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Nel paese degli ayatollah non esiste libertà di stampa. E non solo quella

Iran, i diritti negati

320 deputati ad Amato:"Niente visite ufficiali"


di
Alessandro Principe


Protestano le giornaliste della radiotelevisione di stato iraniana della sede di Bushehr. Protestano contro i metodi brutali con cui la polizia impone il rispetto delle norme di abbigliamento volute dalle autorità più integraliste. Fosse solo questo, il problema. In Iran la situazione dei diritti umani è disastrosa e la libertà di espressione è un dito in un occhio per chi vuole tenere il paese in una condizione di paura e sottomissione. E quindi va repressa con ogni mezzo. Negli ultimi dieci mesi la magistratura iraniana ha fatto chiudere più di 30 testate; i giornalisti vivono in un clima di costante pressione e controllo. Oggi l'Iran è lo Stato con il maggior numero di giornalisti imprigionati per motivi di opinione del mondo: l'ultima vittima si chiama Fariba Davoudi, del quotidiano riformista Hambastegi.

I primi di agosto dell'anno scorso il parlamento iraniano avrebbe dovuto approvare la legge sulla libertà di stampa, legge che era uno dei punti di forza della campagna elettorale di Mohamed Khatami, il presidente eletto nel '97. Ma è accaduto il prevedibile: la discussione sulla legge è stata rinviata sine die. Che è successo? Che l'ayatollah Khamenei ha detto no. In Iran, infatti, l'ultima parola sulle questioni considerate di vitale importanza per lo Stato - e questa senz'altro lo è - è riservata al "guardiano dei valori rivoluzionari", l'ayathollah, appunto, massima autorità religiosa e potentissima guida spirituale del paese. "Se i nostri nemici si infiltrano nella stampa, la sicurezza nazionale e i convincimenti religiosi del popolo saranno in grave pericolo", ha scritto Khamenei al parlamento.

E il presidente dell'assemblea, Mehdi Karroubi, eletto con un compromesso tra riformisti e conservatori, ha ritenuto di spiegare ai deputati che bisognava obbedire. Pochi giorni dopo, il più diffuso quotidiano riformista, il Bahar, è stato chiuso. Per fortuna qualcuno che non obbedisce c'è , ma ne paga personalmente le conseguenze. In Iran ci sono centinaia di prigionieri politici e molti di loro sono imprigionati senza la formulazione di un'accusa formale, né tantomeno di un processo. Ai detenuti è negato l'accesso a qualsiasi parere legale e i processi davanti ai tribunali speciali, come la Corte speciale per il clero, si svolgono ben al si sotto degli standard di garanzia internazionali. I giornalisti sono tra le categorie che la passano peggio, il loro lavoro si svolge in un clima di costante intimidazione fatto di arresti, "sparizioni", minacce personali e alle famiglie (si veda il rapporto annuale di Amnesty International).

I diritti umani, in Iran, non vengono rispettati: si pensi alla condizione delle donne, dipendenti per tutta la loro vita dall'autorità che il maschio, il padre prima, il marito poi, esercita su ogni aspetto della loro vita. Si pensi alle diffusissime pene corporali, come le frustate, alla tortura, alle esecuzioni pubbliche per impiccagione o lapidazione. Masoumeh Azali è una donna iraniana che da quattordici anni vive in Italia, a Fermignano, in provincia di Pesaro. Fa parte dell'associazione Donne Iraniane Democratiche, simpatizzante del movimento politico della Resistenza nazionale iraniana, in esilio a Parigi e con una sede a Roma.

Ci ha mostrato un filmato: "Non è facile fare uscire questa roba dall'Iran", dice. Si vede bene, le immagini sono nitide. C'è un uomo incappucciato che barcolla, spintonato da un gruppo di pasdaran che gridano: "Dio è grande". Davanti all'uomo, una buca alta circa un metro e mezzo: lui ci viene infilato e poi la buca è ricoperta. Ora esce solo la parte alta del busto. Lapidazione: la pietre iniziano a colpirlo: "Più piano", urlano i gendarmi, "così lo uccidete troppo in fretta".

Le Donne Democratiche Iraniane cercano di sensibilizzare anche l'opinione pubblica italiana sul dramma che il loro paese vive da quando, nel 1979, l'ayatollah Khomeini prese il potere, dando il via alla rivoluzione islamica. "Oggi", spiega la signora Azali, "le cose non sono affatto migliorate. Anzi, sotto la facciata riformista, il presidente Khatami agisce in pieno accordo con il potere religioso più conservatore e sanguinario. É tutto fumo negli occhi dell'opinione pubblica occidentale".

Il 15 febbraio 320 deputati italiani hanno sottoscritto un documento che esprime grave preoccupazione per la politica di avvicinamento intrapresa dal nostro paese nei confronti del governo iraniano, testimoniata dalla visita in Iran del ministro Bianco e dal preannunciato viaggio del premier Amato. I deputati, tra cui Marco Taradash, Antonio Martino, Carlo Giovanardi, chiedono che il presidente del consiglio riconsideri l'opportunità della propria visita, data la recrudescenza della repressione dei diritti civili di quest'ultimo periodo. Il cancelliere tedesco Schroeder ha già annullato per questo motivo il previsto viaggio a Teheran.

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(19 febbraio 2001)

   

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