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A Roma fino al 25 giugno "L' occhio testimone", i reportage di James Nachtwey

Il cronista della cattiva coscienza dell'uomo

Balcani, Ruanda, Cecenia, Romania attraverso l'obbiettivo del fotogiornalista americano

di Mario Taliani de Marchio

Un'adolescenza popolata dai fantasmi in bianco e nero delle immagini televisive della guerra del Vietnam, un grande talento fotografico e un'ossessione, un tormento: ritrarre il dolore dell'uomo. James Nachtwey, fotoreporter della Magnum, li ha ancora dentro quei fantasmi, ne sente il lamento quando è solo nel buio della camera oscura, li cerca in ogni angolo del mondo: Cecenia, Ruanda, Africa, Balcani.

Quando le persone ragionevoli comprano un biglietto aereo per "dovunque", pur di allontanarsi dalla violenza che sta per esplodere, lì James Nachtwey arriva. Con la macchina fotografica e i suoi fantasmi personali. Per capirlo basta guardare le sue immagini, i suoi reportage di guerra, in mostra, fino 25 giugno, al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Un giornalismo di denuncia, fatto senza scrivere una parola, perché nulla turbi il silenzio terrificante di quei ritratti. Il linguaggio è solo quello dei corpi delle vittime di guerra, scritto con l'alfabeto ritorto delle cicatrici, come filo spinato inciso sulla pelle.

"Ciò che mi consente di superare l'ostacolo emotivo insito nel mio lavoro - ha detto Nachtwey - è pensare che quando qualcuno si confronterà con immagini come queste, parteciperà in qualche modo a un dialogo, non importa se nato dalla rabbia o dalla frustrazione per ciò che osserva". E allora il fotografo, il giornalista Nachtwey solleva qualsiasi velo di pietà e ci mostra un'umanità deforme, sfigurata dall'orrore: le mutilazioni inflitte dagli Hutu, quelle subite dai musulmani di Bosnia, i bambini somali strangolati dalla fame, ridotti a scheletri, ma con gli occhi ancora vivi.

Uno schock pacifista per lo spettatore, costretto a guardare, attraverso la lente del reporter, le proprie responsabilità. Nachtwey ci mostra che la morte, la sofferenza, spogliate da qualsiasi inganno politico o religioso, non hanno alcuna dignità. Nel diario di questo cronista dell'inferno c'è posto anche per le brutalità compiute sulla natura, con i tramonti dell'Est europeo avvelenati dai fumi delle fabbriche, o per l'oppressione legalizzata: quella compiuta dalla polizia americana sulle minoranze.

A pochi metri dalle stanze dedicate al viaggio del fotografo americano attraverso la sofferenza umana, un'altra mostra dal titolo "Il volto di Cristo". Che strano effetto passare da un'esposizione all'altra. Dalle antiche icone di un uomo inchiodato a una croce, all'umanità stremata di Nachtwey. C'è qualcosa del Cristo in ognuno che muore.

 

(23 aprile 2001)

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