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Un'adolescenza popolata dai fantasmi in bianco
e nero delle immagini televisive della guerra del Vietnam,
un grande talento fotografico e un'ossessione, un tormento:
ritrarre il dolore dell'uomo. James Nachtwey, fotoreporter
della Magnum,
li ha ancora dentro quei fantasmi, ne sente il lamento quando
è solo nel buio della camera oscura, li cerca in ogni angolo
del mondo: Cecenia, Ruanda, Africa, Balcani.
Quando le persone ragionevoli comprano un biglietto
aereo per "dovunque", pur di allontanarsi dalla violenza che
sta per esplodere, lì James Nachtwey arriva. Con la macchina
fotografica e i suoi fantasmi personali. Per capirlo basta
guardare le sue immagini, i suoi reportage di guerra, in mostra,
fino 25 giugno, al
Palazzo delle Esposizioni di Roma. Un giornalismo di denuncia,
fatto senza scrivere una parola, perché nulla turbi il silenzio
terrificante di quei ritratti. Il linguaggio è solo quello
dei corpi delle vittime di guerra, scritto con l'alfabeto
ritorto delle cicatrici, come filo spinato inciso sulla pelle.
"Ciò che mi consente di superare l'ostacolo
emotivo insito nel mio lavoro - ha detto Nachtwey - è pensare
che quando qualcuno si confronterà con immagini come queste,
parteciperà in qualche modo a un dialogo, non importa se nato
dalla rabbia o dalla frustrazione per ciò che osserva". E
allora il fotografo, il giornalista Nachtwey solleva qualsiasi
velo di pietà e ci mostra un'umanità deforme, sfigurata dall'orrore:
le mutilazioni inflitte dagli Hutu, quelle subite dai musulmani
di Bosnia, i bambini somali strangolati dalla fame, ridotti
a scheletri, ma con gli occhi ancora vivi.
Uno schock pacifista per lo spettatore, costretto
a guardare, attraverso la lente del reporter, le proprie responsabilità.
Nachtwey ci mostra che la morte, la sofferenza, spogliate
da qualsiasi inganno politico o religioso, non hanno alcuna
dignità. Nel diario di questo cronista dell'inferno c'è posto
anche per le brutalità compiute sulla natura, con i tramonti
dell'Est europeo avvelenati dai fumi delle fabbriche, o per
l'oppressione legalizzata: quella compiuta dalla polizia americana
sulle minoranze.
A pochi metri dalle stanze dedicate al viaggio
del fotografo americano attraverso la sofferenza umana, un'altra
mostra dal titolo "Il volto di Cristo". Che strano effetto
passare da un'esposizione all'altra. Dalle antiche icone di
un uomo inchiodato a una croce, all'umanità stremata di Nachtwey.
C'è qualcosa del Cristo in ognuno che muore.
(23 aprile 2001)
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