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Intervista a Franco di Mare, reporter del Tg2

Oggi l'inviato di guerra rischia di più"

"La televisione droga la realtà". Il coraggio di Mandela

di Antonio Iovane

Franco Di Mare, 45 anni, come inviato di guerra ha seguito, prima per l'Unità e ora per il Tg2, tutti i conflitti dall'82 a oggi tra cui quelli in Croazia, Bosnia, Somalia, Rwanda, Algeria, Eritrea. Nell'ottobre scorso è stato ferito in Israele e ha dovuto subire un'operazione alla schiena. "Gli inviati di guerra - afferma il giornalista - rischiano sempre. Ultimamente due miei amici e colleghi della Reuters sono morti in Sierra Leone."

Come è cambiato il tuo atteggiamento davanti al pericolo?
L'inviato di guerra sviluppa una sorta di assuefazione al pericolo e sa che l'eccessiva calma è un segnale di pericolo. Sai che se ti trovi in una zona dove tutto è calmo devi stare molto attento. Non puoi mai rilassarti, devi avere timore. Quando fai un servizio credi di essere invulnerabile, ma non lo sei.

I rischi, rispetto al passato, sono mutati?
I rischi sono maggiori perché la televisione spinge sempre un po' oltre. I freelance sono sempre più giovani e agguerriti, cercano lo scoop e la televisione deve fronteggiare la loro concorrenza.

La televisione muta le reazioni di chi viene ripreso?
La televisione droga e modifica la realtà circostante. In una manifestazione i manifestanti saranno più eccitati in presenza della televisione. Il paradosso è che niente è più reale se c'è la telecamera. Trasmetti una cosa che è vera, ma, allo stesso tempo, è modificata. Così in guerra, dove si corre il rischio di essere strumentalizzati.

Le cifre del Comitato per la protezione dei giornalisti parlano di 34 reporter uccisi nel '99 e 24 nel 2000. L'ultimo è stato Kerem Lawton, 30 anni, della Associated press. Non esistono trattati internazionali che tutelano il lavoro dell'inviato?
Per quanto riguarda le responsabilità dell'inviato non esistono trattati ma regole etiche che prevedono che tu non debba interferire con l'esistente. Ma non esiste un trattato a livello internazionale che salvaguardi il nostro lavoro. Nelson Mandela, ad un'assemblea dei Paesi africani in Libia, ha detto che non c'è democrazia senza libertà di stampa e ha avuto il coraggio di rivolgersi al rappresentante di uno degli Stati presenti chiedendo la liberazione di quattro giornalisti imprigionati.

Niente tutele, quindi?
Gli inviati di guerra sono continuamente perseguitati, minacciati, uccisi. In Bosnia toglievamo la scritta "Press" per evitare di essere colpiti. Io sono stato minacciato di morte, un mio operatore è stato una settimana in un carcere serbo perché avevamo parlato con la prima donna musulmana che aveva denunciato di essere stata stuprata. Vendemmo il servizio alla Cnn e il governo serbo disse che avevamo pagato un'attrice. Subito dopo, però, vennero a galla le cifre sugli stupri etnici.

(2 aprile 2001)

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