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Le redazioni del gruppo mantengono lo stato di agitazione, mentre Il Giorno oggi sciopera

Chi comanda in redazione? Il caso Riffeser

Sul pedofilo killer si spacca il gruppo editoriale del Giorno, Resto del Carlino e Nazione.

di Mario Taliani de Marchio

"La pena di morte? Sì, sì, sì". Così titolavano, domenica, i giornali del gruppo Riffeser: Il Giorno, Il Resto del Carlino e Nazione. Sì, sbatti il mostro in prima pagina. Il mostro, questa volta, c'è davvero. E c'è pure il corpo di un bambina di 9 anni, che si chiamava Sara Jay ed è finita in una cantina, nascosta dietro un vecchio armadio, come un mucchio di stracci. Uccisa dopo aver subito quello che il medico legale descrive come "uno strazio delle carni". Sì il mostro c'è davvero, ma davanti a quel titolo, urlato all'unisono come uno slogan da tre delle più importanti testate italiane, si è scatenato il putiferio nel mondo del giornalismo. Non è la prima volta che accade per un crimine nei confronti dell'infanzia.

"Al titolo: Pena di morte? Sì, sì, sì - recita il comunicato sindacale dei giornalisti del gruppo - il coordinamento dei comitati di redazione risponde con tre secchi " No!". Il documento prosegue e parla di "campagna incivile e forcaiola", di "una decisione dell'editore di imporre una titolazione che, oltre a essere moralmente inaccettabile, è anche giornalisticamente scorretta, perché non rispettosa dei contenuti dei commenti e degli articoli sulla triste vicenda dell'uccisione di Sara". Insomma, lamentano i giornalisti, quel titolo non sarebbe opera delle redazioni del gruppo che appartiene a Riffeser, ma di Riffeser in persona; sarebbero stati usati come il pupazzo di un ventriloquo. Con buona pace per l'indipendenza e la professionalità giornalistica.

"Manteniamo lo stato di agitazione - precisa Paolo Liverani, della redazione del Carlino - mentre i nostri colleghi del Giorno sono oggi in sciopero. Lo scopo di mettere fine alla campagna, del resto, lo abbiamo ottenuto. Inutile negarlo, i rapporti con la proprietà non sono dei più sereni. Che qui ci sia un'ingerenza diretta dell'editore, non è un segreto per nessuno". "Noi - tiene invece a precisare Marco Pratellesi, della redazione che gestisce il sito internet del gruppo - non abbiamo ricevuto imposizioni dall'alto. Non le avremmo comunque accettate. Basti pensare che c'è una parte del nostro prodotto on line permanentemente dedicata alla lotta contro la pena di morte. Siamo stati gli unici a titolare per 15 giorni di seguito sul caso di Rocco Barnabei, scandendo il conto alla rovescia fino all'esecuzione dell'italo americano".

Anche Paolo Serventi Longhi, segretario della Federazione nazionale della stampa italiana ha stigmatizzato quel titolo, quei tre sì. "E' un pagina nera per il giornalismo italiano e per la coscienza civile del nostro paese", scrive in un comunicato ufficiale. Il mostro, intanto, ha confessato, poi ritrattato, poi ancora mentito. Una testimone dice che, 10 giorni prima del delitto, quel ragazzo le confidò che suo padre, quando aveva 11 anni, lo costrinse a prostituirsi. Non sarebbe un'assoluzione, non ce ne sono. Ma Milan, così si chiama l'assassino, ha sicuramente la sua parte di incubi anche lui. Ma per questo, in prima pagina, non c'è spazio.

(26 aprile 2001)

 

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