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I lavori di fine corso
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Il giovane scrittore ricorda per stile e abilità narrativa il grande Pier Vittorio Tondelli

Ecco com’è il mondo senza di me
Intervista a Marco Mancassòla, giornalista free-lance e autore di un romanzo che è già caso letterario

di Sciltian Gastaldi

"Certe storie finiscono eppure tu continui”. In questa frase del romanzo di Marco Mancassòla, Il mondo senza di me (edizioni Pequod, 10,33 €, 20mila lire) si può riassumere il senso di un libro scritto bene, con uno stile asciutto e intenso.

Il tema centrale di quest’opera, che sta ottenendo un successo di critica e di pubblico come raramente accade, è l’abbandono. L’abbandono e la paura di essere abbandonati, l’abbandono e il tentativo di reagire a esso, in una “fuga salutare - come dice l’autore - che corrisponde a una voglia di ricerca”.

Marco Mancassòla è arrivato nel mondo della comunicazione passando per la porta sul retro. Ha cominciato a lavorare a 17 anni, passando da un mestiere all’altro. Operaio in fabbrica, commesso in una bancarella di libri, barista in un locale gay, lettore di tarocchi per un 144, insegnante elementare di sostegno, addetto in un internet point, redattore della piccola casa editrice Meridiano Zero e giornalista free-lance. Durante tutti questi anni, scanditi dal bisogno di lavorare per mettere insieme il pranzo con la cena, Marco non ha mai smesso di scrivere, riuscendo non di rado anche a pubblicare. Nel 1996 due racconti per l’antologia di giovani promesse Coda, a cura di Giulio Mozzi e Silvia Ballestra. Quindi ha collaborato per un paio d’anni al settimanale Avvenimenti come esperto “generazionale” di letteratura.Ora che è riuscito a mandare alle stampe questo suo primo romanzo, sta già lavorando al secondo, che intervalla alla realizzazione di una sceneggiatura per un cortometraggio.

Abbiamo intervistato il 28enne esordiente vicentino alla presentazione del suo lavoro all’Osteria dello Strabacco di Ancona. Capelli corti, tagliati di fresco e leggermente brizzolati, un maglioncino grigio, Mancassòla si presenta con uno stile semplice e diretto, amicale. Risponde a tutte le domande con disponibilità, ragionando anche a lungo sulle tante questioni che vengono sollevate da un uditorio attento e partecipe.

Lei ha dichiarato di aver svolto i lavori più disparati prima di pubblicare questo libro. Quale tra questi le è sembrato più bizzarro? Lettore di tarocchi all’144, fare lo spogliarellista o il giornalista free-lance?

Mah, forse il giornalista free-lance. Mi sono trovato in situazioni abbastanza strane e per altro mi è servita come scuola di vita. Credo che collaborare coi giornali sia un bel modo di crescere e chiaramente un bel modo di vedere il mondo. Ti trovi a vedere tante cose ma, come dire, non per caso. Sai di essere lì perché hai un ruolo, sei lì perché lo devi raccontare, e questo ti stimola a osservare tutto con ancora maggiore attenzione. Dunque quando mi sono trovato nei convegni più improbabili, piuttosto che a seguire manifestazioni, o in giro a raccontare come erano i negozi fetish di Londra, l’ho fatto con uno spirito da intrepido e con grande divertimento. Il giornalismo non era esattamente quello che volevo fare, ma è talmente legato all’idea di osservare il mondo per scrivere che l’ho sentito davvero vicino a me.

Che differenza c’è tra la scrittura giornalistica e quella narrativa? E’ possibile mescolare le due cose?

Sì, secondo me sì. C’è un giornalismo, come chiamarlo, d’autore, che richiede doti da scrittore.

Parliamo del giornalismo narrativo, alla Zucconi?

Sì, un giornalismo tipo quello del Diario Settimanale, per intenderci.

Domanda d’obbligo: cosa significa per lei scrivere?

Qui mi rifaccio al titolo del mio libro. Scrivere per me significa che il mondo faccia un po’ meno a meno di me. Significa tentare di entrare nel mondo; non so se ci riesco, però scrivere riguarda la mia ricerca di ruolo nel mondo, la ricerca di me nel mondo. Le cose che riesco a scrivere sono un po’ i miei messaggi in bottiglia che io lancio all’esterno.

