RISORSE:
Giornali Italiani | Giornali esteri | Radio e Tv italiane | Radio e Tv straniere| Agenzie italiane |
Scuole di giornalismo italiane | Scuole estere | Istituzioni professionali | Sindacato e associazioni

Sede e Corsi
  Studi
  Stage
  Docenti
  Allievi
  Bando
  Domanda di iscrizione

Ducato tv
  Radio Ducato
  Ducato Notizie
  Il Ducato

Filo Diretto
  Scrivi alla redazione
  Scrivi alla segreteria

I lavori di fine corso
  degli allievi dell'Ifg

 

La Women's Media Foundation ha annunciato i nomi della vincitrici del premio "Coraggio giornalistico"

Lima, Carmen, Amal: croniste del pericolo

Una colombiana, una basca, una sudanese: tre donne che raccontano le situazioni più difficili del mondo

di Mario Taliani de Marchio

Le chiamano “hit list”, liste di bersagli. Ogni organizzazione criminale, ogni dittatore ne ha una. Se ci finisce dentro un giornalista il copione è sempre lo stesso: prima le minacce, le lettere anonime, poi intimidazioni sempre più pesanti. Per alcuni, un attentato vero e proprio. Lima, Carmen e Amal sono tre giornaliste che figurano in cima al quel pericoloso elenco.

A loro la International Women’s Media Foundation ha deciso di assegnare il premio per il “Coraggio Giornalistico”; un riconoscimento con il quale, ogni anno, la fondazione americana rende omaggio a quelle donne che, nel campo dell’informazione, si sono distinte per l’abnegazione e la professionalità dimostrate. E’, in pratica, l’equivalente di una medaglia al valore.

Jineth Bedoya Lima è colombiana, ha solo 27 anni e si è molto occupata del conflitto tra il governo colombiano e le formazioni paramilitari. Se ne è occupata troppo per alcuni. Il 25 maggio dell’anno scorso, dopo una lunghissima serie di avvertimenti e minacce, hanno deciso di darle una lezione. Avrebbe dovuto realizzare un’intervista quel giorno. Ma si trattava di un appuntamento di altro genere. E’ stata rapita, picchiata e violentata; poi gettata in deposito rifiuti, dove è stata trovata con le mani ancora legate. Lima ora gira sotto scorta, ma non sono riuscite a farle cambiare idea. Due settimane dopo la violenza era di nuovo al lavoro.

Carmen Gurruchaga Basurto, un’altra delle premiate, è basca e scrive per ”El Mundo”. Dal 1984 l’Eta le ha dichiarato una guerra personale. Quando, nel 1997, scrisse un articolo in cui rivelava il nascondiglio di un terrorista, le fecero esplodere una bomba a casa, mentre lei era nell’abitazione con i suoi due bambini. Anche Carmen non ha cambiato idea. La guerra continua: lei con l’inchiostro, loro con la dinamite.

La terza delle premiate è la sudanese Amal Abbas, direttore di un quotidiano indipendente. A causa dei suoi articoli è stata più volte imprigionata. Anche lei, inutile dirlo, non ha cambiato idea. La Media Women’s Foundation è nata nel 1990 è si prefigge lo scopo di sostenere il ruolo femminile nel mondo dell’informazione.L’organizzazione tiene corsi di formazione professionale per giornaliste anche in Africa e Sud America.

Carmen Lasorella è stata, tra le giornaliste della televisione italiana, forse la prima ad essere inviata in zone di guerra. Il Ducato le ha chiesto di raccontare la sua esperienza.

“Quando ho incominciato, nel 1987, erano davvero pochissime le giornaliste italiane a fare reportage di guerra. C’era stata, prima, Oriana Fallaci nel Vietnam. Ma era carta stampata. La novità, con la televisione, era che mi si vedesse; che si vedesse una donna in prima linea”.

-Ha dovuto lottare contro qualche pregiudizio?
“I colleghi maschi non erano proprio contenti di questa invasione di campo. C’era una sorta di accusa di voler spettacolarizzare la guerra, un’accusa di essere lì per frasi vedere e far carriera. Mentre se davvero a una donna interessasse la carriera a tutti i costi, sono ben altri i metodi utilizzati. Meno rischiosi. Comunque già allora mi capitava di incontrare parecchie colleghe straniere. Noi siamo arrivati un po’ dopo, ma ormai ci sono anche molto italiane”.

-Come si affrontano quelle situazioni?
“Bisogna anche amare molto questo mestiere. Il pericolo è sempre immanente. Bisogna pensare velocemente e prendere la decisione migliore, che spesso non è la più giusta. In Somalia io e il mio operatore, Marcello Palmisano, siamo finiti in un agguato. Siamo rimasti sotto il tiro incrociato per 20 minuti, rannicchiati dentro l’auto uno accanto all’altra. Lui, purtroppo, è stato colpito a morte. Io, che ero a pochi centimetri da lui, mi sono salvata per miracolo”.

-Che consiglio darebbe a chi si reca in una zona di guerra per fare informazione?
“Nelle nuove leve vedo molta superficialità. Vedo tentativi di sottolineare quello che è già drammatico di per sè. Ma gli ‘aggettivi’, in certe situazioni non servono. Del resto c’è una grande richiesta del ‘prodotto guerra’ da parte delle televisioni, e spesso i giovani vengono mandati allo sbaraglio. Si cerca ‘l’effetto’. “La guerra la fanno gli altri, non i giornalisti. Bisogna saper stare un passo al di qua, per avere la prospettiva delle cose. Direi: non fate gli eroi. Andate preparati su ciò che troverete, ma abbiate la sensibilità di sapervi adattare a ciò che incontrate”.

(11 maggio 2001)

 

[inizio]


[torna alla home page]

 


Copyright © 1998-2003
Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino Università degli studi di Urbino
Ordine dei giornalisti delle Marche


Via della Stazione, 61029 Urbino Tel 0722 - 350581 Fax 0722-328336