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Le chiamano “hit list”, liste di bersagli. Ogni organizzazione
criminale, ogni dittatore ne ha una. Se ci finisce dentro
un giornalista il copione è sempre lo stesso: prima le minacce,
le lettere anonime, poi intimidazioni sempre più pesanti.
Per alcuni, un attentato vero e proprio. Lima, Carmen e Amal
sono tre giornaliste che figurano in cima al quel pericoloso
elenco.
A loro la
International Women’s Media Foundation ha deciso di assegnare
il premio per il “Coraggio Giornalistico”; un riconoscimento
con il quale, ogni anno, la fondazione americana rende omaggio
a quelle donne che, nel campo dell’informazione, si sono distinte
per l’abnegazione e la professionalità dimostrate. E’, in
pratica, l’equivalente di una medaglia al valore.
Jineth
Bedoya Lima è colombiana, ha solo 27 anni e si è molto
occupata del conflitto tra il governo colombiano e le formazioni
paramilitari. Se ne è occupata troppo per alcuni. Il 25 maggio
dell’anno scorso, dopo una lunghissima serie di avvertimenti
e minacce, hanno deciso di darle una lezione. Avrebbe dovuto
realizzare un’intervista quel giorno. Ma si trattava di un
appuntamento di altro genere. E’ stata rapita, picchiata e
violentata; poi gettata in deposito rifiuti, dove è stata
trovata con le mani ancora legate. Lima ora gira sotto scorta,
ma non sono riuscite a farle cambiare idea. Due settimane
dopo la violenza era di nuovo al lavoro.
Carmen
Gurruchaga Basurto, un’altra delle premiate, è basca e
scrive per ”El Mundo”. Dal 1984 l’Eta le ha dichiarato una
guerra personale. Quando, nel 1997, scrisse un articolo in
cui rivelava il nascondiglio di un terrorista, le fecero esplodere
una bomba a casa, mentre lei era nell’abitazione con i suoi
due bambini. Anche Carmen non ha cambiato idea. La guerra
continua: lei con l’inchiostro, loro con la dinamite.
La terza delle premiate è la sudanese
Amal Abbas, direttore di un quotidiano indipendente. A
causa dei suoi articoli è stata più volte imprigionata. Anche
lei, inutile dirlo, non ha cambiato idea. La Media Women’s
Foundation è nata nel 1990 è si prefigge lo scopo di sostenere
il ruolo femminile nel mondo dell’informazione.L’organizzazione
tiene corsi di formazione professionale per giornaliste anche
in Africa e Sud America.
Carmen Lasorella è stata, tra le giornaliste della
televisione italiana, forse la prima ad essere inviata in
zone di guerra. Il Ducato le ha chiesto di raccontare la sua
esperienza.
“Quando ho incominciato, nel 1987, erano davvero pochissime
le giornaliste italiane a fare reportage di guerra. C’era
stata, prima, Oriana Fallaci nel Vietnam. Ma era carta stampata.
La novità, con la televisione, era che mi si vedesse; che
si vedesse una donna in prima linea”.
-Ha dovuto lottare contro qualche pregiudizio?
“I colleghi maschi non erano proprio contenti di questa invasione
di campo. C’era una sorta di accusa di voler spettacolarizzare
la guerra, un’accusa di essere lì per frasi vedere e far carriera.
Mentre se davvero a una donna interessasse la carriera a tutti
i costi, sono ben altri i metodi utilizzati. Meno rischiosi.
Comunque già allora mi capitava di incontrare parecchie colleghe
straniere. Noi siamo arrivati un po’ dopo, ma ormai ci sono
anche molto italiane”.
-Come si affrontano quelle situazioni?
“Bisogna anche amare molto questo mestiere. Il pericolo è
sempre immanente. Bisogna pensare velocemente e prendere la
decisione migliore, che spesso non è la più giusta. In Somalia
io e il mio operatore, Marcello Palmisano, siamo finiti in
un agguato. Siamo rimasti sotto il tiro incrociato per 20
minuti, rannicchiati dentro l’auto uno accanto all’altra.
Lui, purtroppo, è stato colpito a morte. Io, che ero a pochi
centimetri da lui, mi sono salvata per miracolo”.
-Che consiglio darebbe a chi si reca in una zona di guerra
per fare informazione?
“Nelle nuove leve vedo molta superficialità. Vedo tentativi
di sottolineare quello che è già drammatico di per sè. Ma
gli ‘aggettivi’, in certe situazioni non servono. Del resto
c’è una grande richiesta del ‘prodotto guerra’ da parte delle
televisioni, e spesso i giovani vengono mandati allo sbaraglio.
Si cerca ‘l’effetto’. “La guerra la fanno gli altri, non i
giornalisti. Bisogna saper stare un passo al di qua, per avere
la prospettiva delle cose. Direi: non fate gli eroi. Andate
preparati su ciò che troverete, ma abbiate la sensibilità
di sapervi adattare a ciò che incontrate”.
(11 maggio 2001)
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