Il suo romanzo d’esordio ha raccolto una critica estremamente favorevole. Molti parlano di un “nuovo Tondelli” o comunque evidenziano l’ispirazione tondelliana dei suoi personaggi e delle loro ambientazioni. Cosa ne pensa?

Ho paura che sia una definizione un po’ eccessiva perché il paragone è davvero impegnativo. Tondelli è un autore che ha significato tanto per tanti e allora chiaramente un paragone del genere ti mette un po’ in imbarazzo. Ti chiedi, terra terra, se ne sei all’altezza. A un livello più specifico ti chiedi quanto questo paragone sia sensato, quanto sia fatto con cognizione di causa. Se parliamo di argomenti - che nel mio caso sono quelli della solitudine, della ricerca di un posto al mondo, di un’ìdentità - e non di scenari, che sono dei pretesti, allora il paragone ben venga perché sono argomenti che io ho trovato in Tondelli e che mi hanno fatto amare i suoi libri.

Il tema centrale del suo romanzo è l’abbandono. Sia Ale che Ettore, i due personaggi principali, affrontano interiormente un dissidio che nasce proprio dalla sensazione di rimanere soli e nudi di fronte alla quotidianeità. Lei che rapporto ha con l’idea della solitudine? E quanto c’è di autobiografico nelle riflessioni dei due personaggi su questo tema?

Con l’idea della solitudine credo di avere un rapporto sereno, in quanto la considero un aspetto sicuramente presente ma per fortuna non preponderante della mia vita. Un aspetto con cui fare continuamente i conti, probabilmente perché il mio percorso è simile a quello fatto dai personaggi del mio libro. Questi personaggi li ho fotografati nel grado massimo della loro crisi nel rapporto con la solitudine. In quel momento in cui si rendono conto che la solitudine c’è e si cerca un modo con cui far fronte a questa idea. Direi che di autobiografico c’è molto anche se io nel libro non ho mai raccontato episodi che siano successi direttamente a me. Ho fotografato una certa atmosfera, una certa sensibilità, che è sicuramente anche mia. Ma al tempo stesso non è che io abbia fatto esattamente quelle esperienze.

Diciamo che c’è una autobiografia delle sensazioni e non del vissuto?

Diciamo che io ci ho messo lo sguardo, che è sicuramente il mio. Non ci ho messo i fatti miei o la mia storia.

Lei è del 1973. Cosa ne pensa dei ragazzi della sua generazione, o, per fare una domanda meno vaga, qual è il suo punto di vista sui coetanei che conosce?

Domanda difficilissima. Per fare un discorso generale, l’idea che mi son fatto fin’ora è di essere circondato da molti coetanei veramente confusi, quanto meno rispetto a quello che vogliono. Anche e soprattutto sul piano sentimentale, che poi è il piano maggiormente presente nei miei racconti. Mi sembra di vedere delle persone che non sanno definire l’entità del loro desiderio, rispetto ad impegni più o meno precisi, rispetto ai percorsi che vogliono fare con gli altri. E’ l’incapacità di dove si vuole arrivare.

Progetti per il futuro?

Occuparmi di una sceneggiatura che mi è stato chiesto di scrivere; della cosa sono molto contento perché ho sempre pensato di arrivare al cinema, ma certo non pensavo di arrivarci così in fretta. Pensare a un nuovo libro, che ho già bene o male incominciato a scrivere. L’argomento della sceneggiatura è il rito di passaggio per alcuni ragazzi, tutto quello che cambia per un gruppo di ragazzi durante un viaggio. Il nuovo libro non è più una storia di formazione anche se ancora è la vicenda di una forma di passaggio; ma è quel passaggio che si verifica quando si oltrepassa un certo limite. Sono racconti sulla persistenza dell’incertezza nella vita delle persone. Per ogni traguardo tu superi, le incertezze che restano.

 

La biografia dello scrittore

La trama di Il mondo senza di me

Una pagina del testo

 

(5 dicembre 2001)

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