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Kosovo: il racconto di un funzionario della missione Onu

L' informazione arriva via e-mail

La verità nascosta dietro ai titoli dei giornali

di
Annalisa Cuzzocrea


Pensavamo di poter sapere tutto e subito. Dai tempi della guerra in Kosovo, l'anno scorso, l'impressione di chi cercava "informazioni" è stata: qualunque cosa accada, in un modo o nell'altro, posso venirne a conoscenza. Dalle agenzie, dalla Cnn, dai siti dei giornali serbi, dalle radio kosovare, dagli inviati: la società dell'informazione del nuovo millennio non conosce segreti di stato, non possono più esistere guerre nascoste, gli occhi della comunità internazionale arrivano ovunque. Eppure, nonostante questa distribuzione capillare dei media, nonostante la velocità con cui oggi viaggiano le notizie, non tutto arriva, non tutto viene rivelato. E succede che quanto sta accadendo ancora oggi in Kosovo, la verità che sta dietro a titoli come "Tensione a Kosovska Mitrovica, la città divisa in due tra serbi e albanesi", te la ritrovi nella posta elettronica, dritta dritta nella tua Inbox. E ancora una volta, proprio come nei giorni della guerra, Internet batte tutti gli altri mezzi, scavalca i filtri della diplomazia, e ti conduce oltre ciò che è politicamente lecito sapere.

Succede se conosci qualcuno che è a Pristina, che lavora per la missione dell'Onu in Kosovo (Unmik), e che ha voglia di raccontare come stanno davvero le cose. Al di là del falso embargo antiserbo, al di là dei comunicati di ministri e sottosegretari, o di quanto i soldati hanno il permesso di rivelare. 9 febbraio 2000: "In Italia non si sa niente di quello che sta succedendo qui! E' vergognoso! Stanotte è esplosa una bomba comtro l'hotel Unmik, abbiamo allarmi per oggi e un supermercato è stato evacuato. Il panico è tornato e l'Ansa non dice niente!". Poco più di uno sfogo. Così sembrerebbe, se pochi giorni dopo i giornali non cominciassero cautamente a parlare di nuovi disordini nella provincia dell'ex Jugoslavia, se qualcuno non avesse cominciato a sparare sui soldati occidentali che dovrebbero mantenere la pace, se il Kosovo non cominciasse a tornare sulle pagine dei quotidiani. Ma di quella bomba nessuno parla. Né dell'allarme del giorno dopo al mercato di Pristina. Né del nuovo centro commerciale tutto italiano che sta per sorgere a Belgrado.

Il nostro "contatto" lavora nella "Civil Administration" delle Nazioni Unite e, in parole povere, si occupa della registrazione dei kosovari che durante la guerra, insieme a casa, terra e familiari, hanno perso documenti e identità. "La missione Unmik - spiega in uno dei suoi messaggi - mira a ricostruire le basi civili e giuridiche del Paese, per poi lasciarlo nelle mani dell'amministrazione locale, in collaborazione con il Consiglio di Transizione del Kosovo. Si tratta di rilasciare nuove carte di identità e documenti di viaggio e, soprattutto, di organizzare le prossime elezioni municipali. Ma non tutti vedono di buon occhio l'intromissione 'straniera': per questo la violenza non ha riguardato solo albanesi e serbi, ma a Mitrovica è stata diretta contro le forze di pace, e contro l'Onu".

10 febbraio 2000. Un nuovo messaggio spiega cosa è accaduto nel capoluogo kosovaro il giorno prima: "La notte della bomba davanti all'hotel Unmik hanno evacuato tutti e poi la Security con la Kfor l'ha fatta brillare. C'è stata tensione per due giorni a causa di un altro allarme bomba: i locali restano vuoti, i serbi si nascondono, ci sono molti controlli e molto nervosismo. La gente in genere ha reagito bene, non c'è stato panico perché sono abituati, ma le cose non vanno benissimo. La realtà che in Italia dovrebbe sapersi è che, soprattutto nei disordini di Mitrovica, la Kfor francese non ha dato prova di grande coraggio e sono stati i carabinieri con scudi e gas lacrimogeni a calmare la situazione. La propaganda è molto forte, la Kfor del nord rischia di essere fatta fuori…".

In tutto questo, i rapporti tra Italia e Serbia sono tutt'altro che negativi. Nonostante la permanenza di Milosevic al potere, nonostante le ufficiali dichiarazioni di sdegno: "La settimana scorsa - scrive - c'è stata una visita italiana a Belgrado, stanno per aprire un grosso centro commerciale lì vicino, tutti industriali veneti…e l'embargo italiano? C'è di buono però che gli italiani sono gli unici a essere ammessi a Belgrado e hanno perciò un ruolo importante nei contatti".

14 febbraio 2000: "Qui non è San Valentino, e i rumori dei carri armati in strada ce lo ricordano. Più siamo coinvolti nella "registration" in vista delle elezioni, più diventiamo bersagli". E dopo: "A volte ci sentiamo abbandonati in una missione utopica che non potrà mai sconfiggere tutto questo odio". Il resto sono frasi personali che trasmettono sensazioni, prima fra tutte: l'impotenza. 21 febbraio: "Quello che ci dicono della violenza è quello che non possiamo dire a voi…la violenza esploderà quest'estate con le elezioni, i serbi sono arrabbiatissimi per la registration, noi non abbiamo i telefoni da una settimana, e anche nei palazzi…nel mio palazzo al piano dove c'erano le case serbe stamattina ci sono chili di spazzatura contro le porte. Sabato sera hanno picchiato una nostra amica albanese all'uscita della disco locale perché ballava con gli "internationals" e non con gli albanesi…la violenza non è più solo razzista, è capillare, riguarda tutto e tutti. Oggi c'è una grossa manifestazione, Pristina è piena di polizia, è tutto chiuso perché hanno paura e pare che vogliano occupare la parte nord di Mitrovica nel pomeriggio…non hai idea degli scontri che ci sono stati la scorsa settimana".

Oggi i titoli dei giornali si occupano di nuovo di Kosovska Mitrovica, di quel tentativo degli albanesi di occupare la parte nord che c'è stato davvero, di una situazione ancora incandescente che davvero persiste. Ma in Kosovo a essere tagliata in due da un odio lungo secoli non è solo una città. Mitrovica è diventata un simbolo balcanico, una metafora efficace: due etnie, un ponte che separa invece di unire, una forza di pace impotente che per un anno intero si è illusa bastasse esserci perché le cose andassero meglio. "La paura dei pericoli, della violenza, il male nel vedere la poverta’ di questa gente. I bambini tristi, senza scarpe , con la paura nello sguardo." Questo un funzionario Unmik si ritrova davanti appena arriva. E oggi Steffan de Mistura, rappresentante dell' Onu in Italia, dice che "I kosovari serbi e albanesi non vogliono vivere in uno Stato multietnico. Inutile pretendere un matrimonio che le due parti non vogliono contrarre, meglio una coesistenza pacifica vigilata tipo Bosnia". Ma le risoluzioni firmate alla fine del conflitto dicevano altro, e altro credevano di dover fare i membri dell' Onu inviati in Kosovo. "La missione - scriveva il nostro amico all'inizio della sua avventura - vuole garantire le elezioni democratiche, costruire una struttura che, anche dopo l' Onu, i cittadini potranno usare e far fiorire. Vogliamo dare basi a questo paese, collaborare con loro…e vogliamo fermare la violenza".

Altri link:
Kosova foundation
Nazioni Unite in Kosovo
La Nato in Kosovo
La ricostruzione

 

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(22 febbraio 2000)

   

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