accade per un crimine nei confronti dell'infanzia.
"Al titolo: Pena di morte? Sì, sì, sì - recita
il comunicato sindacale dei giornalisti del gruppo - il coordinamento
dei comitati di redazione risponde con tre secchi " No!".
Il documento prosegue e parla di "campagna incivile e forcaiola",
di "una decisione dell'editore di imporre una titolazione
che, oltre a essere moralmente inaccettabile, è anche giornalisticamente
scorretta, perché non rispettosa dei contenuti dei commenti
e degli articoli sulla triste vicenda dell'uccisione di Sara".
Insomma, lamentano i giornalisti, quel titolo non sarebbe
opera delle redazioni del gruppo che appartiene a Riffeser,
ma di Riffeser in persona; sarebbero stati usati come il pupazzo
di un ventriloquo. Con buona pace per l'indipendenza e la
professionalità giornalistica.
"Manteniamo lo stato di agitazione - precisa
Paolo Liverani, della redazione del Carlino - mentre i nostri
colleghi del Giorno sono oggi in sciopero. Lo scopo di mettere
fine alla campagna, del resto, lo abbiamo ottenuto. Inutile
negarlo, i rapporti con la proprietà non sono dei più sereni.
Che qui ci sia un'ingerenza diretta dell'editore, non è un
segreto per nessuno". "Noi - tiene invece a precisare Marco
Pratellesi, della redazione che gestisce il sito internet
del gruppo - non abbiamo ricevuto imposizioni dall'alto. Non
le avremmo comunque accettate. Basti pensare che c'è una parte
del nostro prodotto on line permanentemente dedicata alla
lotta
contro la pena di morte. Siamo stati gli unici a titolare
per 15 giorni di seguito sul caso di Rocco Barnabei, scandendo
il conto alla rovescia fino all'esecuzione dell'italo americano".
Anche Paolo Serventi Longhi, segretario della
Federazione nazionale
della stampa italiana ha stigmatizzato quel titolo, quei
tre sì. "E' un pagina nera per il giornalismo italiano e per
la coscienza civile del nostro paese", scrive in un comunicato
ufficiale. Il mostro, intanto, ha confessato, poi ritrattato,
poi ancora mentito. Una testimone dice che, 10 giorni prima
del delitto, quel ragazzo le confidò che suo padre, quando
aveva 11 anni, lo costrinse a prostituirsi. Non sarebbe un'assoluzione,
non ce ne sono. Ma Milan, così si chiama l'assassino, ha sicuramente
la sua parte di incubi anche lui. Ma per questo, in prima
pagina, non c'è spazio.
(26 aprile 2001)
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