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Franco Di Mare, 45 anni, come inviato di guerra ha seguito,
prima per l'Unità e ora per il Tg2, tutti i conflitti dall'82
a oggi tra cui quelli in Croazia, Bosnia, Somalia, Rwanda,
Algeria, Eritrea. Nell'ottobre scorso è stato ferito in Israele
e ha dovuto subire un'operazione alla schiena. "Gli inviati
di guerra - afferma il giornalista - rischiano sempre. Ultimamente
due miei amici e colleghi della Reuters sono morti in Sierra
Leone."
Come è cambiato il tuo atteggiamento davanti al pericolo?
L'inviato di guerra sviluppa una sorta di assuefazione
al pericolo e sa che l'eccessiva calma è un segnale di pericolo.
Sai che se ti trovi in una zona dove tutto è calmo devi stare
molto attento. Non puoi mai rilassarti, devi avere timore.
Quando fai un servizio credi di essere invulnerabile, ma non
lo sei.
I rischi, rispetto al passato, sono mutati?
I rischi sono maggiori perché la televisione spinge sempre
un po' oltre. I freelance sono sempre più giovani e agguerriti,
cercano lo scoop e la televisione deve fronteggiare la loro
concorrenza.

La televisione muta le reazioni di chi viene
ripreso?
La televisione droga e modifica la realtà circostante. In
una manifestazione i manifestanti saranno più eccitati in
presenza della televisione. Il paradosso è che niente è più
reale se c'è la telecamera. Trasmetti una cosa che è vera,
ma, allo stesso tempo, è modificata. Così in guerra, dove
si corre il rischio di essere strumentalizzati.
Le cifre del Comitato per la protezione dei
giornalisti parlano di 34 reporter uccisi nel '99 e 24 nel
2000. L'ultimo è stato Kerem Lawton, 30 anni, della Associated
press. Non esistono trattati internazionali che tutelano il
lavoro dell'inviato?
Per quanto riguarda le responsabilità dell'inviato non esistono
trattati ma regole etiche che prevedono che tu non debba interferire
con l'esistente. Ma non esiste un trattato a livello internazionale
che salvaguardi il nostro lavoro. Nelson Mandela, ad un'assemblea
dei Paesi africani in Libia, ha detto che non c'è democrazia
senza libertà di stampa e ha avuto il coraggio di rivolgersi
al rappresentante di uno degli Stati presenti chiedendo la
liberazione di quattro giornalisti imprigionati.
Niente tutele, quindi?
Gli inviati di guerra sono continuamente perseguitati, minacciati,
uccisi. In Bosnia toglievamo la scritta "Press" per evitare
di essere colpiti. Io sono stato minacciato di morte, un mio
operatore è stato una settimana in un carcere serbo perché
avevamo parlato con la prima donna musulmana che aveva denunciato
di essere stata stuprata. Vendemmo il servizio alla Cnn e
il governo serbo disse che avevamo pagato un'attrice. Subito
dopo, però, vennero a galla le cifre sugli stupri etnici.
(2 aprile 2001)
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